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7 giugno, 2019

Si può essere idealisti e razionali nella lotta contro il cambiamento climatico? Il difficile paradosso della protesta nel mondo 4.0

Senza bandiera alcuna ma solo per difendere il nostro Pianeta ed il nostro futuro. Venerdì 15 marzo migliaia di ragazzi in tutto il mondo sono scesi in piazza per far sentire la propria voce, soprattutto ai capi di stato e di governo, affinché non solo parole ma impegni concreti vengano presi ed attuati contro i cambiamenti climatici. Il “Global Strike For Future” (tradotto come “sciopero generale per il futuro”) ha avuto l'adesione di una novantina di Paesi e più di 1.325 città, e segue i cosiddetti “Fridays for Future” ossia le manifestazioni lanciate dalla sedicenne svedese Greta Thunberg, ormai simbolo mondiale di questa protesta e di questa istanza, che per diversi mesi si sono susseguite ogni venerdì in diverse città di ogni continente per quello che è diventato ormai un movimento studentesco mondiale. Scossa dalle potenti ondate di calore e dagli incendi che avevano distrutto boschi del suo paese l’estate scorsa Greta, “16 anni, lunghe trecce bionde e affetta dalla sindrome di Asperger”, (come si definisce lei stessa sul suo profilo Twitter) ha guadagnato nei mesi un’immensa visibilità sui social grazie alla sua campagna, prima solitaria poi comunitaria, per difendere il clima del nostro Pianeta pronunciando anche da palchi illustri parole forti contro molti grandi della Terra. La minaccia del clima potrebbe essere una delle cause più importanti di guerre e conflitti futuri e così alla vigilia dello sciopero mondiale Greta aveva esordito ai microfoni di alcuni giornalisti dicendo che “siamo nel pieno di una crisi. Ed è la più urgente e grave che il genere umano abbia mai dovuto affrontare. Stiamo segando il ramo su cui siamo seduti e la maggior parte della popolazione mondiale non ha idea delle possibili conseguenze della nostra incapacità di agire.

In quest’era di rinnovato attivismo Green molte grandi aziende, (Microsoft, Google, Wallmart o Ikea per esempio), stanno puntando da anni alla riduzione delle proprie emissioni di carbonio attraverso l’uso dell’energie rinnovabili. Non si compra più ormai energia dalle aziende che la producono ma si costruiscono direttamente centrali di proprietà capaci di farlo, a tutto vantaggio anche del marketing e dell’immagine Green che l’azienda ha intenzione di migliorare sul mercato. Esistono pero ancora tanti paradossi legati a modi di produrre e di consumare che, nonostante si professino Green, nella realtà dei fatti non sono a volte più sostenibili delle loro controparti meno recenti. Emblematico il caso della carta poiché nella sua lotta con il digitale vede quest’ultima, ad una prima analisi, più sostenibile. I prodotti elettronici come telefoni e computer portatili vengono utilizzati più volte, rendendolo una risorsa rinnovabile di sorta. Ma anche la produzione di prodotti elettronici lascia un'impronta di carbonio e l'energia necessaria per alimentarli. E una crescente preoccupazione è la rapida crescita dell'elettronica dismessa, specialmente nei paesi in via di sviluppo mentre la carta rimane oggi invece uno dei materiali più riciclati al mondo. Fino a quando non saranno state condotte ulteriori ricerche sul ciclo di vita e sull'impatto ambientale dell'elettronica, contrapporre carta ed e-media l'uno contro l'altro è quindi in qualche modo inutile. C'è ancora un posto, al momento, sia per la carta che per l’e-media. Anche perché c’è da tenere conto che i server mondiali dove viaggiano i nostri file devono essere alimentati e questo richiede inevitabilmente delle risorse. Prendendo a riferimento una recente ricerca sull’avvento della musica in streaming risulta così che a fronte di un uso annuale della plastica praticamente dimezzato, sono aumentate di molto le emissioni di gas serra, cifre che gli esperti hanno ottenuto "traducendo la produzione di plastiche e il fabbisogno di elettricità per memorizzare e trasmettere file audio digitali in equivalenti milioni di chilogrammi di gas serra". In sostanza, il risultato dice che a conti fatti scaricare e riprodurre in streaming i brani online consuma più energia di quanta ne fosse un tempo fosse necessaria per produrre dischi in vinile, musicassette e compact disc. Lo scopo dello studio non è affatto quello di demonizzare le ormai onnipresenti piattaforme per l'ascolto musicale semmai sfatare alcuni miti e rendere i consumatori più consapevoli delle proprie abitudini.

Se è pur vero poi che la consapevolezza delle persone sui temi ambientali stia fortunatamente aumentando, di pari passo non tutta la politica si sta muovendo adeguatamente verso l’applicazione dei termini del Paris Agreement: sorprende scoprire infatti, analizzando i dati, che sono specialmente i paesi meno industrializzati come il Marocco, il Gambia, il Buthan, la Costa Rica, l’Etiopia, l’India e le Filippine quelli più impegnati, attraverso politiche adeguate, verso il contenimento delle emissioni e al conseguente innalzamento delle temperature mondiali. Mancano all’appello invece, si spera solo al momento, gli sforzi concreti di quelle nazioni che sono tra i maggiori produttori di gas serra al mondo. Sorprende positivamente intanto il fatto che proprio l’Italia sia stata, con 235 raduni organizzati e circa un milione di persone in piazza, il Paese più attivo sul fronte dello sciopero degli studenti contro i cambiamenti climatici in un venerdì record che guarda al futuro. Sono proprio i giovani attivisti, infatti, che chiedono un cambio di rotta significativo su ambiente e sviluppo sostenibile: il “climate change” è la sfida cruciale per la salvaguardia del futuro del nostro pianeta.

Questa sarà una delle sfide in assoluto più importanti che stiamo affrontando e che sarà chiamata ad affrontare anche la nuova Commissione europea per il raggiungimento dell’agenda 2030. In una risoluzione approvata poche ore dopo lo sciopero generale, i deputati del Parlamento europeo hanno presentato le loro proposte sulla strategia di riduzione delle emissioni contro i cambiamenti climatici. Nella risoluzione non vincolante, adottata con 369 voti favorevoli, 116 voti contrari e 40 astensioni, i deputati hanno affermato così che solo due degli otto scenari («percorsi») proposti dalla Commissione europea nella comunicazione di novembre consentirebbero all'UE di raggiungere, entro il 2050, l'azzeramento delle emissioni nette di gas a effetto serra (GES) e che tale obiettivo sia l'unico compatibile con gli impegni dell'Unione nel quadro dell'accordo di Parigi sul clima. Saranno così questi due scenari quelli che probabilmente dovremo seguire affinché qualcosa cambi realmente. Il tempo dell’ottimismo e delle buone intenzioni è ormai finito, è il momento di agire prima che sia troppo tardi.

Simona Grossi