458 Simona Grossi Articoli
22 maggio, 2019

Rifiuti Zero: ancora un difficile obiettivo da raggiungere tra Nimby e radicati stili di vita

Il nostro stile di vita contemporaneo comporta ancora, in ambiti spesso diversi tra loro, l’uso di risorse che consideriamo essenziali a cui ancora non si è riusciti a trovare una soluzione alternativa, e più sostenibile, a livello globale.

Potrei citare ad esempio il caso dei pannolini usa e getta, per cui chi ha avuto o ha a che fare con essi ne conosce bene l’impatto e quanto questo incida quotidianamente sia sul bilancio familiare, sia sulla quantità di rifiuti prodotti. In futuro, però, i prodotti assorbenti potrebbero non finire più nella spazzatura, ma essere riciclati e riutilizzati grazie ad un’azienda di Treviso (ubicata presso la sede di Contarina Spa, società che si occupa di gestione e di raccolta dei rifiuti in 50 comuni del bacino Priula) la quale promette che da una tonnellata di pannolini sarà possibile ricavare fino a 150 kg di cellulosa, 75 kg di plastica e 75 kg di polimero super assorbente, che potranno essere impiegati in nuovi processi produttivi restituendo dunque una nuova vita - ma sotto una diversa forma - ai prodotti assorbenti usati. La tecnologia sviluppata e brevettata in Italia da Fater Spa, joint venture paritetica fra Procter & Gamble ed il Gruppo Angelini, renderà così riutilizzabile - informa una nota della società, cui è andato il riconoscimento Legambiente di "Circular Economy Champion", conferito direttamente dalla Commissione Europea - una categoria di prodotti sino ad ora non riciclabili. Nel primo impianto su scala industriale al mondo in grado di riciclare il 100% dei prodotti assorbenti usati l’obiettivo sarà quello di trattare, una volta a regime, circa 10.000 tonnellate l'anno di prodotti assorbenti usati, servendo così una popolazione di circa 1 milione di persone. L’impianto però, nonostante le tante aspettative a riguardo, è fermo da due anni a causa di un cavillo legato al concetto di “end of waste”, che di fatto ha impedito all’azienda Fater di avviare la sperimentazione di questo progetto di riciclo pannolini e assorbenti. Dimostrazione di come, purtroppo, in Italia anche le soluzioni innovative e all’avanguardia come questa possano venire bloccate da normative confusionarie che di fatto non permettono un completo passaggio verso un’economia del recupero lungimirante. Ci si augura ora che una rapida, e definitiva, evoluzione della procedura burocratica, possa finalmente favorire gli impianti di riciclaggio altamente performanti al fine di ridurre l’impronta ecologica: riferendosi al caso appena descritto, infatti, si parla di un sistema industriale che, se esteso poi a tutto il territorio nazionale, consentirebbe di ridurre le emissioni climalteranti prodotte ogni anno da oltre 100 mila automobili. I vantaggi ambientali, evitando in questo modo emissioni equivalenti a quelle assorbite ogni anno da oltre 30 mila alberi, porterebbero, inoltre, all'eliminazione dei prodotti assorbenti anche da discariche ed inceneritori.

Il settore che si occupa della gestione rifiuti è, infatti, la seconda vittima preferita delle contestazioni Nimby, che prendono ormai di mira non solo gli impianti di smaltimento, ma anche quelli di riciclo, (come, ad esempio, quelli che realizzano il compost).

L’acronimo Nimby (“Not in my back yard”, ossia “non nel mio cortile”), nato così per descrivere il rifiuto da parte delle comunità locali verso nuove infrastrutture descrive oggi un fenomeno decisamente più complesso del passato, connesso alla difesa di interessi specifici (che possono essere economici, politici, e personali) consolidati contro un interesse generale, che finisce per assumere i connotati di una battaglia ideologica o politica. Il fenomeno in questione, specie negli ultimi anni, si è ingigantito così tanto da diventare quasi una linea di governo. Oggi purtroppo i primi protagonisti di questa sindrome non sono, infatti, più i comitati locali di cittadini contrari a un’opera nel loro giardino, ma addirittura gli alcuni enti pubblici e parte della politica (forti rispettivamente del 26,3% e 25,4% delle contestazioni) che, anziché rispondere proattivamente alle legittime preoccupazioni dei propri elettori, preferiscono tergiversare e rimandare: da Nimby a Nimto dunque, (“Not in my terms of office”, ovvero non durante il mio mandato elettorale). Un atteggiamento che si può facilmente definire “di comodo” scelto da alcuni governi per non correre rischi. A bloccare la realizzazione di opere infrastrutturali a volte è, quindi, la stessa politica che in situazioni spinose, per non perdere consenso elettorale, preferisce non legiferare. I dati, raccolti nell’ultimo rapporto elaborato dall’Osservatorio media permanente del Nimby forum, considerando solamente l’ultimo anno, ci riferiscono poi che sono stati contestati in ogni parte d’Italia: 317 tra opere di pubblica utilità e insediamenti industriali. Il comparto industriale più contestato risulta essere quello energetico con il 57,4%, con le opposizioni orientate in maniera preponderante verso gli impianti da fonti rinnovabili (55 quelli contestati, il 73,3% sul totale del comparto), seguono il settore dei rifiuti (35,9%) ed il comparto infrastrutturale (5,9%).

Una cultura di (non) governo che trova però, fortunatamente, ancora sacche di resistenza, come quelle che il premio “Pimby Green 2019” messo in palio da Fise Assoambiente punta a mettere in evidenza. L’Associazione, che rappresenta proprio le imprese del settore dei servizi di igiene ambientale, ha deciso di rivolgere questo premio a pubbliche amministrazioni, imprese e giornalisti che si sono distinti nel campo di energia, gestione rifiuti e trasformazioni del territorio: sia creando impianti tecnologicamente avanzati, sia creando un confronto attivo con i cittadini e diffondendo un’informazione trasparente e scientifica contraria all’opposizione aprioristica a qualsiasi opera. Si cercherà così di valorizzare quei processi decisionali basati su una visione strategica del bene comune e su un atteggiamento costruttivo nel rispetto del territorio, dell'ambiente e del confronto partecipativo. Le iscrizioni sono aperte, per inviare le candidature si ha tempo fino al 31 maggio 2019 utilizzando la casella email: assoambiente@assoambiente.org.

L’economia circolare, infatti, per non essere solo un bel concetto utopico, ha bisogno anche di impianti, filiere industriali e tecnologie; la realtà è, però, che questo sistema economico fa ancora fatica a concretizzarsi a causa di pregiudizi, vuoti normativi e notizie abilmente costruite prive di attendibilità scientifica. Forse è giunto invece proprio il momento di evolvere verso un atteggiamento Pimby (“Please in my back yard”, ovvero “Per favore nel mio giardino”), con cui si metta, invece, il proprio territorio al servizio di una comunità più ampia e si consenta anche al nostro Paese di seguire la strada intrapresa da altre nazioni, specialmente del Nord Europa, che spesso identifichiamo come modelli virtuosi da seguire.

Simona Grossi