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2 maggio, 2019

Non soltanto smart city, ma città sensibili che pongono al centro il fattore umano

Quando analizziamo con una chiave sociologica ciò che avviene nelle città contemporanee ci è utile partire da una considerazione posta da Carlo Ratti, architetto, ingegnere, direttore del MIT Senseable City Lab e appartenente alla lista 50 people who will change the world di Wired: bisogna “considerare le città come sensibili, capaci di rispondere meglio ai cittadini”, e non più solo come smart city, limitandone l’accezione alla funzionalità dei servizi innovativi[1].

Una chiave di lettura, quindi, decisamente più centrata sull’aspetto umano che su quello tecnologico. Anche perché limitare la città alla mera accezione smart fornisce una “definizione un po’ confusa, che non amo molto dato che fa riferimento più alla tecnologia che alle persone. Si può dire che internet stia invadendo lo spazio fisico, siamo all’esordio di una dimensione ibrida, tra mondo digitale e mondo materiale, che sta trasformando il nostro modo di vivere. Credo che quella su cui dobbiamo investire e lavorare sia una città sensibile prima ancora che intelligente. Sensibile è un termine che mette in luce una dimensione più umana della città di domani, capace di interagire, comunicare e rispondere alle nostre richieste”.

L’esigenza nasce dal fatto che, con una forte accelerazione dell’ultimo decennio, le digital innovations hanno trasformato le nostre città mediante una serie di infrastrutture intelligenti a larga scala. Basti pensare al settore delle comunicazioni e a come fibre ottiche a banda larga e network di telecomunicazioni senza fili permettono la funzionalità di smartphone, pc e tablet sempre più presenti all’interno delle mura domestiche per capire come, usando le parole dello stesso Ratti, “le nostre città si stanno trasformando in computer a cielo aperto”. “Singapore sta lavorando molto sulla mobilità, Boston sulle dinamiche partecipative, Copenaghen con la sostenibilità. In realtà, però, non esiste un modello univoco. È molto importante valutare sempre il contesto e l’unicità dell’ambiente urbano e culturale in cui si va ad agire. In Italia bisognerebbe inventare le caratteristiche della città intelligente alla romana”, continua lo stesso architetto per prefigurare per il nostro Paese una omogeneità tecnologica finora troppo relegata ad una copertura a macchia di leopardo. “Abbiamo un patrimonio urbano che ci viene invidiato da tutto il mondo”, spiega, e “tanto i nostri centri, che non avrebbero potuto adattarsi agli imperativi della tecnologia del secolo passato, quanto una tecnologia pesante che viene ancora dalla rivoluzione industriale, si possono invece adattare facilmente alle nuove tecnologie leggere, delle reti, digitale e dei sensori”.

La centralità della tecnologia urbana è, naturalmente, rappresentata dall’azione delle persone e dal modo in cui queste riescono ad integrare le innovazioni con le relazioni sociali e, più in generale, con lo stile di vita. Il ruolo degli individui è fondamentale e, come conferma lo stesso Ratti, “è importante coinvolgerli nella gestione dello spazio urbano, mostrando loro quali sono le dinamiche della città. Proprio usando i nuovi strumenti di partecipazione digitale possiamo dare ai cittadini la possibilità di esprimere le proprie priorità”. Per tale motivo sarebbe consono concentrare gli investimenti sulla sensibilizzazione civica riguardo questi temi e questi strumenti, piuttosto che continuare a sovraffollare la rete di ulteriori tecnologie e sistemi. “Se saremo in grado di sviluppare le giuste piattaforme, i cittadini sapranno contribuire a gestire la città e risolvere i problemi legati a energia, traffico, salute, educazione ecc. Quello che sta accadendo nel mondo delle app è sintomatico di tutto ciò.

Un esempio lampante lo fornisce la mobilità, uscita completamente rivoluzionata da questa ondata di evoluzione tecnologica. Sono gli studi del MIT a confermare questa tendenza, e come afferma Ratti “tra gli aspetti più promettenti c’è senza dubbio un’amplificazione delle dinamiche di condivisione, la cosiddetta sharing economy. Stiamo passando dal possesso all’accesso, in molti ambiti[2].

Bisogna quindi reinterpretare il nostro modo di vivere la città, riformulare le nostre abitudini di consumo e ridefinire le nostre priorità, soprattutto in virtù del fatto che metà delle persone nel mondo si concentrano oggi nel solo 2% della superficie terrestre. Progettare le metropoli sostenibili, di conseguenza, più che un investimento progettuale sembra essere una vera e propria strategia emergenziale. La tecnologia dovrà essere il perno attorno al quale ruota un intero ecosistema sinergico ed equilibrato.

Il lavoro di Ratti si manifesta in diversi ambiti, mantenendo in ogni caso la sua impronta di sensibilità: un esempio è stato il Future Food District, area altamente innovativa installata all’interno del padiglione Expo 2015 di Coop nel quale i prodotti erano in interazione con i consumatori, mostrando origini, caratteristiche nutrizionali, specifiche ecologiche su appositi monitor touchscreen a portata dei visitatori. “Internet sta entrando nello spazio in cui viviamo e sta diventando Internet delle cose, abbracciando qualsiasi aspetto della nostra esistenza: dalla gestione dei rifiuti alla mobilità alla distribuzione dell’acqua, dalla pianificazione delle città al coinvolgimento dei cittadini” è il mantra che ripete il direttore del MIT Senseable City Lab, per esortare le amministrazioni e le imprese a contribuire a questo processo di trasformazione urbana verso veri e propri organismi attivi in grado di relazionarsi in tempo reale con i cittadini al fine di implementare mobilità, sostenibilità, socialità, economia e creatività.

Come quelli sviluppati dallo stesso Ratti, dal TrashTrack per un monitoraggio più attivo del flusso di rifiuti (che opera attraverso sensori che dal cestino della spazzatura seguono i rifiuti fino alla loro destinazione finale) al Global Mobility Index che si concentra sulla mobilità stradale per segnalare agli utenti le zone congestionate e implementare l’utilizzo del car sharing, al Clean Air Nairobi, un applicativo in grado di sorvegliare l’aria e segnalare ai territori le situazioni in cui si registrano emergenze inquinanti[3].

Questo riposizionare l’azione degli individui al centro del processo partecipativo della costruzione della città è, in realtà, un concetto antico e utilizzato fino a poco tempo fa. La spinta bottom up (attraverso, cioè, uno sforzo collettivo dal basso) ha contribuito a formare le città per molto tempo e soltanto negli ultimi secoli la progettazione urbana si è trasformata in un fenomeno quasi esclusivamente calato “dall’alto verso il basso”. Come afferma lo stesso Ratti, “se prendiamo i modelli di grandi città progettate dall’alto, come Chandigarh (progettata da Le Corbusier) o Brasilia (progettata da Lucio Costa con Oscar Niemeyer) sappiamo che ci sono stati dei problemi, e le difficoltà derivavano nel secolo passato dal come mettere insieme molte persone”.

La novità è rappresentata dal fatto che al giorno d’oggi nel processo decisionale contribuiscono, virtualmente, non più 10 ma 100, 10.000 o 100.000 individui che attraverso le loro direttive e suggerimenti, che i progettisti raccoglieranno per strutturare la migliore citizien experience possibile, allargano la partecipazione ai meccanismi di progettazione e determinano una strutturazione urbana in grado di rispondere meglio ai bisogni della comunità. Il motivo per il quale si preferisce chiamare queste realtà città sensibili, e non soltanto città intelligenti[4].

Simona Grossi