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7 marzo, 2019

Ispra: tra i fattori più inquinanti per l'atmosfera ci sono i riscaldamenti e gli allevamenti intensivi degli animali

A giudicare dall'ultima analisi effettuata dall'Ispra, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, tra i fattori che più contribuiscono all'inquinamento atmosferico da particolato PM 2,5 vi sono i riscaldamenti e gli allevamenti intensivi di animali.

Queste due voci, da sole, rappresentano rispettivamente il 38% e il 15,1% della quantità complessiva di polveri sottili nell'area, e rendono quindi la lotta municipale alle automobili e agli scarti industriali (rispettivamente il 9% e l'11,1% del campione) non supportata da una visione sinergica del problema e, quindi, delle sue contromisure.

Se pensiamo al fatto che quando in una città vengono registrate polveri sottili oltre la misura consentita le contromisure abbracciate dalle amministrazioni spesso si esauriscono con la sola istituzione del blocco del traffico, quindi, ci accorgiamo di quanto sia ancora lunga la strada da fare per raggiungere il livello di emissioni consentite per salvaguardare l'ambiente e la nostra salute.

Se parliamo di particolato PM (in inglese Particulate Matter) ci riferiamo a quell'insieme di materia sospesa nell'aria grande al massimo 500 nanometri (un milionesimo del millimetro), che rappresenta da sola la più grande fetta dell'inquinamento per le aree urbane. Sono particelle di carbonio, fibre, silice, metalli, inquinanti solidi o liquidi che vengono emessi nell'atmosfera per cause naturali o per via dell'azione dell'uomo. E' l'insieme di tutte quelle emissioni che in natura (sale marino, terra, eruzioni, pollini, ecc) o per mano delle persone (riscaldamento, traffico, inceneritori o processi industriali) hanno negli ultimi decenni subito un incremento vertiginoso e rappresentano la principale causa dell'inquinamento atmosferico.

Tra le emissioni sotto maggiore scrutinio vi sono senza dubbio quelle definite PM 10, e cioè con un diametro inferiore ai 10 nanometri, tra le quali si annidano i PM 2,5 con una percentuale che sfiora il 60% del totale. Queste ultime, infatti, ne rappresentano la frazione più leggera e per questo motivo quella che più di tutte permane nell'aria finendo nei nostri polmoni, costituendo a sua volta il rischio più grande di patologie gravi quali l'asma, le bronchiti, l'enfisema, le allergie, i tumori e i problemi cardio-circolatori.

L'analisi dell'Ispra si basa sul calcolo del particolato primario e secondario, ed è questa la maggiore novità degli strumenti d’indagine di quest'edizione, rivoluzionando l'intera interpretazione dei dati e l'origine delle cause. Il primario è ciò che proviene direttamente dalle sorgenti inquinanti, e al suo interno un buon 59% proviene dalle fonti di riscaldamento, il 18% dalle emissioni delle automobili, il 15% dalle industrie mentre agli allevamenti intensivi è attribuibile soltanto l'1,7%. Diverso è se andiamo ad analizzare il secondo step di inquinamento, e cioè quello del particolato secondario.

In questo caso ci riferiamo a tutte quelle polveri che si formano nell'atmosfera mediante i processi chimico-fisici che interessano le particelle preesistenti. E' alla luce di questa chiave di lettura che il contributo degli allevamenti intensivi all'insieme dei fattori inquinanti assume tutt'altro spessore, ricoprendone il 15,1% del totale e qualificandosi al secondo posto tra le fonti di maggiore inquinamento.

Come afferma Vanes Poluzzi dell'Arpa dell'Emilia Romagna, "il PM 10 e ancora di più il PM 2,5 sono composti per una percentuale rilevante da particelle di natura secondaria che si formano in atmosfera a partire da ossidi di azoto e zolfo, ammoniaca e composti organici volatili. Tale contributo secondario tende tra l’altro ad aumentare in caso di condizioni meteorologiche di stabilità atmosferica, quando si raggiungono i massimi livelli d’inquinamento". Un aspetto da non sottovalutare, soprattutto se consideriamo che in Lombardia, ad esempio, la presenza del particolato secondario è più alta di quella del primario.

L'analisi dell'Ispra sembra quindi additare gli allevamenti intensivi tra le cause principali di emissione di ammoniaca nell'aria (addirittura il 76,7% nel 2015), e sottolinea come questa rappresenti una difficile minaccia in quanto "il settore allevamenti non può essere oggetto di misure di emergenza". L'unica cosa da fare è ricorrere ad "azioni più strutturali, come la riduzione dei capi o le opzioni tecnologiche".

Per questo motivo se andiamo a vedere i dati degli ultimi anni purtroppo si denota come, di fatto, il settore degli allevamenti non abbia ricevuto nessun cambiamento strutturale in grado di migliorarne il problema delle emissioni. Al contrario, se nel 2000 questa causa copriva il solo 10,2% del particolato complessivo, a oggi ci troviamo difronte ad un emergenziale incremento del 32%.

Mentre l'inquinamento proveniente dalle automobili, motoveicoli e trasporto su strada diminuisce, e con esso quello derivante dall'agricoltura, dall'industria e dalla produzione energetica, continua invece a crescere la quantità di PM 2,5 rilasciato in atmosfera dai riscaldamenti e dagli allevamenti intensivi.

Le prime linee guida da parte delle Istituzioni sono arrivate nel 2016 e hanno fissato al 40% il tetto delle emissioni consentite di PM primario, introducendo localmente dei divieti di spandimento dei reflui zootecnici e la copertura delle vasche di raccolta dei reflui. Ma, come afferma Daniela Cancelli di Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, "le Regioni stabiliscono questi divieti ma il problema sono i controlli. Gli allevamenti sono tanti e i controlli chi li fa? Inoltre il Ministero dell'Ambiente dovrebbe fare delle linee guida a livello nazionale, perché lasciare le Regioni e i Comuni a gestire l'emergenza non è efficace".

Ci troviamo di fatto alle prese con un'emergenza che non possiamo più permetterci di sottovalutare, visto e considerato che, secondo gli ultimi report dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, in un solo anno sono state registrate 4,2 milioni di morti a causa dell'inquinamento atmosferico. Se guardiamo poi alla qualità della vita arriviamo addirittura ad un 91% della popolazione mondiale che vive in luoghi che non soddisfano i livelli minimi fissati dall'OMS17 di qualità dell'aria[1].

Siamo chiamati ad agire individualmente e come società per far sì che i nostri comportamenti, a partire dalle abitudini alimentari, quali ad esempio il fabbisogno di carne rossa, o di consumo, come avviene, invece, per l'utilizzo quotidiano della plastica, contribuiscano a ridurre progressivamente un'emergenza che mondialmente diventa sempre più incombente.

Simona Grossi