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9 aprile, 2019

Earth Hour: generazioni diverse a luci spente per salvare il nostro Pianeta

Il 30 marzo alle ore 20:30  in tutto il globo siamo stati invitati a spegnere le luci e gli altri oggetti elettronici per un’ora. Un gesto simbolico realizzato con lo scopo di far prendere coscienza a tutte le persone di problemi come il calo della biodiversità o il riscaldamento globale: è questo l’Earth Hour (o ora della terra). Arrivata alla sua dodicesima edizione questa mobilitazione, organizzata per la prima volta a Sidney nel 2007 dal WWF, ha saputo negli anni crescere di notorietà e di partecipazione coinvolgendo, praticamente in tutto il mondo, piccoli comuni e grandi città oltre che privati cittadini. L'Ora della Terra lo scorso anno ha coinvolto ad esempio 188 paesi, 18.000 monumenti storici o simboli spenti, oltre 3 miliardi di messaggi veicolati sui social, più di 250 Ambasciatori e influencer impegnati. Per l’evento anche questa volta si sono così spenti tra i tanti luoghi famosi: il Colosseo, Piazza Navona, il Cristo Redentore di Rio, la Torre Eiffel e il Ponte sul Bosforo. Allo stesso tempo si sono organizzati progetti, eventi e manifestazioni collegati all’importante tematica che è quella della salvaguardia del nostro Pianeta. In Italia sono stati quattrocento i Comuni che hanno aderito all’Ora della Terra 2019, con lo spegnimento di monumenti, palazzi o luoghi simbolo (come ad esempio tutte le luci esterne dei palazzi delle principali istituzioni nazionali). Quarantasette organizzazioni aggregate WWF e dieci Oasi hanno poi avuto in programma circa cento eventi e iniziative. Ma è stata la città di Matera, Capitale Europa della Cultura per il 2019, il centro di questa manifestazione nazionale con lo spegnimento dell’area di S.Pietro Caveoso e della Rupe dell'Idris, luoghi iconici della Città dei Sassi.

Anche se molto è stato fatto negli ultimi anni serve sempre di più una consapevolezza maggiore riguardo ai problemi legati al cambiamento climatico ed alla riduzione della biodiversità: credo fermamente, infatti, che se ogni persona al mondo cominciasse a fare qualche piccolo gesto per migliorare il nostro rapporto con l’ambiente, non solo nei sessanta minuti dedicati alla terra, avremmo il potere di cambiare il mondo che abitiamo. Anche nel nostro piccolo quotidiano possiamo, infatti, fare la differenza: magari prestando più attenzione all’acquisto di elettrodomestici a bassi consumi ed alto rendimento, riducendo lo spreco sia di energia elettrica sia di acqua nelle nostre abitudini, moderando il consumo di carne rossa e preferendo a tavola i prodotti di stagione, preferendo dove possibile bici o piedi all’uso di mezzi più inquinanti, ridurre il consumo di carta stampata e soprattutto riciclando il più possibile i rifiuti per evitare ulteriori sprechi inutili.

Lo slogan scelto per la più grande mobilitazione planetaria in tema di cambiamenti climatici quest’anno è stato “#Connect2Earth” a significare lo stretto legame tra uomo e natura, tra cambiamenti climatici e perdita di biodiversità, il capitale naturale sul quale poggia la nostra stessa vita e per il quale gli obiettivi concreti sono: fermare la perdita di biodiversità e dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 a livello globale. Questi ultimi cinque anni sono stati, ad esempio, i più caldi mai registrati da quando esistono delle registrazioni scientificamente attendibili (dal 1800 cioè da 219 anni). Ma se da una parte la situazione si aggrava, dall'altra nasce una speranza: quella delle tante persone in tutto il mondo che sempre più hanno preso a cuore la salvaguardia del Pianeta. Sono mobilitazioni simili a questa a far ben sperare nella nascita di una coscienza climatica nelle generazioni future, invece, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, le generazioni più responsabili non sono le nuove. Da una recente ricerca (sondaggio Omnibus in Europa commissionato da Friend of Glass.) gli anziani risultano più informati e più impegnati sul fronte del riciclo dei giovani. Generazione, quest’ultima, che risulta anche essere quella che maggiormente pesa su un modello di consumo anti ecologico (come ad esempio nel “fast fashion”). I nostri nonni, per possibilità ma anche necessità, tendevano a sfruttare oggetti e vestiti quasi fino alla fine del loro ciclo vitale. Non sicuramente per l’economia circolare come la interpretiamo oggi, ma semplicemente per non sprecare e valorizzare quel poco che si aveva. Oggi è tutto diverso e anche la maggior disponibilità di prodotti, di benessere economico e di velocità di acquisto portano inevitabilmente, soprattutto i giovani, ad acquistare con minore attenzione prodotti usa e getta. Necessaria sarà quindi una visione di co-responsabilità tra le parti e le generazioni, dal momento che, finché non cambieranno i gusti, sarà molto più complesso riuscire a modificare in maniera sostanziale anche i comportamenti.

Sull'onda delle iniziative degli studenti, impegnati negli scioperi per il clima, anche con l'Earth Hour si rafforzano il richiamo ad un’ unione, da parte di tutti i Paesi del mondo, nella lotta al cambiamento climatico. Senza un impegno globale e condiviso da parte di tutti i governi del mondo si rischia, infatti, un pericolosissimo ritorno al passato a causa della preoccupante situazione del riscaldamento globale, legata inoltre alla mancata reazione per decarbonizzare con urgenza le nostre economie. Negli ultimi dieci anni, vale la pena ricordarlo, l'Earth Hour ha ispirato milioni di persone a sostenere e partecipare a iniziative per la tutela dell'ambiente e del clima. Fra gli effetti più importanti, questa mobilitazione ha contribuito, ad esempio, a creare 3,5 milioni di ettari di aree marine protette in Argentina, 2.700 ettari di foresta in Uganda, vietato la plastica alle Galapagos, aiutato a  piantare 17 milioni di alberi in Kazakistan, ha permesso di  illuminare case con energia solare in India e nelle Filippine e di promuovere nuove leggi per la protezione dei mari e delle foreste in Russia. Ed importanti progetti futuri sono già stati messi in cantiere: l’Ecuador, ad esempio, sta spingendo per una legge che abolisca l’uso della plastica nella capitale Quito, mentre la Finlandia sfiderà oltre un quarto della popolazione del paese a seguire una dieta più equilibrata. Il Kenya pianterà un miliardo di alberi entro il 2030 per ripristinare la copertura forestale e l’Indonesia sta incoraggiando 5 milioni di giovani ad adottare uno stile di vita più green.

La nostra generazione è la prima, forse, ad avere un’idea più chiara del valore della natura e dell’enorme impatto che abbiamo provocato sul funzionamento degli ecosistemi e sulle singole specie. Nostro compito, per noi stessi e per le generazioni future, è proprio contribuire a costruire un futuro in cui l’umanità possa vivere in armonia con la natura ed il momento di agire per tutto questo è ora. Non possiamo più rimandare.

Simona Grossi