simonagrossi.net Rss https://www.simonagrossi.net/ Simona Grossi - Membro del Consiglio di Amministrazione Rea Dalmine S.p.A. it-it Mon, 21 Oct 2019 18:45:19 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 simonagrossigh@gmail.com (Simona Grossi) simonagrossigh@gmail.com (Simona Grossi) Archivio https://www.simonagrossi.net/vida/foto/sfondo.jpg simonagrossi.net Rss https://www.simonagrossi.net/ La seconda edizione del premio di studi “Ambiente e Territorio” in memoria di Giuseppe Grossi https://www.simonagrossi.net/post/503/1/la-seconda-edizione-del-premio-di-studi-ambiente-e-territorio-in-memoria-di-giuseppe-grossi

Nel 2018 la società Ambienthesis S.p.A., con il patrocinio e in collaborazione con la Città di Orbassano, ha istituito in memoria del suo fondatore Giuseppe Grossi un premio di studio “Ambiente e Territorio”, che ha come destinatari gli autori di tesi di laurea che siano residenti nel comune e che abbiano come soggetto di studio l’ambiente e la salvaguardia del territorio.

Ambienthesis rappresenta, in Italia, uno dei principali operatori integrati nel settore delle bonifiche ambientali e della gestione dei rifiuti industriali. La società opera, oltre che nel trattamento, recupero e smaltimento di rifiuti industriali, anche nelle bonifiche e risanamenti ambientali, attività di ingegneria ambientale.

La società è profondamente legata al territorio di Orbassano, dove dispone della più grande piattaforma italiana per il trattamento dei rifiuti speciali pericolosi e non, con una capacità è di 500.000 t/anno.

Proprio la consapevolezza dell’importanza di coniugare la propria attività con gli elementi del tessuto sociale, quale, in questo caso, la valorizzazione di giovani neolaureati e lo sviluppo di competenze specifiche, Ambienthesis S.p.A. ha voluto associare l’assegnazione di questi riconoscimenti al nome di Giuseppe Grossi, un imprenditore che ha fatto della crescita professionale dei più giovani un punto di forza delle proprie aziende, una leva attraverso cui accrescere progressivamente il livello gestionale degli impianti con l’obiettivo di perseguire la realizzazione di un modello imprenditoriale non soltanto in grado di rispondere alle mutevoli dinamiche del contesto di appartenenza, ma che risulti anche eco-sostenibile e improntato alla preservazione dell’ambiente circostante.

L’oggetto del Premio di studio così istituito ha voluto rappresentare, inoltre, una perfetta sintesi dalla vision che caratterizza da sempre l’operato di Ambienthesis S.p.A. e da cui discendono alcuni dei principi e dei valori etici a cui essa si ispira costantemente, secondo i quali l’impegno profuso oggi nel rispetto, nella valorizzazione e nella tutela delle risorse ambientali costituisce il miglior investimento per il domani.

Quest’anno si è svolta la seconda edizione del premio in memoria di Giuseppe Grossi “Ambiente e Territorio”. Gli studenti, con laurea di primo o di secondo livello conseguita nel periodo compreso tra il primo gennaio 2018 e il 30 settembre 2019, con votazione minima 104/110, hanno potuto partecipare alla selezione libera e gratuita.

I 6 candidati ammessi provengono sia del Politecnico (facoltà di ingegneria) che dall’università (facoltà di Agraria e Scienze dell'educazione). Anche lo scorso anno erano varie le facoltà di cui sono stati ammessi 6 candidati. Le borse di studio anche quest’anno sono tre da 1000 euro ciascuna.

I vincitori di questa seconda edizione: sono Daniele Marocco dal Politecnico di Torino, con una Tesi di Laurea magistrale in Ingegneria Energetica e Nucleare  , dal titolo “Studio di fattibilità di un accumulo con PCM in ambito teleriscaldamento”;  Lucia Patanè dell’Università degli Studi di Torino-Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione, Corso di Scienze della Formazione Primaria, con una Tesi di Laurea in Fondamenti e Didattica dell’Ecologia, dal titolo “Conoscere Per Innamorarsi, amare per proteggere: l’uso della bicicletta come strumento dell’educazione ambientale”; Alessandro Benetton del Politecnico di Torino -Collegio di Ingegneria Meccanica, Aerospaziale, dell'Autoveicolo e della Produzione- laureato nel Corso di Laurea Magistrale in Ingegneria Aerospaziale, con una Tesi di Laurea Magistrale in  Design for Lagrangian Points Trajectories dal titolo “A Complete Force Model Approach”

Il premio è stato conferito durante la Cena di Gala per la Fiera del Sedano Rosso, “Fiera del Sedano Rosso”, organizzata dal Comune in collaborazione con Confesercenti di Torino e Provincia – zona ovest Orbassano, Col’Or Piemonte, Associazione Sedano Rosso e Commercianti del territorio. Questa manifestazione, giunta alla sua sesta edizione, è diventata negli anni un appuntamento simbolo della Città che valorizza il pregiato Sedano Rosso locale, presidio Slow Food dal 2010. Domenica 20 ottobre il centro cittadino di Orbassano si è colorato di sapori tipici e tradizioni autunnali, con i consueti appuntamenti legati al food, all’artigianato e allo svago. In particolare, la Piazza Umberto I è stata adibita a "piazza dei Presidi Slow Food" e ha ospitato numerosi produttori certificati come presidi che hanno proposto, oltre alla vendita di Sedano Rosso, altre eccellenze enogastronomiche piemontesi e non solo.

A testimoniare come le sinergie tra amministrazione, partners commerciali, realtà imprenditoriali della zona possono far migliorare e promuovere il territorio.

Questa manifestazione, infatti, anno dopo anno è cresciuta, si è consolidata e rafforzata, diventando un appuntamento atteso e riconosciuto a livello regionale e sovralocale. Un percorso che è iniziato, sedici anni fa, come una grande scommessa, coinvolgendo produttori locali in un progetto di riscoperta e valorizzazione di questo prodotto tipico.

Simona Grossi

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Mon, 21 Oct 2019 18:45:19 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/503/1/la-seconda-edizione-del-premio-di-studi-ambiente-e-territorio-in-memoria-di-giuseppe-grossi simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Cos’è il rebranding e perché è utile https://www.simonagrossi.net/post/502/1/cos-e-il-rebranding-e-perche-e-utile

Con le notizie che viaggiano su molteplici canali, ormai è assodato che le azioni e le dichiarazioni dei singoli possono avere ripercussioni in negativo o in positivo sull’identità del brand o – in inglese – la brand identity. Ovviamente maggiore è l’eco e la diffusione delle notizie maggiore sono le ripercussioni.

Ed incidere sulla brand identity è oggi importantissimo per ogni azienda, perché la brand identity rappresenta il modo in cui il brand si racconta, il modo in cui “agisce” nel suo insieme, i valori a cui vorrebbe essere associato agli occhi del pubblico e/o dei consumatori.

Bisogna fare un distinguo, infatti la brand identity influenza altri due aspetti che non vanno confusi con lei: la brand reputation, cioè il valore che il pubblico associa alla marca, e la brand image, cioè l’idea che il consumatore si fa nel tempo riguardo al significato di un’azienda attraverso le sue qualità e i suoi difetti – immaginari o reali – frutto di pubblicità ed esperienza diretta con il brand.

Mentre la brand identity è qualcosa che può modificarsi nel tempo, la core mission, ovvero l’obiettivo di un’azienda rimane inalterato nel tempo. La mission deve essere stabilita chiaramente ed è uno degli aspetti che costituiscono l’identità di brand e che definiscono l’azienda. Per raggiungere l’obiettivo l’azienda persegui i valori che ha stabilito e offre: la vera differenza oggi infatti la fanno i valori e non i prodotti/servizi venduti.

In questi anni le aziende, passando da essere product-oriented a brand-oriented, hanno concatenato 3 elementi: le persone, e da qui l’impegno sociale; il pianeta con il rispetto dell’ambiente; e ovviamente il profitto economico.

Il cliente non viene visto come mero consumatore ma come una persona che oltre ad esigenze materiali ha bisogni spirituale e di esperienze. Il cliente deve essere in grado di identificarsi con i valori dell’azienda, che però devono avere sostanza. I valori non vanno “dichiarati” ma messi in atto in modo concreto e comunicati nella maniera più chiara possibile.  Altrimenti si corre il rischio di abusare di termini come “etico”, “responsabile”, e “incentrato sul cliente”.

La cultura aziendale può essere uno dei mezzi attraverso i quali un brand si propone di portare avanti un cambiamento. Poiché il valore del brand passa attraverso una comunicazione incisiva e valida in un determinato periodo storico e in un luogo, con il cambiare di alcuni di questi fattori, spesso è necessario il rinnovamento della brand image attraverso un’operazione di rebranding.

Per rebranding si intende un processo volto a valorizzare l’immagine del brand. È un’operazione di trasparenza, uno dei valori più importanti per le aziende che andrebbe sempre perseguito e che incide sulla percezione del cliente.

Bisogna ricordare che ciò che più identifica un marchio aziendale è sicuramente il suo logo, pertanto di solito è il punto di partenza per un’azione di rebranding. Il logo infatti può essere rinnovato tramite un’azione di restyling.  Ma restyling non si esaurisce solo con un cambiamento grafico. Infatti può comprendere anche determinati prodotti, l’intera immagine aziendale e in alcuni rari casi il nome stesso dell’azienda.

Di solito si sceglie su cosa intervenire attraverso l’analisi dei punti deboli del marchio o comunque su quegli aspetti che sono in evoluzione nell’azienda. È fondamentale che i cambiamenti messi in atto, tutti, siano coerenti con quella che dovrà essere la nuova mission aziendale.

Quando l’azienda decide di effettuare un cambiamento radicale, si parla di riposizionamento. Si va a lavorare quindi sulla scelta di un nuovo mercato valutando anche l’entrata in mercati esteri, ci si rivolge un nuovo target di clienti, allargando il proprio orizzonte di riferimento, e si esplorano nuovi settori e strategie con l’obiettivo di immettere sul mercato nuovi beni, prodotti o servizi. Per ottenere dei risultati migliori, in questi casi, è necessario reimpostare l’intera organizzazione aziendale in funzione di queste nuove sfide.

Da quanto scritto si evince come gli elementi del brand siano una voce importante degli investimenti economici delle aziende, su cui è necessario investire idee e soluzioni innovative. Si spende molto per loghi, colori, font, template e linee guida di stile. Creare un look and feel coerente del brand crea e aggiunge valore, oltre a dare personalità, alla comunicazione aziendale. E abbiamo già sottolineato come la comunicazione e la trasparenza di un’azienda siano fattori imprescindibili nei modelli di business odierni.

Ecco perché un buon branding, o un rebranding. devono anche andare oltre l’indicazione di font e colori, per puntare piuttosto alla creazione di sensazioni, associazioni e persino risposte emotive nelle persone. Da tempo sempre più aziende si dotano di linee guida per la comunicazione e l’immagine verso l’esterno e cosa importantissima verso gli stakeholders. Ma vengono anche diramate linee guida interne anche per la visualizzazione dei dati e la comunicazione aziendale rivolta al personale.

Simona Grossi

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Tue, 15 Oct 2019 11:28:34 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/502/1/cos-e-il-rebranding-e-perche-e-utile simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La prima edizione di Onlife - il futuro visto da vicino - https://www.simonagrossi.net/post/501/1/la-prima-edizione-di-onlife-il-futuro-visto-da-vicino-

A Milano si è svolta da poco la prima edizione di una manifestazione dedicata alla società digitale: "Onlife: il futuro visto da vicino". L’evento gratuito ha come focus la nuova era della tecnologia e l'impatto che ha e avrà sempre più nelle nostre vite. Le due date, il 4 e il 5 ottobre, si sono svolte in due luoghi diversi: il venerdì pomeriggio al Politecnico, poi tutta la giornata di sabato al Teatro Parenti.

La discussione sulla società digitale non è qualcosa di nuovo, perché la distinzione fra mondo digitale e mondo fisico è ormai evanescente. Non c’è più un “online” e “offline” ma solo una vita iper connessa. Da qui nasce appunto “Onlife” per riflettere su tutto che ne consegue nel bene come nel male.

È il professore Luciano Floridi, ordinario di filosofia ed etica dell'informazione all'Università di Oxford dove dirige il Digital Ethics Lab,  a coniare già nel 2013 il neologismo “Onlife” per rappresentare la nuova condizione umana nell’era del digitale:  nel The Onlife Manifesto scriveva già sei anni fa che “la diffusione delle tecnologie […] influisce radicalmente sulla condizione umana” e “scuote i quadri di riferimento stabiliti: la confusione nel distinguere tra realtà e virtualità; quella tra uomo, macchina e natura; il passaggio dalla scarsità di informazioni all'abbondanza di informazioni (...)”[1].

Per Floridi[2], cadendo la barriera fra reale e virtuale, c’è solo una “onlife”, in cui si svolge “la nostra esistenza, che è ibrida come l’habitat delle mangrovie”. Il nuovo porta infinite possibilità ma inevitabilmente crea incertezze e nasconde qualche insidia. La prima, e la più importante, è la sfida dell’adattamento: l’uomo sembra più propenso ad adattarsi alla tecnologia piuttosto che il contrario. E questo si collega inevitabilmente alla questione dell’autonomia nelle decisioni: i mezzi di comunicazione, i social media, non sono mai stati così massivi come oggi, mossi da un’intelligenza artificiale programmata per migliorarsi, e questo rischia di minare costantemente l’autonomia individuale.

Sono illuminanti le parole del professore Floridi: “Siamo impreparati, ma ci stiamo preparando, perché spesso inventiamo tecnologie straordinarie davanti alle quali non siamo all’altezza”.

E l’evento di “Onlife” risponde all’esigenza di riflettere e prepararsiÈ un’iniziativa di Repubblica ma non solo, anche del network Lena, acronimo di Leading European Newspaper Alliance: Die Welt (Germania), El País (Spagna), Gazeta Wyborcza (Polonia), Le Figaro (Francia), Le Soir (Belgio), Tages-Anzeiger e Tribune de Genève (Svizzera), oltre alla stessa Repubblica. Il network Lena rappresenta sette milioni di lettori su carta e 49 milioni di utenti unici online.

Non è una questione solo italiana, non è quindi un tema che si possa trattare guardandolo dalla prospettiva di un solo Paese. È la prima volta che Lena patrocina un evento del genere, in cui i suoi giornalisti sono stati chiamati a moderare gli incontri, e gli ospiti sono arrivati da tutto il mondo.

I temi trattati sono stati molteplici, dalla mobilità alla privacy, e poi il cambiamento climatico, la politica, la robotica, l’intelligenza artificiale e molto altro. Il tentativo è stato quello di tracciare dei confini o per meglio dire una mappa per esplorare in sicurezza una realtà che stiamo scoprendo ora. E che mette a disposizione una possibilità di scelta mai così ampia come oggi: la sfida che ci attende è trasformare questa potenzialità in una maggiore capacità per l’uomo, cosa che ancora non sempre avviene.

Numerosi gli ospiti internazionali e poi molti esperti dell’innovazione italiani[3]. Venerdì l’apertura dell’evento è stata di Leonard Kleinrock, della University of California Los Angeles (Ucla), che 50 anni fa “accese” Internet inviando il primo pacchetto di dati. È intervenuta anche, Daniela Rus, esperta di robotica e a capo del Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory del Massachusetts Institute of Technology (Mit).

Sabato 5, al Teatro Parenti, tra i venticinque i protagonisti ci sono stati Frans Timmermans, neo vice-presidente della Commissione Europea e Garri Kasparov, ex campione di scacchi, attivista, esperto di intelligenza artificiale. E poi hanno partecipato: Uri Levine, cofondatore di Waze,  Shoshana Zuboff, della Harvard Business School, autrice di un saggio sul potere dei colossi del Web (intitolato Il capitalismo della sorveglianza che la Luiss University Press pubblicherà il 10 ottobre); Lucy Hawking, giornalista e scrittrice, figlia del cosmologo inglese Stephen Hawking, Kira Radinsky, direttore data science ad eBay;  Peter Wadhams, oceanografo, a capo del Polar Ocean Physics Group alla University of Cambridge.

Non poteva mancare anche Luciano Floridi, colui che appunto ha coniato il termine che dà il nome all’evento. Tra i vari ospiti anche, Roberto Viola, direttore del DG Connect alla Commissione Europea; Eugenio Coccia, rettore del Gran Sasso Science Institute; Massimo Banzi, uno dei “padri” del processore open source Arduino;  Roberto Cingolani, che a lungo ha guidato l’Istituto Italiano di Tecnologi; Rita Cucchiara, direttrice del Laboratorio di Intelligenza Artificiale e Sistemi Intelligenti del Consorzio interuniversitario per l'informatica;  i due scrittori italiani Alessandro Baricco e Roberto Saviano;  i sindaci di Milano e di Barcellona Giuseppe Sala e Ada Colau parte del Network delle città resilienti; il teologo Paolo Benanti e il filosofo Maurizio Ferraris.

Se uno dei temi più sentiti è quello degli alfabeti e analfabeti digitali per una scuola del futuro, altri esperti hanno approfondito molti temi di interesse, come  innovazione, social network,  monete virtuali,  mobilità sostenibile.

La presenza di così tanti ospiti con esperienze così diversificate ha permesso di affrontare tutte le sfaccettature della tematica. È stata l’occasione ad esempio per il finlandese Mika Rantakokko dell’università di Oulu, di presentare la prima flagship al mondo sul 6G, rete di prossima generazione che in futuro soppianterà in 5G. Ma anche di trattare una questione di primaria importanza, cioè analisi previsione e controllo dei cittadini e dei processi elettorali da parte degli Stati, grazie alla presenza di Antoinette Rouvroy che all’Università belga di Namur si occupa appunto di questo.

Simona Grossi

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Mon, 7 Oct 2019 19:32:46 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/501/1/la-prima-edizione-di-onlife-il-futuro-visto-da-vicino- simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Riduzione dei consumi e efficienza attraverso la Sharing economy https://www.simonagrossi.net/post/500/1/riduzione-dei-consumi-e-efficienza-attraverso-la-sharing-economy

La transizione dal modello economico lineare “produzione-consumo-smaltimento” al modello circolare non risponde più solo ad una necessità di crescita sostenibile, ma ormai anche ad un desiderio diffuso. Se da una parte rallenta o limita la pressione crescente sulle risorse mondiali e l’ambiente, dall’altra può concorrere a creare maggiore e migliore occupazione.

Questa transizione richiede la partecipazione e l’impegno di diversi gruppi di persone, e può essere favorita dagli sviluppi delle TIC e dai cambiamenti sociali. Il ruolo dei decisori politici è offrire alle imprese condizioni strutturali, prevedibilità e fiducia, e valorizzare il ruolo dei consumatori. Il mondo delle imprese può riprogettare completamente le catene di fornitura, mirando all’efficienza nell’impiego delle risorse e alla circolarità. I consumatori devono cogliere la grande portata dei benefici e dei vantaggi dei cambiamenti

Lo sviluppo dell’economia circolare può essere favorito sicuramente dal riutilizzare, dall’aggiustare, dal rinnovare e riciclare i materiali e i prodotti esistenti. Ma può anche aprire nuovi mercati promuovendo forme innovative di consumo: dalla convenzionale proprietà di prodotti o infrastrutture all’utilizzo, riutilizzo e condivisione di prodotti e di servizi.

L’erogazione dei servizi di sharing economy e pay-per-use, e anche l’offerta di piattaforme informatiche o digitali, permettono di aumentare il tasso di condivisione dei prodotti e di migliorare la loro efficienza in generale. Al momento, in Italia questo modello di mercato è ancora un’eccezione. Si sta sviluppando in questi anni nei trasporti (car/bike/motobike sharing) e nel settore degli imballaggi (per i pallet o per alcune bottiglie di vetro). Più tradizionalmente radicato è invece il mercato del noleggio di macchine per le costruzioni. Nel complesso la diffusione di queste modalità di consumo e il volume economico generato rimane comunque estremamente ridotto. E l’economia italiana non può perdersi questa occasione di sviluppo.

Uno studio interessante è stato pubblicato dalla Confartigianato[1], che ha osservato come la crescente digitalizzazione dell’economia e la sostenibilità della crescita stanno modificando i modelli di business delle imprese, con diversi gradi di intensità in relazione al comparto di attività e con una specifica accentuazione per l’artigianato. Secondo questo studio a metà 2017 in Italia risultavano:

  • 2.846.663 imprese operanti in settori legati alla Sharing economy;
  • 1.555.034 imprese operanti in comparti in cui la digitalizzazione sviluppa l’Internet delle cose (IoT);
  • 5.873.422 imprese operanti nei settori dell’Economia circolare.

Approfondendo l’esame, risultava come l’artigianato contasse 930.101 imprese interessate dall’Internet delle Cose, pari ad oltre la metà (59,8%) delle imprese nel complesso, 791.072 imprese operanti nella Sharing economy, pari al 27,8% delle imprese interessate da questo modello imprenditoriale e 535.114 imprese operanti nell’Economia circolare, pari ai tre quarti (61,3%) delle imprese operanti nello stesso settore.

Poiché le imprese possono essere interessate da uno o più modelli imprenditoriali, l’analisi è stata condotta tenendo conto di questo fattore, individuando così un totale di 3.629.763 imprese, il 59,7% complessivo, interessate da Internet delle Cose, Sharing economy ed Economia circolare.

Di questo totale 1 impresa su 3 (33,3%) è artigiana per un totale di 1.208.635 unità, raggiungendo in questo comparto una percentuale del 90,7% dimostrandone l’elasticità nell’adeguarsi alle nuove tendenze del mercato. Un quarto delle imprese italiane (24,2%) è interessata da almeno due dei tre modelli imprenditoriali in esame, fenomeno più evidente nel caso dell’artigianato: 2 imprese artigiane su 3 (69,5%) sono interessate da almeno due modelli imprenditoriali.

Approfondendo il tema della Sharing economy, i dati forniti da Eurostat sul noleggio e il leasing di apparecchiature per uffici offrono spunti di riflessione. L’Italia, tra le 4 più grandi economie europee, vanta la presenza più numerosa di imprese: 599 nel 2016 a fronte delle 287 e 276 rispettivamente della Germania e della Francia, e delle 453 (dato 2015) del Regno Unito. Il fatturato complessivo tuttavia risulta molto più basso nello stesso anno rispetto a quello della Francia e della Germania. Un adeguamento ai fatturati francesi o tedeschi consentirebbe anche di incrementare ulteriormente un’occupazione già significativa per l’Italia con 2.028 addetti nel 2016 (contro i 2.425 della Francia e del 1.967 della Germania).

Un punto forte della Sharing economy riguarda quello dei servizi di trasporto. La cosiddetta mobilità condivisa infatti offre molte alternative ed è in continua evoluzione. L’Osservatorio Sharing Mobility nel Primo Rapporto Nazionale del 2016 ha realizzato una classifica dei servizi di trasporto che possono essere inclusi all’interno della mobilità condivisa:

  • bikesharing;
  • carsharing;
  • scootersharing;
  • ridesharing/carpooling;
  • servizi a domanda (ridesourcing/TNC, ridesplitting/taxi collettivi, E-hail);
  • shuttles/navette e microtransit;
  • servizi di supporto (aggregatori/trip o journey planner e parksharing).

Bisogna notare che il fenomeno della mobilità condivisa è legato alla più complessa trasformazione del comportamento degli individui che, lentamente ma progressivamente, iniziano a preferire l’accesso temporaneo ai servizi di mobilità piuttosto che utilizzare il proprio mezzo di trasporto, fino a non possederlo affatto. Di pari passo l’affermazione e la diffusione di servizi di mobilità che utilizzano piattaforme digitali, facilitano la condivisione di veicoli e/o dei tragitti, promuovono servizi flessibili e scalabili che sfruttano le risorse latenti già disponibili nel sistema dei trasporti.

In Italia, il 2° rapporto nazionale dall’Osservatorio Sharing Mobility, registra la crescita e il rafforzamento del settore nel suo complesso, e in particolare per quanto riguarda il numero di servizi offerti. Nel triennio 2015-2017, infatti, il totale dei servizi di mobilità condivisa è aumentato mediamente del 17% all’anno. È possibile stilare una classifica regionale che vede al Sud una crescita più forte, con un balzo del 57% nel triennio considerato. Negli stessi anni sia per il centro che per il Nord Italia l’aumento dei servizi di sharing mobility è stato invece pari al 31%. Il totale dei servizi sparsi sul territorio italiano a fine 2017 era 357, con il 58% dei servizi totali nelle Regioni del Nord Italia, il 26% nelle Regioni del Mezzogiorno, il 15% al Centro e l’1% di servizi attivi su scala nazionale.

Simona Grossi

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Mon, 9 Sep 2019 19:34:38 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/500/1/riduzione-dei-consumi-e-efficienza-attraverso-la-sharing-economy simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Chi è il Mobility Manager nelle aziende https://www.simonagrossi.net/post/499/1/chi-e-il-mobility-manager-nelle-aziende

Uno dei punti forti della Sharing economy è senza dubbio la mobilità condivisa. Sempre più aziende ma anche enti pubblici puntano ad incentivare il car sharing dei dipendenti.

Già con il D.M. del 27 marzo 1998 è stata introdotto la figura del Mobility Manager, cioè il responsabile della “Mobilità sostenibile nelle aree urbane”. Il suo lavoro è quello di studiare strategie per la riduzione dell’uso del mezzo di trasporto privato individuale e per un miglioramento dell’organizzazione degli orari per limitare la congestione del traffico. Queste strategie confluiscono in un piano annuale per ridurre il traffico, e quindi influire positivamente sulla qualità dell’aria, e ottimizzare i costi per gli spostamenti. La redazione di questo piano, il PSCL o Piano degli Spostamenti Casa Lavoro, è il compito principale del Mobility Manager.

Con il D.M. del 20 dicembre 2000, recante “Incentivazione dei programmi proposti dai mobility manager aziendali”, è stata definita anche la funzione del Mobility Manager di Area, quale responsabile della struttura di supporto e di coordinamento dei Mobility Manager Aziendali presso i Comuni e infine nel 2015 è stata introdotta anche la figura del Mobility Manager Scolastico, “scelto su base volontaria”, per tutti gli istituti scolastici di ogni ordine e grado. Tutte queste norme hanno l’obiettivo di incentivare e potenziare la mobilità sostenibile. E le tre figure introdotte, il Mobility Manager Aziendale, quello di Area e quello Scolastico hanno compiti propri e specifici ma con il medesimo scopo.

Negli ultimi anni la domanda di competenze nel settore della mobilità è cresciuta sensibilmente, tanti che è stata pubblicata la prassi di riferimento UNI/PdR 35:2018 “Profili professionali della mobilità aziendale – Requisiti di conoscenza, abilità e competenza e indirizzi operativi per la valutazione della conformità”. Il testo della prassi è pubblicato sul sito dell’UNI, Ente di Unificazione Italiano[1].

Sulla base dei criteri del Quadro europeo delle qualifiche (EQF) nel documento sono definiti i requisiti di quattro profili professionali della mobilità aziendale: mobility manager, fleet manager, travel manager e corporate mobility manager. Ne indica compiti e attività specifiche e relative conoscenze, abilità e competenze. Il documento fornisce anche gli indirizzi operativi per la valutazione della conformità ai requisiti di conoscenza, abilità e competenza definiti per i profili professionali.

In particolare, le attività e le responsabilità del Mobility Manager è stata meglio definita, aggiornandola rispetto alle attuali esigenze di mobilità aziendale e di mercato. Deve infatti introdurre sistematicamente nel settore della mobilità tecniche normalmente utilizzate per l’inserimento nel mercato di altri beni o servizi per aggiungere elementi di valore strategico.

Di fatto non è più solamente la figura che elabora il PSCL e ottimizza la mobilità riducendo l’uso delle vetture private, ma anche colui che crea programmi di mobilità per gruppi di dipendenti in funzione delle esigenze espresse e di quelle, soprattutto, inespresse risultanti ad esempio da indagini ed analisi appositamente svolte. Per esempio definisce insieme al travel manager, al fleet manager e al corporate mobility manager i processi gestionali per l’organizzazione dei viaggi aziendali nella loro interezza, prendendo in esame più modalità (auto short/long term, aereo, bike/car sharing, treno, ecc.).

Poiché le sue attività attività-responsabilità sono molteplici, un Mobility Manager dovrebbe possedere conoscenze, abilità e competenze che spaziano dall’ambito delle tecniche di analisi statistica ed ambientale a quello della gestione logistica e trasporti, senza tralasciare la comunicazione e il marketing.

Uno dei compiti più importanti è quello di gestire la comunicazione e il flusso delle informazioni verso gli stakeholder interni ed esterni. È anche un ruolo chiave e delicato perché dedicato anche al monitoraggio del livello di soddisfazione degli utenti, attraverso indagini specifiche.

Tra le altre cose il Mobility Manager deve anche fornire dati per il “foot print” aziendale, dimostrando l’abbattimento delle emissioni per le scelte di mobilità effettuate, sia fisiche sia virtuali.

Il Sole 24 ore nel 2016 ha censito in Italia circa 850 Mobility Manager, di cui 750 aziendali. Spesso alla base di questa carriera ci sono anche motivazioni di carattere generale, collegate ai temi dell'ambientalismo e dell'ecologia. In un certo senso si tratta di un lavoro "socialmente utile" perché è strettamente connesso alla lotta all'inquinamento e alla riduzione dell'impatto ambientale provocato dagli spostamenti dei dipendenti che si recano al lavoro utilizzando ciascuno la propria automobile.

In virtù di questo, probabilmente, la competenza fondamentale sia la capacità di svolgere i compiti in interconnessione costante con le numerose realtà che operano nel settore e di adattarsi, soprattutto se ci si muove in un contesto complesso e difficile come quello metropolitano, cercando di superare gli inevitabili ostacoli.

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Wed, 4 Sep 2019 19:51:34 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/499/1/chi-e-il-mobility-manager-nelle-aziende simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’educazione ambientale diventa parte integrante dell’insegnamento dell’Educazione Civica https://www.simonagrossi.net/post/498/1/l-educazione-ambientale-diventa-parte-integrante-dell-insegnamento-dell-educazione-civica

Dopo il voto all'unanimità della Camera, il Senato ha approvato definitivamente il provvedimento che rende di nuovo l'educazione civica materia di studio obbligatoria con voto in pagella[1]. La nuova legge, composta di 12 articoli dopo il testo unificato uscito dalla commissione cultura della Camera, prevede che nel primo e nel secondo ciclo di istruzione sia istituito l'insegnamento trasversale dell'educazione civica, e che iniziative di sensibilizzazione alla cittadinanza responsabile siano avviate già a partire dalla scuola dell'infanzia.

Oltre ai temi tradizionalmente parte dell’Educazione Civica, nelle 33 ore annue sarà dato spazio anche ad argomenti adottati dall'assemblea generale delle Nazioni Unite già il 25 settembre 2015: l'educazione alla cittadinanza digitale, gli elementi fondamentali di diritto con particolare riguardo al diritto del lavoro, l'educazione ambientale, lo sviluppo eco-sostenibile, la tutela del patrimonio ambientale e delle identità, e infine l'educazione alla legalità.

La scelta di inserire questi nuovi argomenti, non è solo doverosa e attuale, ma anche lungimirante. Affinché il pianeta e la nostra società abbiano un futuro, è importante che lo sviluppo dell’economia avvenga nel rispetto dei diritti delle persone e degli equilibri della natura. Lo sviluppo che risponde alle esigenze del presente senza compromettere i bisogni delle generazioni future viene appunto chiamato sviluppo sostenibile. L’urgenza nasce dal fatto che la crescita globale della popolazione e il progressivo esaurimento delle fonti energetiche (e delle materie prime) non rinnovabili mettono a rischio gli equilibri che regolano l’economia, la società e la vita stessa.

La sostenibilità è da intendersi come un processo continuo, che richiama la necessità di coniugare tre dimensioni fondamentali e inscindibili: ambientale, economica e sociale. Le diverse componenti dello sviluppo sostenibile devono essere affrontate a livello politico. L’Unione Europea se ne sta occupando da anni, ponendo l’accento sulle problematiche economiche e sulle ricadute ambientali delle scelte operate dai diversi Paesi. Ma il concetto di sviluppo sostenibile deve essere tenuto in considerazione anche nelle scelte compiute da ogni individuo, perché il problema riguarda tutti e le azioni del singolo contribuisce a determinare il futuro dell’umanità.

Nel 2016 l’ONU ha dato il via a un ambizioso piano d’azione per lo sviluppo sostenibile chiamato Agenda 2030: individua 17 obiettivi da raggiungere in 15 anni. Tra gli obiettivi principali c’è l’estensione all’intera umanità dell’accesso all’acqua potabile e all’energia da fonti affidabili e rinnovabili. All’Agenda si collega il Programma d’azione globale per l’Educazione allo Sviluppo Sostenibile, che punta a sensibilizzare scuole e realtà private affinché diffondano tra i giovani i valori e i comportamenti necessari per rendere davvero sostenibile il futuro.

Da decenni l’Unesco promuove l’educazione dei giovani ad uno sviluppo che sia sostenibile dal punto di vista ambientale e che possieda alcuni requisiti:

• l’immissione di sostanze inquinanti e di scorie nell’ambiente non deve superare la capacità di assorbimento della natura;

• l’utilizzo delle risorse non deve essere superiore alla loro velocità di rigenerazione;

• il prelievo di risorse non rinnovabili deve essere via via ridotto e compensato dalla produzione di una pari quantità di risorse rinnovabili in grado di sostituirle;

• più in generale, il peso delle attività umane sui sistemi naturali non deve superare la capacità di carico della natura.

Il concetto di sviluppo sostenibile si intreccia dunque con tante tematiche in un’ottica multidisciplinare: dalla produzione di energia da fonti rinnovabili al risparmio energetico, dal rispetto dell’acqua al riciclo dei materiali e alla corretta gestione del ciclo dei rifiuti.

Energia e acqua sono beni indispensabili per la vita e il benessere dell’uomo. I principi della sostenibilità, la tutela dell’ambiente, la corretta gestione dei rifiuti sono presupposti fondamentali perché la vita e il benessere non siano preclusi alle nuove generazioni.

Lo Stato sembra aver ben chiara l’importanza di informare e sensibilizzare i giovani affinché maturino una profonda consapevolezza in merito a queste tematiche, e la scuola deve essere il luogo privilegiato in cui questa consapevolezza possa maturare sotto la guida di insegnanti, punto di riferimento e allo stesso tempo interlocutori pazienti.

L’educazione ambientale non può prescindere però anche da collaborazioni attivabili tra il mondo della formazione primaria e secondaria, e le Imprese che si occupano di energia, trattamento delle acque e gestione dei rifiuti. Una buona prassi è senz’altro la possibilità di organizzare per le scolaresche lezioni a tema, laboratori didattici, visite presso gli impianti.

Il Gruppo Green Holding, impegnato da oltre 20 anni nella gestione integrata dei rifiuti urbani e industriali, già da tempo promuove attività di educazione ambientale che si inseriscono in un processo di trasparenza e coinvolgimento del territorio sulle attività del gruppo.

L’iniziativa «Impianti Aperti» promossa da Gruppo Green Holding ad esempio è dedicata ai cittadini interessati a comprendere le attività legate al trattamento e allo smaltimento dei rifiuti civili e industriali, le opportunità relative al processo «Waste-to-Energy» e le tecnologie impiegate per garantire al territorio la massima sicurezza in conformità con le norme vigenti.

Il progetto “Green Holding fa Scuola” è rivolto invece agli istituti scolastici e universitari del territorio coinvolti in un percorso formativo di educazione ambientale: il progetto si propone di instaurare un rapporto di dialogo con gli studenti su tematiche legate al ciclo dei rifiuti e della sua interconnessione quotidiana con lo stile di vita dei ragazzi e delle loro famiglie. L’obiettivo del progetto è di fornire strumenti ludico-formativi per rafforzare le buone pratiche della salvaguardia ambientale e invitare ad una tutela del nostro ecosistema che segua un principio di impegno e responsabilità collettiva.

In un momento di rapide trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche, tutti gli attori della società devono guardare con fiducia al futuro e conciliare un orizzonte internazionale con l’attenzione dedicata alla realtà italiana. L’obiettivo comune in fondo, della scuola e del mondo delle imprese, è trasmettere valori e conoscenze al maggior numero possibile di studenti. Nella speranza che le buone pratiche suggerite possano contribuire a farne cittadini informati e consapevoli.

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Mon, 19 Aug 2019 20:07:57 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/498/1/l-educazione-ambientale-diventa-parte-integrante-dell-insegnamento-dell-educazione-civica simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
XXII Esposizione Internazionale della Triennale di Milano: Broken Nature https://www.simonagrossi.net/post/497/1/xxii-esposizione-internazionale-della-triennale-di-milano-broken-nature

Nel 1923 nasceva a Monza la prima Esposizione Internazionale delle arti decorative[1]: la manifestazione con cadenza biennale aveva l’obiettivo di stimolare le relazioni tra industria, arte e società. Alla base vi era la concezione dell’unitarietà di tutte le forme d’arte e delle espressioni creative collegate alle evoluzioni sociali e allo sviluppo economico.

Nel 1933 la rassegna di Monza diventa triennale e si sposta a Milano nel nuovo Palazzo dell’Arte progettato dall’architetto e accademico Giovanni Muzio, grazie alla donazione di 5 milione dei fratelli Bernocchi al Comune. Il Palazzo di circa 12.000 mq, noto anche come “Palazzo Bernocchi”, doveva ospitare l’Esposizione Triennale Internazionale delle Arti Decorative e Industriali Moderne e dell’Architettura Moderna.

Inizia così la vita della Triennale, che da oltre 90 anni è un punto di riferimento culturale ed economico, in Italia e all’estero Il nucleo principale della collezione permanente include 1.600 oggetti di design italiano, dal 1927 ad oggi: arredo, complementi, elettronica.

Quest’anno la XXII Esposizione Internazionale della Triennale è intitolata “Broken Nature: Design Takes on Human Survival” a cura di Paola Antonelli, Senior Curator del Dipartimento di Architettura e Design e direttrice del reparto Ricerca e Sviluppo al MoMA di New York. L’Esposizione, visitabile dal 1 marzo al 1 settembre 2019, è composta da una mostra tematica e da 21 Partecipazioni Internazionali che coprono tutti i continenti offrendo una proposta diversificata in termini di temi, prospettive, contesti di provenienza.

Il titolo chiarisce da subito che si tratta di un’indagine approfondita sui legami che uniscono gli uomini all’ambiente naturale. La mostra propone diverse prospettive sull’agire umano a discapito o a beneficio dell’ambiente. Sono stati selezionati oltre cento progetti che vogliono risanare proprio questi legami compromessi: i diversi progetti di architettura e design esplorano il concetto di design ricostituente e mettono in risalto strategie che reinterpretano il rapporto tra gli esseri umani e il contesto in cui vivono. Nascono così suggestive istallazioni e racconti carichi di significato.

La mostra tematica include alcuni lavori commissionati appositamente per questa edizione che propongono approcci creativi che mirano a correggere “la rotta di autodistruzione dell’umanità[2], e invitano a pensare in maniera diversa le relazioni con l’ambiente e tutte le altre specie, uomini inclusi. Questi progetti sono in diversi casi la continuazione di opere iniziate in precedenza e si caratterizzano come un’attività di ricerca continua.

Ad esempio Ore Streams, di Formafantasma, è un’indagine sul riciclo dei RAEE, i preziosi rifiuti elettronici oggi al centro di numerosi progetti di recupero. L’obiettivo è mostrare come il design possa essere impiegato per correggere i difetti nell’attuale sistema di gestione dei rifiuti, per promuovere un cambiamento consapevole verso il riconoscimento dei rifiuti come nuovi materiali. L’analisi approfondita del ciclo dei rifiuti ha avuto inizio durante la NGV Triennial di Melbourne nel 2017. Viene presentata una collezione di mobili per ufficio costruiti con materiali di scarto o risultanti da processi di recupero.

The Room of Change invece, di Acccurat, è un’installazione composta da una sorta di arazzo di dati, che illustra come molteplici aspetti del nostro ambiente siano cambiati, come stiano cambiando e come probabilmente cambieranno in futuro. L’installazione racconta storie di persone e l’evoluzione nel tempo della loro relazione con ciò che le circonda, in una stratificazione che evidenzia la capillarità dei cambiamenti.

Alla mostra si affiancano numerosi contributi dei padiglioni delle numerose realtà internazionali partecipanti, come, ad esempio il progetto dei United Visual Artists che contribuiscono alla mostra con la loro installazione Great Animal Orchestra (2016) composta da registrazioni di ambienti naturali del biofonologo e scienziato Bernie Krause.

La mostra si compone anche di un’esposizione di divulgazione scientifica a cura di Stefano Mancuso, autorità mondiale nel campo della neurobiologia vegetale, dal titolo “La Nazione delle Piante”. Per evitare un futuro catastrofico per l’umanità bisogna guardare alle piante non solo per quello che hanno da offrirci, ma per quello che possono insegnarci. Le piante sono dotate di sensi, memorizzano e comunicano tra loro come organismi intelligenti. Nella loro evoluzione hanno trovato soluzioni efficienti e non predatorie nei confronti dell’ecosistema.

Ci sono poi 4 progetti, che racchiudono e sintetizzano bene il messaggio della Triennale: si tratta di vere e proprie opere di “biodesign” e “design rigenerativo”[3] che andrebbero assolutamente viste.

Il primo progetto, “Algae Geographies”, è sviluppato dal team dell’Atelier Luma di Arles. L’opera valorizza le potenzialità delle zone umide, come bacini di proliferazione, produzione e coltivazione d’innumerevoli tipi di alghe. Queste, opportunamente lavorate, sono all’origine delle bioplastiche, plastiche biodegrabili perché ricavate da materie prime naturali. Avviato nel 2017 in Camargue, il laboratorio si è ora allargato a diversi Paesi del bacino del Mediterraneo, fino ad interessare anche la Sardegna. Tra le variegate produzioni degne di nota colpiscono i vasi in microalghe e biopolimeri stampati in 3D (Studio Klarenbeek & Dros), esempio di intreccio tra tradizione locale, tecnica innovativa e modellazione sostenibile.

Il progetto Hy-Fi di The Living presenta invece la tecnica della “biosaldatura”: blocchi di micelio vivo e fibra di granoturco crescono insieme in casseforme creando solidi legami, e architetture che sono anche in grado di autoripararsi. Per i due pezzi realizzati per la Triennale, Voxel Bio-Welding e Jammed Bio-Welding, il materiale nelle fasi iniziali è stato compresso in casseforme, per poi lasciarlo crescere tutto insieme in loco.

La Polonia, uno dei principali paesi produttori ed esportatori di prodotti in legno, presenta alla XXII Triennale una piccola e suggestiva installazione che invita a riflettere sulla necessità di adottare modi di produrre più responsabili. The MYCO System (curatori Gurowska-Szydlowska-Siuda dell’Adam Mickiewicz Institute) è una pedana in legno, inclinata e forata secondo le costellazioni celesti. L’invito è a cambiare prospettiva e guardare il mondo dal sottosuolo, dove proliferano radici e miceli, prima e irrinunciabile parte di un progetto sostenibile. La cooperazione tra le specie, ben esemplificata dal sistema esseri umani, alberi e funghi, è sempre più necessaria e urgente.

Infine il quarto progetto, The Silk Pavilion: i bachi da seta sono stati addestrati a rinunciare all’abitudine del bozzolo per intessere solide superfici architettoniche sulla struttura di una cupola stampata in 3D nel Padiglione della Seta, realizzato nel 2013 da Neri Oxman e dai ricercatori di Mediated Matter del MIT Media Lab.

Come Paola Antonelli ha dichiarato l’anno scorso in un’intervista a Domus[4][…]Il biodesign è un campo nuovo non perché il design non abbia mai preso in considerazione la biologia, ma perché i biologi sono più ricettivi e disponibili a partecipare alle loro sperimentazioni. Grazie alla tecnologia digitale e all’intelligenza artificiale, il design oggi è più vicino alla comprensione del modo in cui la natura progetta e costruisce.

Simona Grossi

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Mon, 12 Aug 2019 17:32:04 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/497/1/xxii-esposizione-internazionale-della-triennale-di-milano-broken-nature simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Scuola e Ambiente: la proposta green del Ministero della salute https://www.simonagrossi.net/post/496/1/scuola-e-ambiente-la-proposta-green-del-ministero-della-salute

La consapevolezza che l’ambiente non può essere considerato uno spazio illimitato e che le risorse del pianeta non sono infinite è l’idea che sta alla base di quella che sarà, a partire dal nuovo anno scolastico, una delle materie d’insegnamento, l’Educazione Ambientale.

Finalità del progetto non è solo l’educazione al rispetto dell’ambiente ma fornire uno sguardo più ampio sui fattori quali mutamenti politici, economici, culturali e sociali che concorrono a modificare il rapporto uomo-natura, la nostra concezione del mondo e il nostro reagire di fronte a esso. La scommessa è fornire al problema ecologico una risposta, tra le altre, di tipo educativo. Formare nell’ambiente vuol dire costruire il futuro del nostro pianeta ed è necessario fornire un’educazione di qualità anche su questi temi.

Nonostante l’anno si sia da poco concluso, è già da dicembre che il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare insieme al Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca ha elaborato un piano nazionale per l’Educazione ambientale nelle scuole italiane di ogni ordine e grado.

Il protocollo d’intesa è stato sottoscritto il 5 dicembre dello scorso anno al MIUR dal Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e dal Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio Sergio Costache e punta a rendere strutturali i percorsi di educazione ambientale nelle scuole. Il protocollo così inteso ha visto lo stanziamento da subito di 1,3 milioni di euro per le istituzioni scolastiche[1].

Sono previsti percorsi di educazione ambientale per gli studenti, progetti e attività a supporto delle iniziative autonome delle scuole, programmi di formazione e aggiornamento per docenti e ATA. Saranno, poi, promosse azioni e iniziative che favoriscano lo sviluppo di curricula e di esperienze scuola-lavoro nel settore della green economy, nonché esperienze didattiche sul campo e viaggi d’istruzione in contesti naturali, quali le aree protette italiane e alle aree di interesse naturalistico.

“Con l’accordo che sigliamo oggi, puntiamo a creare una collaborazione strutturata fra i nostri Ministeri e a definire un Piano di interventi concreti, che non resteranno sulla carta, per consentire ai nostri studenti di entrare in contatto da subito e in maniera attenta e consapevole con l’ambiente” ha dichiarato il Ministro Bussetti, che vede la proposta nell’ottica di costruzione di una cittadinanza più attiva.

Moltissimi sono gli enti e le istituzioni pronti a sostenere questi progetti per i quali hanno lanciato vere e proprie campagne sociali: AMREF Health Africa per un’educazione alla cittadinanza globale che costruisca un ponte immaginario fra Italia e Africa[2], Lega Antivivisezione (LAV) che porta gli animali fra i banchi di scuola, Legambiente e Fondo Italiano per l’Ambiente (FAI) che promuovono percorsi guidati alla scoperta del nostro patrimonio naturale e artistico[3].

I progetti di educazione ambientale nelle scuole verteranno su tematiche quali la qualità dell’aria e l’energia pulita, la valorizzazione della biodiversità, la raccolta differenziata dei rifiuti e la lotta alle ecomafie. Il piano non sarà comunque solo “cosa di giovani”. Il protocollo prevede programmi di formazione ed aggiornamento per docenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario delle scuole. Tali attività dovranno favorire lo sviluppo di curricula ed esperienze di scuola-lavoro nel settore della green economy[4].

Le iniziative non hanno tardato ad arrivare, le prime si sono concentrate nella lotta al plastic waste. Sono stati presentati due progetti, ideati rispettivamente dalla Scuola dell’infanzia “Baita” - Istituto comprensivo “Ardea 1” di Ardea (RM) e, congiuntamente, dalla direzione didattica “Aldo Moro” di Vallo della Lucania (SA) e dall’I.C. di Teggiano (SA). In merito a quest’ultimo progetto, è stato sottoscritto un accordo tra il Parco del Cilento e la Consac Gestioni Idriche, per la distribuzione di borracce a tutti gli studenti dei comuni del parco nazionale. Il loro utilizzo, è stato stimato, eliminerà circa tre milioni e mezzo di bottigliette. Simbolicamente, le due scolaresche cilentane hanno regalato ai bambini romani le loro borracce, per uno scambio in segno di amicizia.

Il prossimo appuntamento sarà poco prima dell’apertura del nuovo anno scolastico, il 10 settembre, per il World Cleanup Day per cui le scuole hanno organizzato a livello individuale campagne di comunicazione, spot video/radiofonici e contenuti per i social network sui temi dell’utilizzo del corretto smaltimento dei rifiuti e del loro ciclo di vita

Simona Grossi


[1] Comunicato stampa, Scuola, Bussetti e Costa firmano protocollo d’intesa: 1,3 milioni per l’educazione ambientale, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, 5 dicembre, 2018.

[2] Si veda la sezione “a scuola con AMREF Health Africa”, ascuolaconamref.amref.it.

[3] Per maggiori informazioni si consulti www.fondambiente.it/il-fai/scuola.

[4] Pierluigi De Santis, Educazione ambientale nelle scuole, si “aprono le porte”, Ambrient&Ambienti, 23 gennaio 2019.

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Mon, 5 Aug 2019 17:16:13 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/496/1/scuola-e-ambiente-la-proposta-green-del-ministero-della-salute simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’engagement aziendale: ingrediente fondamentale per una strategia d’impresa responsabile e attuale https://www.simonagrossi.net/post/495/1/l-engagement-aziendale-ingrediente-fondamentale-per-una-strategia-d-impresa-responsabile-e-attuale

Quando si parla di responsabilità sociale d’impresa, il binomio competitività e sviluppo sostenibile per il territorio di riferimento sono imprescindibili. Come si traducono queste parole in una vincente strategia d’impresa?

Attraverso un modello di business ispirato a pochi principi, riassumibili in 4 parole chiave: ambiente, qualità, sicurezza e salute. Quindi largo al miglioramento dell’efficientamento dei processi produttivi e contemporaneamente all’implementazione di soluzioni tecnologiche sempre più green. Integrando necessariamente una forte attenzione alla tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, nonché un sempre maggiore coinvolgimento delle varie categorie di stakeholders[1].

Oltre a migliorare costantemente le proprie prestazioni è necessario verificare il raggiungimento dei relativi obiettivi specifici per risultati positivi non soltanto in termini economici, ma anche nella capacità di analizzare e interpretare rapidamente il mercato, e di proporre innovazioni e adeguamenti.

A questo modello quindi, sicuramente vincente, manca però un ulteriore ingrediente: l’engagement aziendale.

Oggi l’engagement delle persone all’interno delle aziende è di fondamentale importanza. Come spiega la piramide dei bisogni di Maslow, l’individuo, per essere motivato nel suo lavoro, deve avere sicurezza, stima e autorealizzazione[2]. Questi obiettivi potrebbero essere raggiunti investendo nella formazione aziendale, dedicata sia ai manager, sia ai membri dello staff che ai dipendenti. Il business potrebbe essere quindi incrementato sia in termini di quantità del lavoro che di qualità.

Anche se ormai è generalmente riconoscono l’impatto positivo sulla produttività di una forza lavoro motivata e flessibile, in Italia molte aziende non puntano ancora sullo sviluppo delle competenze dei propri dipendenti. Anzi, talvolta, la formazione aziendale tende a non essere considerata una priorità.

Investire in formazione e incrementare le opportunità per ampliare le conoscenze dei propri dipendenti è invece uno strumento che può aiutare ad affrontare le sfide poste da uno scenario, quello del lavoro odierno, in continuo cambiamento.

Bisogna soffermarsi sulle due principali strategie di apprendimento cui si parla negli ultimi anni: prendendo in prestito una terminologia propria del marketing, si distingue la modalità push e la modalità pull. La prima si riferisce ai classici corsi di formazione aziendale, mentre la seconda si basa più su una logica on-demand, in cui i dipendenti vengono incoraggiati a pensare e organizzare autonomamente la propria formazione. Il passaggio graduale verso la modalità pull, in linea con l’evoluzione della tecnologia, non presuppone l’abbandono totale del modello tradizionale[3].  

Per creare un ambiente di apprendimento olistico e riuscire a coinvolgere i dipendenti entrambe le strategie dovrebbero coesistere.

Ci sono alcuni accorgimenti che una buona gestione moderna della formazione aziendale dovrebbe sempre seguire. La formazione infatti deve essere pertinente, e i contenuti formativi devono essere unici e studiati appositamente per ciascuna figura aziendale. L’uso di scenari reali o il ricorso a esperti interni sono buone pratiche per coinvolgere i dipendenti e dare importanza alla formazione per specifici temi soprattutto quando si tratta di formazione obbligatoria.

Le persone vogliono essere non solo interessate ma anche ispirate. Un ruolo importante può giocarlo l’autonomia: esiste la possibilità di creare percorsi formativi che possono essere fruiti in qualsiasi momento e luogo (si pensi ad esempio al caso dei fortunati video Ted Talks[4]). È importante anche mantenere l’attenzione e la concentrazione delle persone, eventualmente ricorrendo alla gamification per rendere il processo più interattivo[5].

Una strategia di business al passo con i tempi quindi sa riconoscere il ruolo importante delle proprie persone, e ha tra le sue priorità un piano di formazione continua e una efficace comunicazione aziendale. Il mercato richiede alle aziende di avere dei dipendenti in possesso di conoscenze multidisciplinari e la capacità di offrire soluzioni tecnologicamente avanzate. Il monitoraggio dei risultati poi è l’unico modo per capire se si è sulla strada giusta. Sia in termini di ROI a breve termine sia di impatto sul business nel lungo periodo.

Per creare un ambiente di formazione continua, andrebbe stimolata soprattutto la competenza del problem solving: fornire gli strumenti a tutti per cercare da soli risposte e soluzioni. L’azienda dovrebbe curare anche campagne di comunicazione attraverso attività di approfondimento, divulgazione e partecipazione mirate e finalizzate alla conoscenza degli obiettivi aziendali, delle procedure operative interne e delle problematiche legate a temi quali l’ambiente di lavoro e la salute e sicurezza dei lavoratori.

Nella realtà operativa la gestione delle risorse umane è molto più di quello che emerge: non è finalizzata solo ad attrarre talenti ed a valorizzarne le competenze professionali, ma è altresì volta a creare un ambiente di lavoro che favorisca l’instaurarsi e il mantenimento di positive relazioni di collaborazione, come pure lo stimolo e la passione per ciascuna mansione svolta, e infine a definire veri e propri percorsi di crescita e di sviluppo delle persone. I dipendenti mettono in campo le competenze tecniche e l’esperienza ma possono trasmettere anche il loro complesso valoriale.

L’organizzazione di piani di formazione e aggiornamento deve tener conto del ruolo e delle competenze di ciascuna risorsa, ma anche delle sue potenzialità. Un corretto sviluppo aziendale passa necessariamente attraverso la valorizzazione del ruolo di tutti i dipendenti: è infatti possibile definire opportuni percorsi di carriera per le singole risorse. Si tratta di processi di crescita che svolti nel tempo con sistematicità e coerenza, conducono alla costituzione, per ogni area aziendale, di risorse interne con elevate skills e competenze.

Il Gruppo Green Holding SPA riconosce un grande valore ai propri dipendenti e in questi anni ha aumentato progressivamente le risorse destinate alla formazione aziendale, in virtù dell’importanza sia in termini di responsabilità sociale sia come strumento per aumentare la profittabilità nel lungo periodo. Il Gruppo ha avviato una gestione centralizzata dell’attività ed una organica progettazione dei vari piani formativi, e questa strategia sembra essere la più appropriata per un gruppo così grande e articolato.

Infatti tra le varie iniziative di formazione -finanziata, non finanziata, interna e gratuita- negli ultimi anni i Fondi per la Formazione Finanziata (FONDIR) hanno riconosciuto la qualità dei piani formativi sviluppati dall’intero del Gruppo. Tanto che il 25 ottobre 2018 il Gruppo Green Holding ha anche ottenuto da FONDIR il riconoscimento di “Certificazione della qualità della progettazione formativa”.

Simona Grossi

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Mon, 15 Jul 2019 19:12:05 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/495/1/l-engagement-aziendale-ingrediente-fondamentale-per-una-strategia-d-impresa-responsabile-e-attuale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Land Art: un legame unico tra l’individuo e l’ambiente https://www.simonagrossi.net/post/494/1/land-art-un-legame-unico-tra-l-individuo-e-l-ambiente

Il mondo dell’arte, per sua intrinseca vocazione, non può essere estraneo alla sostenibilità ambientale. Anzi si può dire che sia il precursore del vivere e consumare sano.

Non è un caso che tra gli anni ’60 e ’70 negli Stati Uniti si cominciò a parlare di Land Art, come di un movimento di rottura con un'arte commerciale e legata agli spazi chiusi. Gli artisti sentivano il bisogno di liberarsi di vincoli e trovare nuove possibilità di intervento in spazi aperti e naturali. Già in quegli anni la Land Art metteva al centro la natura e faceva uso di materiali naturali.

Durante il corso degli anni si sono sviluppati diversi filoni, anche molto diversi tra loro come modalità e impatto. Il nuovo corso naturalistico della Land Art è nato in Svizzera a Grindelwald, dove si tiene il Landart Festival, forse la più importante manifestazione al mondo dove natura e arte si incontrano e si celebra l’arte sostenibile.

Questo Festival ha celebrato a giugno dello scorso anno il suo 20 ° anniversario. Durante questo tipo di manifestazioni artisti di diversi paesi creano sculture all'aperto. Tutti i materiali devono essere reperiti nell'ambiente circostante, mentre passanti e visitatori possono guardare gli artisti al lavoro e ammirarne le creazioni.

Oggi uno dei punti fermi di questa forma d’arte è che tutte le opere siano deperibili: utilizzando rami, sassi, foglie e tutto ciò che la natura mette a disposizione la Land Art è al 100% ecosostenibile perché restituisce all’ambiente ciò che ha preso in prestito.

Ciò che più affascina della land art è che l’artista prende in prestito ciò che la natura gli offre per poi restituirglielo. Si viene così a creare un legame unico tra l’individuo e l’ambiente stesso, in cui l’artista è immerso e nel quale vuole lasciare un segno indelebile.

Un esempio precursore di land art in Italia risale al terremoto del 1968 che colpì la Valle del Belice in Sicilia. In seguito a quella calamità, il sindaco di Gibellina, lanciò un appello agli artisti per disegnare una nuova città. Tra i molti artisti che risposero per una nuova città d’arte postmoderna, Burri, realizzò qualcosa di assolutamente innovativo: nel 1984, sulle macerie della vecchia Gibellina, gettò un’enorme colata di cemento bianco, creando il suo celebre Grande Cretto. Questa meravigliosa opera di land art è un segno indelebile sul territorio: le fenditure e i blocchi ricalcano l’impianto urbanistico della città scomparsa.

In questi decenni sono poi nate in Italia delle manifestazioni per celebrare questa forma di arte sostenibile. Ad esempio in Trentino si celebra la land art con Arte Sella, una manifestazione nata nel 1986 e che si svolge all’aperto nei prati e nei boschi della Val di Sella[1]: le opere sono solitamente tridimensionali, ottenute con foglie, rami, tronchi o sassi. Chiusa la manifestazione, le creature sono abbandonate e la natura può rimpossessarsi di esse e riprendere il suo ciclo vitale naturale.

Sempre nel nord-est, questa volta a Pordenone, si è tenuta dal 20 maggio al 31 agosto 2018 la terza edizione di Humus Park, un’iniziativa che ha coinvolto artisti nazionali ed internazionali, per la realizzazione di opere rimaste visibili al pubblico tutta l’estate. E quest’anno dal 5 luglio al 3 agosto una mostra fotografia sulla precedente edizione consentirà di riscoprire nuovamente il territorio, attraverso le foto delle istallazioni[2].

Questa forma d’arte, in cui la natura si afferma come sfondo perfetto dell’intervento estetico e creativo, apre e riapre il dibattito sul rapporto tra arte e sostenibilità ambientale.

Le istallazioni artistiche non sempre sono facilmente fruibile, visti i luoghi in cui viene realizzata e vista l’azione degli agenti atmosferici e del tempo, e probabilmente proprio in questo risiede la forza travolgente e di grande impatto della land art.

In quest’arte, dunque, che ha massimo rispetto della natura e dell’ambiente, risiede anche il tentativo di sensibilizzare il pubblico alla tematica improcrastinabile della salvaguardia dell’ambiente. 

Le opere di land art sono spesso caratterizzate da una temporaneità definita: utilizzando la maggior parte delle volte materiali trovati in natura e quindi talvolta deteriorabili, le sculture realizzate non sono eterne. Per far sì che il loro ricordo non svanisca nel dimenticatoio, gli artisti ricorre al supporto della tecnologia per combattere l’azione del tempo. Quindi spazio ai video girati dagli artisti stessi e alle fotografie per rendere immortali queste opere.

Simona Grossi

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Mon, 8 Jul 2019 18:55:34 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/494/1/land-art-un-legame-unico-tra-l-individuo-e-l-ambiente simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’approccio multistakeholder? Una leva fondamentale per le imprese https://www.simonagrossi.net/post/493/1/l-approccio-multistakeholder-una-leva-fondamentale-per-le-imprese

Risulta sempre più evidente come le imprese abbiano bisogno di gestire la propria immagine e reputazione attraverso la coerenza e fedeltà della propria responsabilità sociale, soprattutto quando si parla di mercati internazionali che necessitano, quindi, di un approccio multistakeholder. Con questo termine, infatti, ci si riferisce all’insieme allargato di “grandi produttori, fornitori, ONG, sindacati, organizzazioni internazionali, istituzioni nazionali e locali, cittadinanza attiva, ecc” che compongono una sorta di platea potenzialmente sempre attenta alle mosse che l’impresa fa e a quanto si impegna per la salvaguardia del bene comune e il rispetto delle normative vigenti.

Uno dei migliori strumenti a disposizione delle aziende per veicolare a questo pubblico le informazioni circa il suo operato, e di conseguenza trasmettere ad esso un’immagine di brand che sia il più possibile etica e attendibile, rimane senza ombra di dubbio l’attuazione di iniziative “a porte aperte” (come quelle promosse di recente dal Gruppo Green Holding per l’apertura degli impianti delle società Rea Dalmine S.p.A. (Dalmine – BG), Ambienthesis S.p.A. (Orbassano – TO) e Gea S.r.l. (Sant’Urbano – PD) [1]), eventi che si propongono di “condividere le conoscenze e mediare tra le differenti esigenze e prospettive dei portatori di interesse al fine di equilibrare le ragioni dell’efficienza con quelle dell’equità e, dunque, di contemperare l’obiettivo di profitto con obiettivi di carattere etico sociale[2].

Riportando il caso delle imprese sociali MAG (Mutua Auto Gestione), le organizzazioni multistakeholder con governance partecipata (obbligate, cioè, a condividere in maniera trasparente le decisioni attraverso la partecipazione diretta alla gestione) e con modelli quindi solidaristici e mutualistici, la loro natura di intermediazione finanziaria le obbliga ad organizzare ripetutamente eventi informativi nei confronti dei portatori di interessi e fa di loro alcune tra le realtà più avanguardistiche da questo particolare punto di vista.

Facendo un passo indietro, e tornando quindi ai principali studi sulla Stakeholder Theory di Freeman (teoria già elaborata a partire dagli anni ’80 dello scorso secolo), si può certificare come le imprese non debbano limitarsi al soddisfacimento dei soli azionisti “e alla massimizzazione del valore azionario, ma devono soddisfare le attese di più stakeholder cercando di soddisfare le attese di coloro che apportano un contributo utile allo svolgimento efficiente dell’attività economica”.

La responsabilità di impresa si manifesta quindi nel comunicare il più possibile in maniera trasparente a seconda degli interessi dei soggetti a cui si rivolge, mantenendo in ogni caso fedeltà alla propria mission con l’obiettivo, però, di salvaguardare interessi, diritti e opportunità di tutti. “Il coinvolgimento degli stakeholder rende dinamici i flussi informativi con l’esterno, facilita la ricognizione dei bisogni emergenti e delle problematiche sociali del territorio e, in linea generale, permette di trovare più facilmente soluzioni a problemi complessi”, scriveva Locke nel 1997, e nonostante l’evoluzione del management aziendale la regola continua ad essere estremamente attuale[3].

Un approccio multistakeholder è in grado da un lato di estendere il controllo dell’organizzazione stessa, concedendo occasioni di verifiche continue ai portatori di interesse che vogliono seguire gli obiettivi strategici dell’impresa, e dall’altro di limitare i comportamenti opportunistici e non conformi a quelli stabiliti[4].

Lo sa bene anche il Gruppo Hera, che ha di recente programmato un modello relazionale con i propri clienti consistente in una serie di consigli consultivi locali multistakeholder denominati HeraLAB (dove il suffisso richiama all’acronimo di Local Advisory Board). Con il fine di fornire agli interessati un luogo di ascolto, comprensione e di immediata risposta alle loro curiosità, infatti, sono stati realizzati sei LAB in corrispondenza dei territori in cui il Gruppo opera (Bologna, Ferrara, Imola-Faenza, Modena, Ravenna e Rimini).

Come riporta lo stesso sito aziendale, “ogni LAB permette di identificare e condividere le esigenze locali, con l’obiettivo di formulare iniziative innovative e in grado di soddisfare tali esigenze. Le iniziative concepite, però, non sono semplicemente delle attività che l’azienda finanzia o conduce, ma sono il risultato di una co-progettazione tra cittadini ed azienda[5], a conferma, quindi, di come se da un lato queste iniziative rappresentino un fondamentale momento up to down nei confronti del pubblico attraverso un valore condiviso con il territorio, allo stesso tempo esse si manifestano come indispensabile occasione per raccogliere feedback e strutturare, conseguentemente, la propria offerta di eco-sostenibilità.

Un altro esempio di lungimiranza ed etica del lavoro ce l’hanno offerto le istituzioni italiane stesse che, insieme a rappresentanti della Commissione Europea, ai vertici dell’industria delle rinnovabili, della finanza internazionale, delle accademie e dei principali think tank hanno recentemente presentato all’Hotel Minerva di Roma l’iniziativa renewAfrica. “L’industria europea, l’accademia, gli investitori e i think-tank sono soggetti ideali per offrire la propria esperienza nel settore su ciò che è necessario per realizzare la trasformazione del settore energetico”, è quanto ha dichiarato Antonio Cammisecra, presidente di RES4Africa e CEO di Enel Green Power, per introdurre questo interessantissimo progetto volto a dare slancio agli investimenti in energia rinnovabile in Africa.

L’iniziativa, presentata da Emanuela Del Re, viceministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, e da Romano Prodi, ex presidente della Commissione Europea nonché inviato speciale delle Nazioni Unite per l’Africa, ha visto la partecipazione anche di Vera Songwe, presidente di Uneca, di Antonella Baldino, vertice di Cassa Depositi e Prestiti, di Anne-Charlotte Bournoville della Commissione Europea e di Maria Shaw-Barragan, presidente della Banca Europea degli Investimenti.

Il prossimo passo è la definizione di un piano per dare il via all’iniziativa renewAfrica. Non c’è dubbio che un approccio che combini quello del settore e quello multistakeholder sia l’elemento principale per il successo e per questo motivo così tanti attori si sono riuniti e impegnati a guidare il futuro energetico sostenibile dell’Africa”, ha poi riportato lo stesso Cammisecra per promuovere questo nuovo strumento unico europeo, dotato di un proprio quadro normativo e utilissimo quindi nell’implementazione e nella regolazione dello sviluppo della green economy nel continente africano.

A conferma del suo approccio multistakeholder, infatti, è intervenuta il Direttore Cdp Cooperazione Internazionale allo Sviluppo Antonella Baldino che ha parlato di queste partnership come di strumenti volti a rispondere “a una sfida globale che ha come traguardo obiettivi comuni di diffusione di infrastrutture energetiche e di sviluppo socioeconomico in Africa sub-sahariana. Obiettivi che richiedono un nuovo approccio olistico e multilaterale, di partnership tra settore pubblico e settore privato. Cdp potrà contribuire all’iniziativa renewAfrica fornendo supporto anche mediante strumenti di blended finance mirati e innovativi per i Paesi africani, lavorando assieme agli altri partner, nazionali e internazionali, che condividono l’ambizione di affrontare con successo la sfida dello sviluppo sostenibile per il mondo che vogliamo al 2030[6].

Simona Grossi

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Mon, 24 Jun 2019 17:14:39 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/493/1/l-approccio-multistakeholder-una-leva-fondamentale-per-le-imprese simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Finalmente una legge nazionale sul pay gap: l’Islanda detta la linea al resto del mondo https://www.simonagrossi.net/post/492/1/finalmente-una-legge-nazionale-sul-pay-gap-l-islanda-detta-la-linea-al-resto-del-mondo

Una disparità che continua a sopravvivere incolume con l’avanzare del tempo determinando forti ingiustizie in campo socioeconomico è quella che vede il genere femminile, a parità di meriti, percepire salari decisamente più bassi rispetto al genere maschile, un problema comunemente noto come gender pay gap. Come evidenzia l’OCSE, infatti, la forbice retributiva tra i due sessi rimane ancora del 5,6% se guardiamo i lavoratori a tempo pieno (la categoria che, storicamente, presenta la maggiore uniformità salariale), un dato insufficiente a trasmettere una reale dimensione del problema se consideriamo che il 40% delle donne in Italia, secondo l’Istat, è a part-time o regolata secondo altre forme contrattuali.

Un'altra distorsione del dato è dovuta al fatto che c’è una netta differenza tra la differenza di salario nel pubblico e nel privato. Secondo dati recentemente pubblicati da Eurostat, infatti, il gender pay gap negli uffici pubblici si assesterebbe intorno al 4,1% (una percentuale tutto sommato dignitosa in confronto ai nostri vicini europei), mentre se volgiamo lo sguardo al settore privato lo stesso arriverebbe addirittura a superare il 20%[1].

Sono dati drammatici, addirittura troppo ottimistici visto che, come ha chiarito lo stesso Eurostat[2], nell’analisi è esclusa la percentuale di disoccupazione femminile e tutte le contrattualizzazioni che non prevedono soluzioni diverse dal tempo pieno.

Continuando ad analizzare il report dell’Istat poi, notiamo come nel 2016 a percepire una retribuzione oraria superiore ai 15 euro siano state soltanto il 17,8% delle donne, a fronte del 26,2% degli uomini. Così come guadagnare meno di 8 euro è stata una prerogativa dell’11,5% delle donne e del solo 8,9% degli uomini. Se guardiamo ai liberi professionisti, invece, l’ultimo rapporto di AdEPP (Associazione degli Enti di Previdenza Privati, organo che misura i dati sui redditi di professionisti dipendenti o freelance in Italia) ci dice che nella fascia d’età che va dai 30 ai 40 anni la media di guadagno maschile è di 20 mila euro lordi, quella femminile di 17 mila. Spostandoci sulla fascia dai 40 ai 50, addirittura, i primi guadagnano mediamente 40 mila euro mentre le donne si fermano a 25 mila euro.

Naturalmente non si tratta di un fenomeno prettamente italiano, ma una situazione emergenziale che continua a manifestarsi in tutto il mondo in forme diverse e che impedisce, oltre che una legittima eguaglianza sociale e di diritti, anche una potenziale ricrescita economica e un nuovo sviluppo imprenditoriale.

Tanto che il mondo calcistico (o quantomeno una gran parte di esso, dal momento che in Italia questa notizia è passata in sordina) si è trovato davanti ad un gesto tanto inaspettato quanto rivoluzionario: “I don’t mean to beat a dead horse (what a weird saying) but why exactly is Hegerberg not playing with Norway?  If Messi or Ronaldo opted to not play in a World Cup the world would know why not with clarity (Non intendo mettere il dito nella piaga, ma esattamente perché Ada Hegerberg non gioca con la Norvegia? Se Messi o Ronaldo scegliessero di non giocare in una Coppa del Mondo, il mondo saprebbe il perché con chiarezza)” ha twittato la calciatrice statunitense Heather O’Reilly accendendo i riflettori sul gesto della sua collega Ada Hegerberg, attuale Pallone d’Oro e quindi, teoricamente, la professionista più talentuosa in circolazione su scala globale.

Il talento norvegese ha infatti deciso di non partecipare ai prossimi Mondiali di calcio che prenderanno piede la prossima estate in Francia, e lo ha fatto per protestare in maniera decisa e, si spera, definitiva, proprio contro la disparità salariale tra i generi che in questo settore è, se possibile, ancora più pronunciata. “Non si tratta di soldi ma del fatto che ragazzine che seguono le orme del primo Pallone d’Oro donna [l’edizione del 2018 è stata, per questo trofeo, la prima della storia] non abbiano le stesse opportunità delle controparti maschili”, ha infatti dichiarato la stessa Hegerberg alla Cnn, manifestando un’enorme insofferenza nei confronti della mancanza di investimenti sul calcio femminile. “So quello che voglio e conosco i miei valori e quindi diventa più facile fare scelte difficili quando hai questa consapevolezza. Alla fine tutto ha a che fare con il rimanere fedele a te stessa, essere te stessa” ha poi concluso[3].

C'è ancora molta strada da fare, quindi, per far si che al genere femminile sia concessa la stessa parità di diritti e di opportunità di cui godono, invece, gli uomini” avevo scritto in un mio precedente articolo[4], e tuttavia sembra che qualcosa si stia davvero muovendo nella giusta direzione.

Ad esempio, in Regione Lombardia, il Partito Democratico ha recentemente proposto lo stanziamento di 3 milioni di euro l’anno per politiche volte a sostenere la parità lavorativa tra i sessi. La consigliera Paola Bocci, prima firmataria del provvedimento, ha infatti dichiarato come “anche in Regione Lombardia le donne spesso guadagnano meno dei loro colleghi uomini, pur facendo lo stesso lavoro. Le ragazze, a scuola, sono spesso più brave dei loro coetanei, ma quando iniziano a lavorare il loro percorso di crescita è più lento e spesso si interrompe per motivi di famiglia, perché su di loro grava in misura maggiore, se non esclusiva, il carico di cura dei figli e dei congiunti anziani o malati. Le donne, quindi, guadagnano meno quando lavorano e sono destinate ad avere pensioni inferiori. È una disparità che va superata”. Quello a cui si punta è il cambiamento della stessa legge regionale sul mercato del lavoro, che “deve attivarsi per la parità salariale, facendo emergere le ragioni di questo divario, premiando le aziende che lo contrastano e favorendo la formazione scientifica e tecnica delle ragazze. Non ultimo, occorre un tavolo di monitoraggio che tenga insieme istituzioni, università, associazioni di categoria e sindacali che verifichi l’evoluzione del fenomeno e studi correttivi che possano essere messi in campo dalle aziende o dalla Regione stessa”, ha continuato la stessa Bocci.

Tale progetto di legge si prefigge quindi di sviluppare iniziative quali la raccolta e l’elaborazione dei dati per mappare le retribuzioni, l’orientamento a didattiche e programmi di formazione per le ragazze a scuola, l’istituzione di un Albo di imprese virtuose specificatamente certificate e la messa in piedi di un Tavolo di lavoro permanente, patrocinato dalla Regione stessa, che sia aperto ai sindacati, alle organizzazioni datoriali e alle Università[5].

Ma la notizia più interessante e il vero salto in avanti per quanto riguarda l’avanzamento dei diritti femminili e l’annullamento del gender pay gap ci viene, come spesso accade, dall’estero, nello specifico dall’Islanda, dove è finalmente entrata in vigore una norma che mira entro il 2020 ad azzerare qualsiasi differenza salariale tra i generi.

Reykjavík, sotto il governo della verde Katrin Jakobsdóttir formato da una grande coalizione di centrosinistra, ha infatti ufficialmente approvato la legge più severa al mondo su questo tema: ogni istituzione pubblica e privata, azienda, ente bancario o società con più di 25 dipendenti è obbligata ad assicurare pari salari alle donne con pari qualifiche degli uomini, pena una multa di circa 50mila corone islandesi per ogni caso individuale di violazione dell’obbligo.

Certo è che rimane ancora molta strada da fare sui temi dell’avanzamento di carriera e sul mercato del lavoro, ancora ampiamente guidato e trainato dagli uomini, ma sembra proprio che questa applicazione graduale della norma (che obbliga le aziende più grandi ad uniformarsi entro il 2020 e quelle più piccole fino al 2025) rappresenti una vera e propria conquista retributiva da parte delle donne di tutto il mondo[6].

Simona Grossi

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Thu, 13 Jun 2019 18:29:22 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/492/1/finalmente-una-legge-nazionale-sul-pay-gap-l-islanda-detta-la-linea-al-resto-del-mondo simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Si può essere idealisti e razionali nella lotta contro il cambiamento climatico? Il difficile paradosso della protesta nel mondo 4.0 https://www.simonagrossi.net/post/491/1/si-puo-essere-idealisti-e-razionali-nella-lotta-contro-il-cambiamento-climatico-il-difficile-paradosso-della-protesta-nel-mondo-40

Senza bandiera alcuna ma solo per difendere il nostro Pianeta ed il nostro futuro. Venerdì 15 marzo migliaia di ragazzi in tutto il mondo sono scesi in piazza per far sentire la propria voce, soprattutto ai capi di stato e di governo, affinché non solo parole ma impegni concreti vengano presi ed attuati contro i cambiamenti climatici. Il “Global Strike For Future” (tradotto come “sciopero generale per il futuro”) ha avuto l'adesione di una novantina di Paesi e più di 1.325 città, e segue i cosiddetti “Fridays for Future” ossia le manifestazioni lanciate dalla sedicenne svedese Greta Thunberg, ormai simbolo mondiale di questa protesta e di questa istanza, che per diversi mesi si sono susseguite ogni venerdì in diverse città di ogni continente per quello che è diventato ormai un movimento studentesco mondiale. Scossa dalle potenti ondate di calore e dagli incendi che avevano distrutto boschi del suo paese l’estate scorsa Greta, “16 anni, lunghe trecce bionde e affetta dalla sindrome di Asperger”, (come si definisce lei stessa sul suo profilo Twitter) ha guadagnato nei mesi un’immensa visibilità sui social grazie alla sua campagna, prima solitaria poi comunitaria, per difendere il clima del nostro Pianeta pronunciando anche da palchi illustri parole forti contro molti grandi della Terra. La minaccia del clima potrebbe essere una delle cause più importanti di guerre e conflitti futuri e così alla vigilia dello sciopero mondiale Greta aveva esordito ai microfoni di alcuni giornalisti dicendo che “siamo nel pieno di una crisi. Ed è la più urgente e grave che il genere umano abbia mai dovuto affrontare. Stiamo segando il ramo su cui siamo seduti e la maggior parte della popolazione mondiale non ha idea delle possibili conseguenze della nostra incapacità di agire.

In quest’era di rinnovato attivismo Green molte grandi aziende, (Microsoft, Google, Wallmart o Ikea per esempio), stanno puntando da anni alla riduzione delle proprie emissioni di carbonio attraverso l’uso dell’energie rinnovabili. Non si compra più ormai energia dalle aziende che la producono ma si costruiscono direttamente centrali di proprietà capaci di farlo, a tutto vantaggio anche del marketing e dell’immagine Green che l’azienda ha intenzione di migliorare sul mercato. Esistono pero ancora tanti paradossi legati a modi di produrre e di consumare che, nonostante si professino Green, nella realtà dei fatti non sono a volte più sostenibili delle loro controparti meno recenti. Emblematico il caso della carta poiché nella sua lotta con il digitale vede quest’ultima, ad una prima analisi, più sostenibile. I prodotti elettronici come telefoni e computer portatili vengono utilizzati più volte, rendendolo una risorsa rinnovabile di sorta. Ma anche la produzione di prodotti elettronici lascia un'impronta di carbonio e l'energia necessaria per alimentarli. E una crescente preoccupazione è la rapida crescita dell'elettronica dismessa, specialmente nei paesi in via di sviluppo mentre la carta rimane oggi invece uno dei materiali più riciclati al mondo. Fino a quando non saranno state condotte ulteriori ricerche sul ciclo di vita e sull'impatto ambientale dell'elettronica, contrapporre carta ed e-media l'uno contro l'altro è quindi in qualche modo inutile. C'è ancora un posto, al momento, sia per la carta che per l’e-media. Anche perché c’è da tenere conto che i server mondiali dove viaggiano i nostri file devono essere alimentati e questo richiede inevitabilmente delle risorse. Prendendo a riferimento una recente ricerca sull’avvento della musica in streaming risulta così che a fronte di un uso annuale della plastica praticamente dimezzato, sono aumentate di molto le emissioni di gas serra, cifre che gli esperti hanno ottenuto "traducendo la produzione di plastiche e il fabbisogno di elettricità per memorizzare e trasmettere file audio digitali in equivalenti milioni di chilogrammi di gas serra". In sostanza, il risultato dice che a conti fatti scaricare e riprodurre in streaming i brani online consuma più energia di quanta ne fosse un tempo fosse necessaria per produrre dischi in vinile, musicassette e compact disc. Lo scopo dello studio non è affatto quello di demonizzare le ormai onnipresenti piattaforme per l'ascolto musicale semmai sfatare alcuni miti e rendere i consumatori più consapevoli delle proprie abitudini.

Se è pur vero poi che la consapevolezza delle persone sui temi ambientali stia fortunatamente aumentando, di pari passo non tutta la politica si sta muovendo adeguatamente verso l’applicazione dei termini del Paris Agreement: sorprende scoprire infatti, analizzando i dati, che sono specialmente i paesi meno industrializzati come il Marocco, il Gambia, il Buthan, la Costa Rica, l’Etiopia, l’India e le Filippine quelli più impegnati, attraverso politiche adeguate, verso il contenimento delle emissioni e al conseguente innalzamento delle temperature mondiali. Mancano all’appello invece, si spera solo al momento, gli sforzi concreti di quelle nazioni che sono tra i maggiori produttori di gas serra al mondo. Sorprende positivamente intanto il fatto che proprio l’Italia sia stata, con 235 raduni organizzati e circa un milione di persone in piazza, il Paese più attivo sul fronte dello sciopero degli studenti contro i cambiamenti climatici in un venerdì record che guarda al futuro. Sono proprio i giovani attivisti, infatti, che chiedono un cambio di rotta significativo su ambiente e sviluppo sostenibile: il “climate change” è la sfida cruciale per la salvaguardia del futuro del nostro pianeta.

Questa sarà una delle sfide in assoluto più importanti che stiamo affrontando e che sarà chiamata ad affrontare anche la nuova Commissione europea per il raggiungimento dell’agenda 2030. In una risoluzione approvata poche ore dopo lo sciopero generale, i deputati del Parlamento europeo hanno presentato le loro proposte sulla strategia di riduzione delle emissioni contro i cambiamenti climatici. Nella risoluzione non vincolante, adottata con 369 voti favorevoli, 116 voti contrari e 40 astensioni, i deputati hanno affermato così che solo due degli otto scenari («percorsi») proposti dalla Commissione europea nella comunicazione di novembre consentirebbero all'UE di raggiungere, entro il 2050, l'azzeramento delle emissioni nette di gas a effetto serra (GES) e che tale obiettivo sia l'unico compatibile con gli impegni dell'Unione nel quadro dell'accordo di Parigi sul clima. Saranno così questi due scenari quelli che probabilmente dovremo seguire affinché qualcosa cambi realmente. Il tempo dell’ottimismo e delle buone intenzioni è ormai finito, è il momento di agire prima che sia troppo tardi.

Simona Grossi

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Fri, 7 Jun 2019 18:55:01 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/491/1/si-puo-essere-idealisti-e-razionali-nella-lotta-contro-il-cambiamento-climatico-il-difficile-paradosso-della-protesta-nel-mondo-40 simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La formazione aziendale, un importante e profittevole strumento a disposizione di aziende e professionisti https://www.simonagrossi.net/post/490/1/la-formazione-aziendale-un-importante-e-profittevole-strumento-a-disposizione-di-aziende-e-professionisti

Gestire un’azienda, così come farne parte, è un compito che non si esaurisce nel momento della fondazione o dell’assunzione ma che richiede un aggiornamento costante e una formazione continua per permetterle di sopravvivere nel delicato equilibrio del mercato di oggi. Henry Ford, nel merito, pronunciò la famosa citazione secondo la quale “chiunque smetta di imparare è vecchio, che abbia 20 anni o 80. Chi continua ad imparare resta giovane. La più grande cosa nella vita è mantenere la propria mente giovane e aperta”.

Il rischio di fermarsi e di impantanarsi in un contesto socioeconomico estremamente competitivo ed in continua evoluzione è, infatti, estremamente tangibile e preoccupante per le PMI che non provvedono alla continua preparazione interna. La formazione non può e non deve esaurirsi ai banchi scolastici e ai manuali accademici, ma deve essere un giusto mix di upgrading tecnologici, di conoscenze, di processi gestionali e anche di modelli d’azione e di pensiero.

È per questo motivo che anche il mondo del lavoro ha l’obbligo di mettersi in gioco e affrontare la preparazione al cambiamento in maniera didattica ed adeguata. D’altronde la spinta al cambiamento ci viene direttamente dall’innovazione tecnologica, che da anni sta trasformando la conformazione delle realtà sociali, prime su tutte le aziende, e sarebbe quindi cieco e controproducente da parte di queste non dotarsi internamente di un percorso condiviso di aggiornamento agli sviluppi del mercato.

Le imprese sono quindi chiamate ad aggiornare ripetutamente il management e i dipendenti, insegnando loro nuove tecniche e dotandoli degli strumenti più performanti possibili, adeguatamente efficienti per ottimizzare la gestione interna.

Una buona pratica che però fatica ancora a decollare, stando a quanto riporta l’Osservatorio di Expotraining PMI per il quale, durante il 2016, la percentuale di aziende che si dotava di percorsi interni di formazione al personale era ferma al solo 10%, a fronte di un 80% di realtà intervistate che invece dichiaravano di averli in agenda ma di non averli ancora attuati. Di questo training, però, il 50% era dovuto ad un obbligo aziendale e, quindi, da considerare meno appetibile rispetto a corsi frequentati autonomamente perché visti come opportunità di innovazione e crescita.

Non si tratta, infatti, di una semplice pratica burocratica da archiviare, bensì di uno strumento preziosissimo che, di conseguenza, deve essere pianificato e gestito accuratamente, cercando di intercettare le necessità di chi lo frequenta e di focalizzarsi sulle giuste competenze per permettere loro di crescere e implementare le proprie competenze.

La formazione deve essere pertinente al ruolo imprenditoriale e deve combaciare con i valori promossi dall’azienda, ma al contempo deve quindi essere stimolante e utile, condotta con metodi più interattivi e coinvolgenti possibile così da avere un impatto maggiore su chi ne beneficia. I vantaggi che ne conseguono sono moltissimi, e vanno dall’aumento della motivazione e della produttività aziendale all’incremento delle singole competenze utili per l’impresa, dal miglioramento dell’organizzazione al suo sistemico incremento della produttività, dall’innovazione degli strumenti e quindi delle leve di competizione sul mercato fino all’evolversi dello spirito di squadra e del lavoro in team[1].

Non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti” era il mantra di Charles Darwin, che può essere benissimo applicato al contesto odierno per quanto riguarda il mercato e le aziende che in esso si muovono, ed è per questo che le realtà che saranno più in grado di rispettare questo modello risulteranno quelle che sul medio-lungo periodo riusciranno a prevalere sui loro competitors.

È il caso di MTM Energia, azienda del settore energetico operante a Magnago sotto la guida di Michele e Monica Torretta, che hanno acconsentito alla specializzazione mediante nuove competenze scoprendo che “parte del contributo obbligatorio Inps può essere destinato a fondi interprofessionali che cofinanziano la formazione”, sia per i quadri che per i dipendenti. Questo Progetto Darwin (che dal nome conferma già la visione e le intenzioni di chi l’ha sottoscritto) è riuscito a coinvolgere tutto il personale grazie alla collaborazione di Confartigianato Imprese Varese. Come spiega Monica Torretta, infatti, “nel 2017 stavamo vivendo un momento di innovazione e crescita. Ci siamo resi conto che tutta l’azienda, e non solo la parte direzionale, aveva bisogno di nuove competenze e della piena consapevolezza di questo cambiamento”, e per questo motivo, anziché fermarsi allo step iniziale del costo, vera e propria discriminante per un gran numero di imprese, è stata analizzata la situazione e scoperto che “una piccola parte del contributo Inps che già le aziende pagano d’obbligo mensilmente può essere destinata a fondi realizzati per cofinanziare i percorsi formativi aziendali. Nel nostro caso abbiamo fatto riferimento a Fondart, il quale ha messo a disposizione una parte del contributo a fronte della presentazione di un progetto formativo completamente realizzato dal punto vista anche burocratico dalla scuola di formazione VersioneBeta di Confartigianato Imprese Varese”, ha proseguito la stessa imprenditrice.

Con una base formativa dedicata a tutti i dipendenti al fine di renderli più partecipi dei meccanismi e della visione generale dell’azienda oltre che, naturalmente, di dotarli di un accrescimento di background professionale, e un successivo focus programmato proprio per i vertici, la formazione aziendale svolge quindi un ruolo fondamentale di aggregatore valoriale e di avanzamento delle conoscenze di lavoro interno all’impresa, facilitandone l’esposizione dei processi e degli obiettivi finali e, quindi, stimolando il lavoro complessivo.

Come spiega Michele Torretta, “abbiamo creato l’azienda non perché vivesse per qualche anno, ma per decine di anni, con basi solide per i nostri dipendenti. Per poterlo fare era indispensabile continuare a evolvere, partendo sia dall’organizzazione interna, sia dalla formazione del personale. Operativamente abbiamo quindi ottenuto il certificato ISO 9001, istituendo tutti i processi. Poi abbiamo capito che era necessario dare anche una formazione specifica ai responsabili di processo”.

Nel loro caso specifico la formazione è stata suddivisa in due step. Il primo, personalizzato, veniva affrontato entrando nel merito della singola funzione aziendale mentre il secondo, di gruppo, faceva leva sulla mission aziendale per incentivare la creazione di un team di lavoro fino ad allora inesistente. “Abbiamo deciso di chiamarci MTM 360”, spiega Alberto Di Lucchio, responsabile di progettazione, “perché rappresentiamo la visibilità dell’azienda a 360 gradi, partendo dal processo di approvvigionamento, gestione delle risorse, progettazione, assistenza e commerciale. Adesso che il corso è finito stiamo portando avanti questo progetto in modo autonomo, ci troviamo a scadenze regolari, discutiamo di problemi, soluzioni, possibilità di miglioramento. Importante è stata la presa di coscienza, da parte di ogni responsabile, verso quelle che sono le esigenze di ogni altro processo, che non è sotto il suo controllo diretto e di cui non ha una visibilità immediata”.

Il risultato è dunque una presa di coscienza complessiva sulla base della somma delle singole esperienze professionali.

Ha poi continuato lo stesso responsabile spiegando che “delegare è difficile, ma ogni titolare deve accettare il fatto che alcune mansioni, se portano allo stesso risultato, possono essere svolte anche da altri e in modo differente”, dividendosi i carichi di lavoro e liberando così prezioso tempo da investire in altra maniera.

Alberto Fassi, responsabile commerciale, ha concluso dichiarando come “questi corsi hanno insegnato anche a capire quando dire una cosa e come dirla, a creare sinergia nel team, ad essere moderatori. Sono tutte attività che sono necessarie e non sempre ci sono. Quello dell’intelligenza emotiva è stato un approccio che mi ha aperto molto. È la capacità di capire lo stato emotivo della persona che hai davanti e di comprendere dove puoi spingere, dove devi rallentare e come comunicare. Ti aiuta a entrare in sintonia con l’altra persona[2].

Simona Grossi

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Tue, 28 May 2019 17:38:56 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/490/1/la-formazione-aziendale-un-importante-e-profittevole-strumento-a-disposizione-di-aziende-e-professionisti simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Rifiuti Zero: ancora un difficile obiettivo da raggiungere tra Nimby e radicati stili di vita https://www.simonagrossi.net/post/489/1/rifiuti-zero-ancora-un-difficile-obiettivo-da-raggiungere-tra-nimby-e-radicati-stili-di-vita

Il nostro stile di vita contemporaneo comporta ancora, in ambiti spesso diversi tra loro, l’uso di risorse che consideriamo essenziali a cui ancora non si è riusciti a trovare una soluzione alternativa, e più sostenibile, a livello globale.

Potrei citare ad esempio il caso dei pannolini usa e getta, per cui chi ha avuto o ha a che fare con essi ne conosce bene l’impatto e quanto questo incida quotidianamente sia sul bilancio familiare, sia sulla quantità di rifiuti prodotti. In futuro, però, i prodotti assorbenti potrebbero non finire più nella spazzatura, ma essere riciclati e riutilizzati grazie ad un’azienda di Treviso (ubicata presso la sede di Contarina Spa, società che si occupa di gestione e di raccolta dei rifiuti in 50 comuni del bacino Priula) la quale promette che da una tonnellata di pannolini sarà possibile ricavare fino a 150 kg di cellulosa, 75 kg di plastica e 75 kg di polimero super assorbente, che potranno essere impiegati in nuovi processi produttivi restituendo dunque una nuova vita - ma sotto una diversa forma - ai prodotti assorbenti usati. La tecnologia sviluppata e brevettata in Italia da Fater Spa, joint venture paritetica fra Procter & Gamble ed il Gruppo Angelini, renderà così riutilizzabile - informa una nota della società, cui è andato il riconoscimento Legambiente di "Circular Economy Champion", conferito direttamente dalla Commissione Europea - una categoria di prodotti sino ad ora non riciclabili. Nel primo impianto su scala industriale al mondo in grado di riciclare il 100% dei prodotti assorbenti usati l’obiettivo sarà quello di trattare, una volta a regime, circa 10.000 tonnellate l'anno di prodotti assorbenti usati, servendo così una popolazione di circa 1 milione di persone. L’impianto però, nonostante le tante aspettative a riguardo, è fermo da due anni a causa di un cavillo legato al concetto di “end of waste”, che di fatto ha impedito all’azienda Fater di avviare la sperimentazione di questo progetto di riciclo pannolini e assorbenti. Dimostrazione di come, purtroppo, in Italia anche le soluzioni innovative e all’avanguardia come questa possano venire bloccate da normative confusionarie che di fatto non permettono un completo passaggio verso un’economia del recupero lungimirante. Ci si augura ora che una rapida, e definitiva, evoluzione della procedura burocratica, possa finalmente favorire gli impianti di riciclaggio altamente performanti al fine di ridurre l’impronta ecologica: riferendosi al caso appena descritto, infatti, si parla di un sistema industriale che, se esteso poi a tutto il territorio nazionale, consentirebbe di ridurre le emissioni climalteranti prodotte ogni anno da oltre 100 mila automobili. I vantaggi ambientali, evitando in questo modo emissioni equivalenti a quelle assorbite ogni anno da oltre 30 mila alberi, porterebbero, inoltre, all'eliminazione dei prodotti assorbenti anche da discariche ed inceneritori.

Il settore che si occupa della gestione rifiuti è, infatti, la seconda vittima preferita delle contestazioni Nimby, che prendono ormai di mira non solo gli impianti di smaltimento, ma anche quelli di riciclo, (come, ad esempio, quelli che realizzano il compost).

L’acronimo Nimby (“Not in my back yard”, ossia “non nel mio cortile”), nato così per descrivere il rifiuto da parte delle comunità locali verso nuove infrastrutture descrive oggi un fenomeno decisamente più complesso del passato, connesso alla difesa di interessi specifici (che possono essere economici, politici, e personali) consolidati contro un interesse generale, che finisce per assumere i connotati di una battaglia ideologica o politica. Il fenomeno in questione, specie negli ultimi anni, si è ingigantito così tanto da diventare quasi una linea di governo. Oggi purtroppo i primi protagonisti di questa sindrome non sono, infatti, più i comitati locali di cittadini contrari a un’opera nel loro giardino, ma addirittura gli alcuni enti pubblici e parte della politica (forti rispettivamente del 26,3% e 25,4% delle contestazioni) che, anziché rispondere proattivamente alle legittime preoccupazioni dei propri elettori, preferiscono tergiversare e rimandare: da Nimby a Nimto dunque, (“Not in my terms of office”, ovvero non durante il mio mandato elettorale). Un atteggiamento che si può facilmente definire “di comodo” scelto da alcuni governi per non correre rischi. A bloccare la realizzazione di opere infrastrutturali a volte è, quindi, la stessa politica che in situazioni spinose, per non perdere consenso elettorale, preferisce non legiferare. I dati, raccolti nell’ultimo rapporto elaborato dall’Osservatorio media permanente del Nimby forum, considerando solamente l’ultimo anno, ci riferiscono poi che sono stati contestati in ogni parte d’Italia: 317 tra opere di pubblica utilità e insediamenti industriali. Il comparto industriale più contestato risulta essere quello energetico con il 57,4%, con le opposizioni orientate in maniera preponderante verso gli impianti da fonti rinnovabili (55 quelli contestati, il 73,3% sul totale del comparto), seguono il settore dei rifiuti (35,9%) ed il comparto infrastrutturale (5,9%).

Una cultura di (non) governo che trova però, fortunatamente, ancora sacche di resistenza, come quelle che il premio “Pimby Green 2019” messo in palio da Fise Assoambiente punta a mettere in evidenza. L’Associazione, che rappresenta proprio le imprese del settore dei servizi di igiene ambientale, ha deciso di rivolgere questo premio a pubbliche amministrazioni, imprese e giornalisti che si sono distinti nel campo di energia, gestione rifiuti e trasformazioni del territorio: sia creando impianti tecnologicamente avanzati, sia creando un confronto attivo con i cittadini e diffondendo un’informazione trasparente e scientifica contraria all’opposizione aprioristica a qualsiasi opera. Si cercherà così di valorizzare quei processi decisionali basati su una visione strategica del bene comune e su un atteggiamento costruttivo nel rispetto del territorio, dell'ambiente e del confronto partecipativo. Le iscrizioni sono aperte, per inviare le candidature si ha tempo fino al 31 maggio 2019 utilizzando la casella email: assoambiente@assoambiente.org.

L’economia circolare, infatti, per non essere solo un bel concetto utopico, ha bisogno anche di impianti, filiere industriali e tecnologie; la realtà è, però, che questo sistema economico fa ancora fatica a concretizzarsi a causa di pregiudizi, vuoti normativi e notizie abilmente costruite prive di attendibilità scientifica. Forse è giunto invece proprio il momento di evolvere verso un atteggiamento Pimby (“Please in my back yard”, ovvero “Per favore nel mio giardino”), con cui si metta, invece, il proprio territorio al servizio di una comunità più ampia e si consenta anche al nostro Paese di seguire la strada intrapresa da altre nazioni, specialmente del Nord Europa, che spesso identifichiamo come modelli virtuosi da seguire.

Simona Grossi

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Wed, 22 May 2019 17:57:51 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/489/1/rifiuti-zero-ancora-un-difficile-obiettivo-da-raggiungere-tra-nimby-e-radicati-stili-di-vita simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’importanza della Comunicazione Interna e le pietre miliari di un brand consapevole https://www.simonagrossi.net/post/488/1/l-importanza-della-comunicazione-interna-e-le-pietre-miliari-di-un-brand-consapevole

Istituito con la legge n. 133/2008, e sottoposto alla vigilanza del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) è un ente pubblico di ricerca italiano che si occupa di protezione ambientale, anche marina, delle emergenze ambientali e di ricerca. L'ISPRA è, inoltre, l'ente di indirizzo e di coordinamento delle agenzie regionali per la protezione dell'ambiente (ARPA) e coopera con l'Agenzia europea dell'ambiente e con le istituzioni ed organizzazioni nazionali ed internazionali operanti in materia di salvaguardia ambientale. Da un anno, poi, all’interno dell’importante ente pubblico è stata inserita fra le competenze dell’Area per la comunicazione istituzionale: la comunicazione interna, un fondamentale strumento strategico ritenuto ormai imprescindibile per supportare le politiche gestionali, organizzative e del personale di qualsiasi ente o azienda. Sempre più evidente è diventato il fatto che, sia nelle aziende private, sia nella pubblica amministrazione, occorre migliorare il dialogo tra le persone ed il clima di lavoro focalizzandosi non solo sugli aspetti tecnici, scientifici e professionali, ma anche umani. La comunicazione viene, così, ad assumere una funzione cruciale, nella definizione stessa dell’organizzazione e da questione solo apparentemente secondaria, relegata, un tempo, agli uffici stampa, e, comunque, rivolta prevalentemente quando non esclusivamente all’esterno, oggi assume una dimensione indispensabile anche all’interno delle organizzazioni. Ma a cosa serve, ed in sintesi, cos’è la comunicazione interna?

Per Comunicazione interna intendiamo, quindi, il complesso di attività - della comunicazione aziendale - finalizzate a creare una rete interna di flussi informativi e mirate, quindi, a diffondere informazioni, saperi e conoscenze e a rendere chiari e condivisi gli obiettivi di un’organizzazione complessa ai suoi dipendenti. Se si smette di considerare il cliente finale come l’unico destinatario delle attività dell’azienda e si cominciano a considerare anche aspetti come la qualità di vita nell’ambiente lavorativo, l’identità di visioni e obiettivi che accomunano il brand ai suoi dipendenti possiamo così facilmente comprendere anche quale sia il valore altamente strategico della comunicazione interna. E così un efficace piano di comunicazione interna crea complicità tra i dipendenti nelle politiche e nelle strategie adottate dall’impresa e ha come obiettivo la diffusione dell’identità e dei valori della società per rendere chiaro a tutti dove si sta andando, come lo si sta facendo, ma soprattutto il perché.

Attraverso la comunicazione interna si monitorano così i flussi informativi dell’organizzazione con strumenti che promuovano lo scambio ed il confronto di conoscenze e competenze. La realizzazione di azioni formali ed informali (top down / bottom up) qui è tutta indirizzata a comunicare con i dipendenti sia tramite meeting e Convention, sia tramite eventi di socializzazione, e team building al fine di rendere la comunicazione più partecipata possibile. Usando gli strumenti giusti e condividendo gli obiettivi, si possono, infatti, davvero trasmettere messaggi efficaci e aiutare i dipendenti a capire meglio i valori e la strategia aziendale. Fondamentale diventa così partire dall’ascolto e dalla partecipazione di tutte le risorse umane dell’azienda e questo perché ciascuno è sia produttore, sia fruitore (emittente e ricevente) della comunicazione interna, ma anche perché l’esperienza insegna che, se tutti gli attori concorrono a rendere la comunicazione interna più funzionale ed efficace, allora le nuove regole che creeremo saranno condivise e rispettate. L’innovazione tecnologica ha cambiato gli scenari collaborativi, ma ha anche creato nuove opportunità e nuove sfide per le aziende. Le competenze digitali giocano ovviamente un ruolo sempre più importante nella gestione della comunicazione interna aziendale. In un sistema di comunicazione 2.0 le singole persone sono poste in primo piano e continuamente coinvolte nel processo di scambio di informazioni ed esperienze. I trend più recenti mostrano che i mezzi di comunicazione interna più diffusi sono proprio le chat, anche via mobile.  Si sono rivelate, infatti, un supporto funzionale e utile. Indispensabili per chiedere e condividere informazioni e file, gestire operazioni multitasking, ma anche aumentare le interazioni tra le varie aree e raccogliere idee, facendo brainstorming.

Nei mesi passati in ISPRA sono stati così organizzati eventi, presentazioni e workshop; per il futuro è prevista, poi, la presentazione interna di tutti i Dipartimenti e i Centri nazionali ai quali si aggiungeranno seminari interni su temi specifici, quali, ad esempio, la comunicazione scientifica. Ed in più è in fase di progettazione una serie di corsi per il personale dirigenziale sulle tecniche e di ascolto e comunicazione con sessioni pratiche.

Chi fosse poi interessato a saperne di più, in attesa di nuove news, potrà contattare il numero 06-50072375 o mandare un email a chiara.bolognini@isprambiente.it.

Una gestione della comunicazione interna, improntata alla condivisione del maggior numero di informazioni e dati, sarà, infatti, più efficace. Questo perché un team ben informato sulle dinamiche aziendali e sui processi decisivi si mostrerà più produttivo, motivato e con un elevato senso di appartenenza. Condividendone la mission e la vision, ci si troverà, quindi, a fare, ancora di più, del proprio meglio per il bene dell’azienda o dell’ente di riferimento.

Simona Grossi

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Fri, 17 May 2019 17:23:59 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/488/1/l-importanza-della-comunicazione-interna-e-le-pietre-miliari-di-un-brand-consapevole simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Impianti fotovoltaici in siti di gestione rifiuti, i vantaggi di questa buona pratica industriale https://www.simonagrossi.net/post/487/1/impianti-fotovoltaici-in-siti-di-gestione-rifiuti-i-vantaggi-di-questa-buona-pratica-industriale

Come esponente del Gruppo Green Holding, leader della gestione dei rifiuti e realtà da sempre all'avanguardia sia dal punto di vista dell'innovazione tecnologica che da quello dell'adozione di processi di economia circolare, sono assolutamente favorevole alla buona pratica delle aziende del settore che decidono di dotare i propri siti di impianti fotovoltaici.

Noi stessi, per la discarica controllata di Barricalla Spa (partecipata al 35% da Ambienthesis Spa), abbiamo deciso di dotarci di un parco fotovoltaico composto da 2.925 moduli su una superficie totale di 4.680 metri quadri capace di generare una potenza complessiva di 1,12 GWh annui e, quindi, di fornire energia a oltre 2000 individui. Il tutto contribuendo ad un risparmio annuale di 700 tonnellate di CO2, ovvero ciò che produrrebbero 700 vetture a benzina di media cilindrata in un anno[1].  È stata una scelta lungimirante", ha affermato l’ex presidente Nadia Loiaconi (carica quest’oggi ricoperta da Alessandro Battaglino), "dettata da una proficua sinergia tra pubblico e privato. Una politica che punti a soluzioni ecosostenibili per il ricovero dei rifiuti industriali e a una funzionale riconversione degli impianti di stoccaggio è un tassello importante per lo sviluppo economico nazionale. L'installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili sulla copertura delle discariche può rappresentare una risorsa per il futuro''[2].

D'altronde la dotazione di impianti solari sulle discariche esauste è un procedimento che sta trovando un particolare sviluppo sia in Italia che in tutta Europa, come confermato dallo studio degli olandesi della Commissione europea attivi al Joint Research Centre di Ispra che quantificano in 13 GWh addizionali il contributo energetico che riceverebbe l'Europa da tale solarizzazione.

Tutto questo è reso possibile sia dall’ovvia evoluzione tecnologica dei pannelli, sia dal repentino abbassamento dei costi di installazione degli impianti completi che si compongono, oltre che dei moduli fotovoltaici e del loro supporto, anche di inverter (convertitori) per trasformare la corrente continua in corrente alternata, e dei quadri elettrici con i cavi per il trasporto dell'energia.

Per questo motivo una gran quantità di Paesi europei si è coperta di discariche fotovoltaiche, anche grazie ai vari incentivi Conto energia che hanno promosso internamente e che hanno permesso la corresponsione di un importo elevato e costante per 20 anni per ogni specifico KWh prodotto dall'impianto connesso alla rete.

Guardando al resto d'Europa, infatti, vediamo come dal 2009 è attiva in Francia la discarica di Manosque in grado di generare 4,1 MW di potenza mentre sta per seguirne le orme anche l'omologo sito di Montpellier. Così in Germania, dove su una cava di materiale edile sorge il parco fotovoltaico di Heckfeld da 1,9 MW che fa coppia con quello di Kornharpen (Bochum) da 800 KW. Spostandoci a Malta si può assistere alla copertura della vecchia discarica di Maghtab con 22 mila pannelli fotovoltaici in grado di produrre 5 MW di potenza, il ché renderà questa area di 36.000 m2 una delle più grandi di tutto il continente[3].

Di recente costruzione è, oltreoceano, il parco di Building Energy situato a Annapolis del Maryland, negli Stati Uniti, che con i suoi 55 mila pannelli impiantati su 32 ettari si propone come il più grande impianto made in usa. Con la sua potenza di 18 MW in grado di generare 24 GWh di elettricità ogni anno questo impianto "si inserisce nell'ambito di una strategia di sviluppo locale ecosostenibile e di valorizzazione energetica di un'area oramai compromessa, che non potrebbe accogliere nessun altro tipo di struttura. L'energia prodotta sarà utilizzata dalla città di Annapolis, dalla Contea di Anne Arundel e dal Provveditorato agli studi della Contea che hanno sottoscritto un contratto di acquisto ventennale, e che contano di avere significativi risparmi sulla bolletta elettrica", come spiega una nota aziendale.

Dopo aver fatto una valutazione dell'intera struttura che ammonta intorno ai 36 milioni di dollari, CEO del Gruppo Building Energy Fabrizio Sago ci spiega come "il parco fotovoltaico di Annapolis è il settimo impianto alimentato da fonti rinnovabili realizzato da Building Energy negli Stati Uniti e il più importante nel nord America", aggiungendo come "produrre energia pulita non soltanto prepara a un futuro in cui saremo sempre meno dipendenti dai combustibili fossili ma, in molti casi, può essere un modo intelligente ed economicamente vantaggioso per le pubbliche amministrazioni di riqualificare terreni in disuso"[4].

La crescente domanda di energia elettrica ha fatto sì che le aree destinate alla raccolta dei rifiuti ormai sature e per le quali è già stata attuata la ricopertura dell'area con un manto erboso siano state conseguentemente convertite in siti di produzione di energia rinnovabile.

Un esempio virtuoso in tal senso lo fornisce il Giappone, dove il Ministero dell'Ambiente ha rivalutato le 3600 discariche presenti sul territorio nazionale attraverso un sistema di incentivi destinati ai Comuni, agli enti territoriali e alle imprese private che vi operano. Tali incentivi saranno destinati sia agli impianti realizzati in discariche dismesse e relative aree di competenza, sia a quei territori che ospitano, invece, discariche ancora operative. Questo affinché l'installazione dei nuovi impianti possa bypassare la clausola dei vincoli paesaggistici.

Secondo il report stilato dallo stesso Ministero, in questo momento il Giappone dispone di una superficie sufficientemente utilizzabile in grado di produrre 7,4 GW ogni anno, quantità che gli consentirebbe di soddisfare le richieste energetiche dei suoi territori senza dover interessarne di nuovi. Tutti questi dati, assieme alla guida agli incentivi e agli studi di fattibilità sulle discariche, sono stati pubblicati sullo stesso sito web istituzionale[5].

Simona Grossi

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Thu, 9 May 2019 19:30:40 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/487/1/impianti-fotovoltaici-in-siti-di-gestione-rifiuti-i-vantaggi-di-questa-buona-pratica-industriale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Non soltanto smart city, ma città sensibili che pongono al centro il fattore umano https://www.simonagrossi.net/post/486/1/non-soltanto-smart-city-ma-citta-sensibili-che-pongono-al-centro-il-fattore-umano

Quando analizziamo con una chiave sociologica ciò che avviene nelle città contemporanee ci è utile partire da una considerazione posta da Carlo Ratti, architetto, ingegnere, direttore del MIT Senseable City Lab e appartenente alla lista 50 people who will change the world di Wired: bisogna “considerare le città come sensibili, capaci di rispondere meglio ai cittadini”, e non più solo come smart city, limitandone l’accezione alla funzionalità dei servizi innovativi[1].

Una chiave di lettura, quindi, decisamente più centrata sull’aspetto umano che su quello tecnologico. Anche perché limitare la città alla mera accezione smart fornisce una “definizione un po’ confusa, che non amo molto dato che fa riferimento più alla tecnologia che alle persone. Si può dire che internet stia invadendo lo spazio fisico, siamo all’esordio di una dimensione ibrida, tra mondo digitale e mondo materiale, che sta trasformando il nostro modo di vivere. Credo che quella su cui dobbiamo investire e lavorare sia una città sensibile prima ancora che intelligente. Sensibile è un termine che mette in luce una dimensione più umana della città di domani, capace di interagire, comunicare e rispondere alle nostre richieste”.

L’esigenza nasce dal fatto che, con una forte accelerazione dell’ultimo decennio, le digital innovations hanno trasformato le nostre città mediante una serie di infrastrutture intelligenti a larga scala. Basti pensare al settore delle comunicazioni e a come fibre ottiche a banda larga e network di telecomunicazioni senza fili permettono la funzionalità di smartphone, pc e tablet sempre più presenti all’interno delle mura domestiche per capire come, usando le parole dello stesso Ratti, “le nostre città si stanno trasformando in computer a cielo aperto”. “Singapore sta lavorando molto sulla mobilità, Boston sulle dinamiche partecipative, Copenaghen con la sostenibilità. In realtà, però, non esiste un modello univoco. È molto importante valutare sempre il contesto e l’unicità dell’ambiente urbano e culturale in cui si va ad agire. In Italia bisognerebbe inventare le caratteristiche della città intelligente alla romana”, continua lo stesso architetto per prefigurare per il nostro Paese una omogeneità tecnologica finora troppo relegata ad una copertura a macchia di leopardo. “Abbiamo un patrimonio urbano che ci viene invidiato da tutto il mondo”, spiega, e “tanto i nostri centri, che non avrebbero potuto adattarsi agli imperativi della tecnologia del secolo passato, quanto una tecnologia pesante che viene ancora dalla rivoluzione industriale, si possono invece adattare facilmente alle nuove tecnologie leggere, delle reti, digitale e dei sensori”.

La centralità della tecnologia urbana è, naturalmente, rappresentata dall’azione delle persone e dal modo in cui queste riescono ad integrare le innovazioni con le relazioni sociali e, più in generale, con lo stile di vita. Il ruolo degli individui è fondamentale e, come conferma lo stesso Ratti, “è importante coinvolgerli nella gestione dello spazio urbano, mostrando loro quali sono le dinamiche della città. Proprio usando i nuovi strumenti di partecipazione digitale possiamo dare ai cittadini la possibilità di esprimere le proprie priorità”. Per tale motivo sarebbe consono concentrare gli investimenti sulla sensibilizzazione civica riguardo questi temi e questi strumenti, piuttosto che continuare a sovraffollare la rete di ulteriori tecnologie e sistemi. “Se saremo in grado di sviluppare le giuste piattaforme, i cittadini sapranno contribuire a gestire la città e risolvere i problemi legati a energia, traffico, salute, educazione ecc. Quello che sta accadendo nel mondo delle app è sintomatico di tutto ciò.

Un esempio lampante lo fornisce la mobilità, uscita completamente rivoluzionata da questa ondata di evoluzione tecnologica. Sono gli studi del MIT a confermare questa tendenza, e come afferma Ratti “tra gli aspetti più promettenti c’è senza dubbio un’amplificazione delle dinamiche di condivisione, la cosiddetta sharing economy. Stiamo passando dal possesso all’accesso, in molti ambiti[2].

Bisogna quindi reinterpretare il nostro modo di vivere la città, riformulare le nostre abitudini di consumo e ridefinire le nostre priorità, soprattutto in virtù del fatto che metà delle persone nel mondo si concentrano oggi nel solo 2% della superficie terrestre. Progettare le metropoli sostenibili, di conseguenza, più che un investimento progettuale sembra essere una vera e propria strategia emergenziale. La tecnologia dovrà essere il perno attorno al quale ruota un intero ecosistema sinergico ed equilibrato.

Il lavoro di Ratti si manifesta in diversi ambiti, mantenendo in ogni caso la sua impronta di sensibilità: un esempio è stato il Future Food District, area altamente innovativa installata all’interno del padiglione Expo 2015 di Coop nel quale i prodotti erano in interazione con i consumatori, mostrando origini, caratteristiche nutrizionali, specifiche ecologiche su appositi monitor touchscreen a portata dei visitatori. “Internet sta entrando nello spazio in cui viviamo e sta diventando Internet delle cose, abbracciando qualsiasi aspetto della nostra esistenza: dalla gestione dei rifiuti alla mobilità alla distribuzione dell’acqua, dalla pianificazione delle città al coinvolgimento dei cittadini” è il mantra che ripete il direttore del MIT Senseable City Lab, per esortare le amministrazioni e le imprese a contribuire a questo processo di trasformazione urbana verso veri e propri organismi attivi in grado di relazionarsi in tempo reale con i cittadini al fine di implementare mobilità, sostenibilità, socialità, economia e creatività.

Come quelli sviluppati dallo stesso Ratti, dal TrashTrack per un monitoraggio più attivo del flusso di rifiuti (che opera attraverso sensori che dal cestino della spazzatura seguono i rifiuti fino alla loro destinazione finale) al Global Mobility Index che si concentra sulla mobilità stradale per segnalare agli utenti le zone congestionate e implementare l’utilizzo del car sharing, al Clean Air Nairobi, un applicativo in grado di sorvegliare l’aria e segnalare ai territori le situazioni in cui si registrano emergenze inquinanti[3].

Questo riposizionare l’azione degli individui al centro del processo partecipativo della costruzione della città è, in realtà, un concetto antico e utilizzato fino a poco tempo fa. La spinta bottom up (attraverso, cioè, uno sforzo collettivo dal basso) ha contribuito a formare le città per molto tempo e soltanto negli ultimi secoli la progettazione urbana si è trasformata in un fenomeno quasi esclusivamente calato “dall’alto verso il basso”. Come afferma lo stesso Ratti, “se prendiamo i modelli di grandi città progettate dall’alto, come Chandigarh (progettata da Le Corbusier) o Brasilia (progettata da Lucio Costa con Oscar Niemeyer) sappiamo che ci sono stati dei problemi, e le difficoltà derivavano nel secolo passato dal come mettere insieme molte persone”.

La novità è rappresentata dal fatto che al giorno d’oggi nel processo decisionale contribuiscono, virtualmente, non più 10 ma 100, 10.000 o 100.000 individui che attraverso le loro direttive e suggerimenti, che i progettisti raccoglieranno per strutturare la migliore citizien experience possibile, allargano la partecipazione ai meccanismi di progettazione e determinano una strutturazione urbana in grado di rispondere meglio ai bisogni della comunità. Il motivo per il quale si preferisce chiamare queste realtà città sensibili, e non soltanto città intelligenti[4].

Simona Grossi

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Thu, 2 May 2019 17:19:30 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/486/1/non-soltanto-smart-city-ma-citta-sensibili-che-pongono-al-centro-il-fattore-umano simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La chiave per aprire definitivamente all’economia circolare è nel ruolo della produzione industriale che deve diventare ecosostenibile https://www.simonagrossi.net/post/485/1/la-chiave-per-aprire-definitivamente-all-economia-circolare-e-nel-ruolo-della-produzione-industriale-che-deve-diventare-ecosostenibile

E' ormai da diverso tempo che si parla di economia circolare, e di tecniche nazionali o sovranazionali volte a sostituire un produzione di scarti finora irresponsabile con una gestione più virtuosa e attenta alla salvaguardia dell'ambiente.

A fronte di una continua regolazione di quanto avviene a valle del processo di consumo è subentrata finalmente una presa di posizione imprenditoriale volta a responsabilizzare le stesse aziende in merito a quanto materiale, tra quello che producono, rappresenta in realtà un problema che si ripercuote nell'intero ciclo di vita del prodotto stesso.

Lo spunto viene da alcune foto diventate in poco tempo virali sul web (migliaia di condivisioni nell'arco di poche ore) che ritraevano un packaging innovativo prodotto da una catena di supermercati thailandese. La persona che ha scattato le foto di questo innovativo confezionamento in foglie di banano usate al posto della plastica, Simon dell'azienda Perfect Homes Chiang Mai, ha pubblicato il suo post affermando come quelle fossero delle semplici fotografie ottenute tramite smartphone che rappresentavano però una grande idea, manifestando poi una sincera euforia per il fatto che avessero raggiunto un tale livello di viralità[1].

Ma non è l'unico buon esempio: anche in Australia alcune realtà imprenditoriali si sono adoperate per utilizzare materiali rinnovabili a lungo termine per fornire alla produzione una valida alternativa sostenibile per imballare i prodotti.

E' la stessa azienda Biopak, operante nel settore del packaging, a scrivere nella sua mission come "i nostri prodotti provengono da fonti sostenibili provenienti da piantagioni pianificate, scegliendo materiali facilmente rinnovabili e biodegradabili, che producono oggetti riciclabili o compostabili riducendo, quindi, la quantità da destinare nelle discariche"[2].

Il fine è di sensibilizzare le persone circa l'impatto ambientale che generano tutti gli imballaggi usa e getta che siamo soliti utilizzare, e fornire quindi loro alternative sostenibili. Un'inversione di responsabilità, dunque, che vede le stesse imprese farsi carico del tema della circolarità e intervenire a monte della produzione con nuovi materiali e pratiche ecosostenibili.

Una volta la carta e la plastica convenzionali erano i materiali di riferimento per le forniture di imballaggi alimentari. Noi invece offriamo un'alternativa ecocompatibile per le aziende che vogliono preservare e proteggere l'ambiente per le generazioni attuali e future. Misuriamo, riduciamo dove possibile e quindi compensiamo le eventuali emissioni di gas serra residue associate ai nostri prodotti e operazioni. E dal 2010 sono state compensate circa 110 mila tonnellate di emissioni di CO2”, ci dicono i responsabili di Biopak.

Si tratta di prodotti dotati di una certificazione a zero emissioni, che non esauriscono il loro ciclo di consumo alla prima esperienza ma consentono un loro riciclo, una ri-commercializzazione o un compostaggio domestico.

I contenitori del caffè BioCup, per citare un esempio, possono finire insieme agli avanzi di cibo e quindi bypassare anche quel semplice, ma a volte decisivo, processo di separazione domestica dei rifiuti che spesso contribuisce a generare scarti indifferenziati. Tanto che, come assicurano dalla sede australiana, la sostenibilità aziendale è ben chiara in ogni certificazione oltre che nella mission, dove oltretutto assicura ai consumatori la restituzione del 7,5% dei profitti, dei quali l'1% viene destinato alla protezione delle foreste pluviali, il 2,5% ai progetti di energia rinnovabile e il restante 4% al cambiamento sociale.

Siamo stati la prima azienda di imballaggi a diventare carbon neutral in Australia e Nuova Zelanda nel 2010. E la compensazione delle inevitabili emissioni di gas serra create attraverso la produzione, il trasporto e lo smaltimento dei nostri prodotti ha finora permesso di risparmiare oltre 40 milioni di litri di carburante" è quanto comunicano mentre mettono in commercio tazze e ciotole sostenibili, posate e bags in bioplastica o plastica vegetale, compostabile in una struttura commerciale.

Fortunatamente sembra che i consumatori abbiano aumentato la loro consapevolezza nei confronti del problema e che, di conseguenza, il mercato cominci a premiare questo genere di realtà che hanno a cuore il tema e lo manifestano all'interno dei loro processi produttivi. La domanda d’imballaggi virtuosi è infatti in una crescita continua e si stima che raggiungerà un valore di mercato di circa 440,3 miliardi di dollari entro il 2025 crescendo annualmente di 7,7 punti percentuale[3].

Un altro esempio virtuoso lo fornisce la designer dell'Università Diego Portales Margarita Talep, che ha fondato l'azienda Desintegra.me, un progetto industriale volto a sostituire la plastica monouso con un innovativo materiale idrosolubile proveniente dalle alghe. Ideato per contenere prodotti alimentari secchi come la pasta o i biscotti, questo packaging arriva direttamente dall'agar-agar e si tratta di una particolare bio-plastica in grado di biodegradarsi autonomamente.

"La crescente produzione e l’uso eccessivo di materie plastiche", scrive la stessa Talep, "minacciano di contaminare ogni angolo del pianeta, specialmente gli oceani. Si stima che 8 milioni di tonnellate di plastica monouso entrino ogni anno negli oceani, dove danneggiano seriamente la salute degli ecosistemi acquatici e la sopravvivenza delle specie che li circondano". Ed è preoccupante costatare come "più del 40% della plastica [sia] di uso effimero, cioè viene usato una sola volta e poi gettato via: tra questi ci sono piatti, utensili, lampadine, borse, bicchieri, contenitori" aggiunge[4].

Il suo è un esempio che mi auguro venga ben presto seguito dal maggior numero di aziende, perché sta a loro la responsabilità di immettere nel ciclo di consumo delle persone dei prodotti che, in qualsiasi caso, non finiranno per aggiungersi alla già emergenziale mole di materiali che il nostro pianeta non è più in grado di sopportare.

Simona Grossi

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Thu, 18 Apr 2019 17:16:26 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/485/1/la-chiave-per-aprire-definitivamente-all-economia-circolare-e-nel-ruolo-della-produzione-industriale-che-deve-diventare-ecosostenibile simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Earth Hour: generazioni diverse a luci spente per salvare il nostro Pianeta https://www.simonagrossi.net/post/484/1/earth-hour-generazioni-diverse-a-luci-spente-per-salvare-il-nostro-pianeta

Il 30 marzo alle ore 20:30  in tutto il globo siamo stati invitati a spegnere le luci e gli altri oggetti elettronici per un’ora. Un gesto simbolico realizzato con lo scopo di far prendere coscienza a tutte le persone di problemi come il calo della biodiversità o il riscaldamento globale: è questo l’Earth Hour (o ora della terra). Arrivata alla sua dodicesima edizione questa mobilitazione, organizzata per la prima volta a Sidney nel 2007 dal WWF, ha saputo negli anni crescere di notorietà e di partecipazione coinvolgendo, praticamente in tutto il mondo, piccoli comuni e grandi città oltre che privati cittadini. L'Ora della Terra lo scorso anno ha coinvolto ad esempio 188 paesi, 18.000 monumenti storici o simboli spenti, oltre 3 miliardi di messaggi veicolati sui social, più di 250 Ambasciatori e influencer impegnati. Per l’evento anche questa volta si sono così spenti tra i tanti luoghi famosi: il Colosseo, Piazza Navona, il Cristo Redentore di Rio, la Torre Eiffel e il Ponte sul Bosforo. Allo stesso tempo si sono organizzati progetti, eventi e manifestazioni collegati all’importante tematica che è quella della salvaguardia del nostro Pianeta. In Italia sono stati quattrocento i Comuni che hanno aderito all’Ora della Terra 2019, con lo spegnimento di monumenti, palazzi o luoghi simbolo (come ad esempio tutte le luci esterne dei palazzi delle principali istituzioni nazionali). Quarantasette organizzazioni aggregate WWF e dieci Oasi hanno poi avuto in programma circa cento eventi e iniziative. Ma è stata la città di Matera, Capitale Europa della Cultura per il 2019, il centro di questa manifestazione nazionale con lo spegnimento dell’area di S.Pietro Caveoso e della Rupe dell'Idris, luoghi iconici della Città dei Sassi.

Anche se molto è stato fatto negli ultimi anni serve sempre di più una consapevolezza maggiore riguardo ai problemi legati al cambiamento climatico ed alla riduzione della biodiversità: credo fermamente, infatti, che se ogni persona al mondo cominciasse a fare qualche piccolo gesto per migliorare il nostro rapporto con l’ambiente, non solo nei sessanta minuti dedicati alla terra, avremmo il potere di cambiare il mondo che abitiamo. Anche nel nostro piccolo quotidiano possiamo, infatti, fare la differenza: magari prestando più attenzione all’acquisto di elettrodomestici a bassi consumi ed alto rendimento, riducendo lo spreco sia di energia elettrica sia di acqua nelle nostre abitudini, moderando il consumo di carne rossa e preferendo a tavola i prodotti di stagione, preferendo dove possibile bici o piedi all’uso di mezzi più inquinanti, ridurre il consumo di carta stampata e soprattutto riciclando il più possibile i rifiuti per evitare ulteriori sprechi inutili.

Lo slogan scelto per la più grande mobilitazione planetaria in tema di cambiamenti climatici quest’anno è stato “#Connect2Earth” a significare lo stretto legame tra uomo e natura, tra cambiamenti climatici e perdita di biodiversità, il capitale naturale sul quale poggia la nostra stessa vita e per il quale gli obiettivi concreti sono: fermare la perdita di biodiversità e dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 a livello globale. Questi ultimi cinque anni sono stati, ad esempio, i più caldi mai registrati da quando esistono delle registrazioni scientificamente attendibili (dal 1800 cioè da 219 anni). Ma se da una parte la situazione si aggrava, dall'altra nasce una speranza: quella delle tante persone in tutto il mondo che sempre più hanno preso a cuore la salvaguardia del Pianeta. Sono mobilitazioni simili a questa a far ben sperare nella nascita di una coscienza climatica nelle generazioni future, invece, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, le generazioni più responsabili non sono le nuove. Da una recente ricerca (sondaggio Omnibus in Europa commissionato da Friend of Glass.) gli anziani risultano più informati e più impegnati sul fronte del riciclo dei giovani. Generazione, quest’ultima, che risulta anche essere quella che maggiormente pesa su un modello di consumo anti ecologico (come ad esempio nel “fast fashion”). I nostri nonni, per possibilità ma anche necessità, tendevano a sfruttare oggetti e vestiti quasi fino alla fine del loro ciclo vitale. Non sicuramente per l’economia circolare come la interpretiamo oggi, ma semplicemente per non sprecare e valorizzare quel poco che si aveva. Oggi è tutto diverso e anche la maggior disponibilità di prodotti, di benessere economico e di velocità di acquisto portano inevitabilmente, soprattutto i giovani, ad acquistare con minore attenzione prodotti usa e getta. Necessaria sarà quindi una visione di co-responsabilità tra le parti e le generazioni, dal momento che, finché non cambieranno i gusti, sarà molto più complesso riuscire a modificare in maniera sostanziale anche i comportamenti.

Sull'onda delle iniziative degli studenti, impegnati negli scioperi per il clima, anche con l'Earth Hour si rafforzano il richiamo ad un’ unione, da parte di tutti i Paesi del mondo, nella lotta al cambiamento climatico. Senza un impegno globale e condiviso da parte di tutti i governi del mondo si rischia, infatti, un pericolosissimo ritorno al passato a causa della preoccupante situazione del riscaldamento globale, legata inoltre alla mancata reazione per decarbonizzare con urgenza le nostre economie. Negli ultimi dieci anni, vale la pena ricordarlo, l'Earth Hour ha ispirato milioni di persone a sostenere e partecipare a iniziative per la tutela dell'ambiente e del clima. Fra gli effetti più importanti, questa mobilitazione ha contribuito, ad esempio, a creare 3,5 milioni di ettari di aree marine protette in Argentina, 2.700 ettari di foresta in Uganda, vietato la plastica alle Galapagos, aiutato a  piantare 17 milioni di alberi in Kazakistan, ha permesso di  illuminare case con energia solare in India e nelle Filippine e di promuovere nuove leggi per la protezione dei mari e delle foreste in Russia. Ed importanti progetti futuri sono già stati messi in cantiere: l’Ecuador, ad esempio, sta spingendo per una legge che abolisca l’uso della plastica nella capitale Quito, mentre la Finlandia sfiderà oltre un quarto della popolazione del paese a seguire una dieta più equilibrata. Il Kenya pianterà un miliardo di alberi entro il 2030 per ripristinare la copertura forestale e l’Indonesia sta incoraggiando 5 milioni di giovani ad adottare uno stile di vita più green.

La nostra generazione è la prima, forse, ad avere un’idea più chiara del valore della natura e dell’enorme impatto che abbiamo provocato sul funzionamento degli ecosistemi e sulle singole specie. Nostro compito, per noi stessi e per le generazioni future, è proprio contribuire a costruire un futuro in cui l’umanità possa vivere in armonia con la natura ed il momento di agire per tutto questo è ora. Non possiamo più rimandare.

Simona Grossi

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Tue, 9 Apr 2019 17:59:57 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/484/1/earth-hour-generazioni-diverse-a-luci-spente-per-salvare-il-nostro-pianeta simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Nasce -Cuore InForma- quando l’impresa fa welfare territoriale https://www.simonagrossi.net/post/483/1/nasce-cuore-informa-quando-l-impresa-fa-welfare-territoriale

Lo scorso 26 marzo il Comune di Dalmine ha assistito alla presentazione del progetto Cuore InForma, un'iniziativa nata dalla collaborazione tra le istituzioni e le imprese del territorio, tra le quali non potevano mancare REA Dalmine e Gruppo Green Holding.

Il caso rappresenta un esempio perfetto di integrazione tra il network imprenditoriale e il territorio di appartenenza, con le amministrazioni che, impegnate a ricercare nuove risorse per far fronte alla gestione del welfare pubblico, hanno trovato nelle iniziative filantropiche di tali società un preziosissimo contributo socioeconomico.

Mentre le grandi aziende hanno già da tempo provveduto alla realizzazione di un vero e proprio welfare aziendale, infatti, da qualche anno si è visto il proliferare di partnership e collaborazioni tra le imprese di piccole-medie dimensioni, che per colmare il gap finanziario hanno man mano dato vita a reti strutturate in grado di agire virtuosamente sul territorio di competenza. L'aggregazione in rete ha infatti facilitato la proliferazione di politiche di welfare in grado, da una parte, di contribuire ad un innalzamento della qualità di vita della cittadinanza, e di rispondere al principio di responsabilità sociale di impresa descrive la relazione di responsabilità sociale, etica ed economica tra le imprese ed il territorio, dall'altra di generare un'incredibile attrazione per i rispettivi stakeholders, nonché una maggiore diffusione della cultura del territorio.

Si registra, infatti, un deciso aumento del numero di aziende che contribuiscono all'innalzamento della qualità di vita del proprio territorio e della rispettiva cittadinanza, un trend che rappresenta un vero e proprio impegno etico, elemento valoriale che entra direttamente nella "cosiddetta catena del valore prospettando così l'utilizzo di nuovi percorsi e leve competitive coerenti con uno sviluppo sostenibile per la collettività"[1].

Il salto di qualità è rappresentato dal sempre più frequente "sconfinamento" delle aziende verso una presa in carico della cosa pubblica, con un lavoro sinergico e strategico di collaborazione con le istituzioni locali. Gli interessati, quindi, non sono più soltanto i dipendenti che ricevono i loro benefit, ma un numero sempre più ampio di cittadini che trovano in queste iniziative un'erogazione di servizi che accompagnano le iniziative di welfare di origine Pubblica.

Come afferma l'esperto di Diritto del Lavoro dell'Università Milano-Bicocca Francesco Bacchini, infatti, "queste misure permettono alle imprese, in particolare quelle medio piccole situate in una certa area, di aggregare le competenze e le risorse economiche per far fronte alla loro progettazione e realizzazione". Ci spiega, poi, come "per raggiungere questo obiettivo le aziende coinvolgono nella fornitura dei beni e servizi erogati a propri dipendenti quanti più soggetti pubblici e privati operanti in quello stesso territorio di riferimento, incrementandone così le attività economiche e sociali".

Quello che si mette in atto è un vero e proprio contributo qualitativo sul territorio, in un loop virtuoso capace di generare una crescita dell'intera comunità locale e della sua coesione sociale. "Tutta la popolazione può usufruire di beni e, soprattutto, di servizi migliori, capaci di soddisfarne i bisogni in modo più efficiente. Questo perché le misure di welfare sono erogate a chilometro zero, con maggiori garanzie identitarie e di qualità", continua lo stesso Bacchini.

Un altro vantaggio, poi, è rappresentato dalla generazione di nuova ricchezza e possibilità occupazionali, fattori che si devono dall'instaurazione di nuove dinamiche economiche. "In questo senso vengono avvantaggiati i distretti industriali nei quali l'integrazione produttiva fra imprese è più forte", ci spiega lo stesso ricercatore[2].

Ed è ciò che abbiamo voluto fare noi del Gruppo Green Holding, che dopo le iniziative già portate avanti per aumentare la sensibilizzazione nei confronti delle pratiche ecosostenibili di gestione dei rifiuti[3], abbiamo partecipato e collaborato all'attivazione del Progetto Cuore InForma, aprendo al Comune di Dalmine la possibilità di dotarsi di una serie di defibrillatori semiautomatici per emergenza che saranno reperibili in appositi totem funzionali. Il nostro scopo è di aumentare la sicurezza di tutta la comunità e lanciare un messaggio forte per la salute dei nostri concittadini[4].

Un altro esempio di come le imprese possano giovare al territorio ce lo fornisce Luxottica di Agordo in Provincia di Belluno, che, collaborando con il Comune, come conferma il sindaco Sisto Da Roit, "ha potenziato i servizi sia per i bambini sia per i cittadini anziani. La multinazionale ha migliorato il funzionamento dell'asilo comunale. Dall'anno scolastico in corso la struttura rimane aperta fino alle 18, anche il sabato". Senza il contributo dell'impresa, infatti, non sarebbe stato possibile confermare né questo servizio, né "un centro dedicato agli anziani non autosufficienti affetti da diverse forme di demenza". Come conferma lo stesso De Roit, quindi, "queste collaborazioni sono ossigeno per le amministrazioni e rappresentano un’occasione di crescita per tutta la comunità"

E' dunque appurato come tali progetti racchiudano al loro interno infiniti vantaggi. "Intanto vengono create economie di scala territoriali di produzione di beni e soprattutto di servizi in grado di ottimizzare gli investimenti e ridurre i costi del welfare aziendale. Inoltre queste misure contribuiscono a creare nuova ricchezza e nuovi posti di lavoro nel territorio di riferimento e a sviluppare un sempre maggiore radicamento reputazionale intercettando le esigenze della popolazione", ci conferma Francesco Bacchini.

Ma i benefit sono anche per le aziende che agiscono in maniera virtuosa, poiché così hanno l'opportunità di aggregare le proprie risorse economiche, strategiche e relazionali per organizzare e dare attuazione a misure di welfare aziendale in grado di coinvolgere la popolazione del territorio. "In questo modo ottimizzano gli investimenti, riducendo i costi di gestione e aumentando l’offerta, la qualità e la quantità dei beni e servizi erogati. Senza dimenticare che in questo modo le realtà produttive creano rapporti costruttivi con la collettività locale e, in particolare per le imprese di maggiori dimensioni, potenziando anche la propria immagine e reputazione", conclude l'esperto di Diritto del Lavoro

Un vantaggio per tutti, quindi, con la consapevolezza che una collaborazione tra le parti che agiscono su un determinato territorio possa contribuire all'innalzamento della qualità della vita e del lavoro al suo interno.

Simona Grossi

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Fri, 29 Mar 2019 17:42:07 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/483/1/nasce-cuore-informa-quando-l-impresa-fa-welfare-territoriale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La comunicazione col territorio come strumento per accelerare i tempi di riqualificazione di aree compromesse https://www.simonagrossi.net/post/482/1/la-comunicazione-col-territorio-come-strumento-per-accelerare-i-tempi-di-riqualificazione-di-aree-compromesse

Verso una maggiore trasparenza nella gestione di bonifiche e discariche controllate

Il recupero del territorio è un’azione dalle fortissime potenzialità in chiave di valorizzazione del sito di interesse. Promuovere lo sviluppo di progetti lungimiranti con un impatto positivo sull’ambiente e sulle persone, in funzione dell’uso finale che si intende dare, è un’opportunità e una necessità.

Il tema delle bonifiche ambientali è un argomento sicuramente complesso ma che necessita di interventi tempestivi e rigorosi a garanzia della salvaguardia dell’ambiente e della salute pubblica.  

Come riporta il sito dell’ARPA, L’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente: “Il processo di bonifica di siti contaminati comprende tutte quelle azioni che hanno lo scopo di eliminare le sostanze inquinanti presenti nel suolo, nel sottosuolo e nelle acque sotterranee, o perlomeno di ridurne la concentrazione entro i limiti di legge. L’obiettivo finale delle bonifiche ambientali è quindi quello di salvaguardare l’ambiente e la salute pubblica, poiché permettono di recuperare e riqualificare aree compromesse rivestendo un ruolo strategico nella pianificazione territoriale.

Nel 2018 in Italia è stato riscontrato un problema di inquinamento del suolo di 160.680 ettari e di 133.060 ettari sul mare, per un totale da bonificare di 293.740 ettari. Purtroppo, anche a fronte di questi dati allarmanti, quella relativa alle bonifiche è una dinamica resa estremamente lenta a causa della burocrazia.

L’attuale percorso di approvazione di un intervento di bonifica comporta tempi medi non inferiori ai 2-3 anni con eccezione di esempi più o meno virtuosi. Tali tempistiche non permettono né un efficace e tempestivo intervento in relazione a criticità ambientali e sanitarie né la garanzia di tempi certi e programmabili per i soggetti che volessero velocemente eseguire le attività per futuri investimenti.

Gli impegni e le tempistiche per l’esecuzione dei lavori vengono spesso non rispettati causando, inevitabilmente, la perdita di fiducia da parte del territorio e soprattutto degli investitori non più motivati a finanziare il progetto per future realizzazioni di aree industriali/commerciali. Tutto questo va a discapito dell’obiettivo stesso.

Per un problema coì complesso a volte la soluzione passa dalla implementazione di iniziative volte ad agevolare il processo di esecuzione dei lavori. Alcuni esempi virtuosi nella risoluzione del problema sottolineano l’importanza di un miglioramento della comunicazione verso e tra tutti gli enti coinvolti nel progetto. Negli interventi di bonifica di siti particolarmente estesi risulta necessario implementare una comunicazione verso il territorio coinvolto che condivida le tempistiche e le caratteristiche tecniche dell’intervento. In questo contesto una collaborazione tra ente autorizzante ed ente esecutivo del territorio diviene strategica per non rischiare di commettere errori in corso d’opera causando ulteriori rallentamenti. Un elemento in grado di aiutare ulteriormente il percorso in questione potrebbe essere rappresentato dalla definizione di regole certe regionali da applicare in modo omogeneo da parte di tutti gli enti territoriali.

In fin dei conti, la reale differenza sta nella comunicazione. Tutti gli attori coinvolti nella gestione di tali interventi dovrebbero comprendere la situazione ed adeguarsi a tempi più veloci con il vincolo di tutte le parti attraverso, ad esempio, la sottoscrizione di uno specifico accordo di programma con assunzione di rispettive responsabilità.

Sempre nell’ambito della gestione di rifiuti un ottimo esempio di comunicazione si può trovare nei progetti di comunicazione sul ciclo di vita delle discariche. Nel territorio brianzolo, la storia di Cem Ambiente Spa può essere presa a riferimento come modello nel rapporto col cittadino. La struttura da oltre 40 anni lavora con 66 Comuni per una raccolta differenziata di qualità garantendone la riduzione, riciclo, riuso dei rifiuti. Si tratta di un’azienda a totale capitale pubblico che si occupa di un insieme integrato di servizi ambientali. Il “core business” aziendale è incentrato sui servizi di igiene urbana: la raccolta differenziata dei rifiuti, la gestione delle piattaforme ecologiche, la pulizia stradale, e di tutti i servizi correlati di trattamento, smaltimento e recupero dei materiali.

La comunicazione che Cem Ambiente effettua sul territorio e con il territorio è esemplare. “La differenziata la fanno le persone. Il riciclo C’èm”, è questo lo slogan della campagna di sensibilizzazione 2016 che ha visto 1.500 poster affissi su tutto il territorio di Cem Ambiente e oltre 70.000 cartoline distribuite in Comune e nelle scuole. La campagna dell’azienda si inserisce in una campagna di comunicazione molto più ampia che si propone di ricordare a tutti l’impegno che Cem Ambiente ha sul territorio. L’azienda infatti effettua un costante lavoro nei confronti dei cittadini istruendo la comunità riguardo l’importanza di raccogliere i rifiuti in modo corretto puntando sempre di più alla qualità della raccolta domestica. Una delle attività offerte dall’azienda si chiama DIFFERENZIA ANCHE TU ed è il progetto di Educazione ambientale di Cem Ambiente per le scuole. L’iniziativa è rivolta alle classi quarte e quinte delle scuole primarie e le attività si svolgono tra ottobre e dicembre e tra marzo e maggio sviluppandosi in due tipologie di progetto: la prima si svolge presso la sede di Cem Ambiente e la seconda in classe.

Ulteriore esempio di buona comunicazione con il territorio è rappresentato da Barricalla S.p.A. società del gruppo Green Holding, che rappresenta la principale discarica in Italia ed è situata alle porte di Torino. Nata nel 1988 Barricalla è infatti considerata un impianto-modello per gli alti standard di sicurezza impiegati e per non aver mai generato criticità nei suoi 30 anni di attività. Trent’anni esercitati in piena regolarità e trasparenza, in un contesto di convivenza caratterizzato da un rapporto dialettico e attivo con gli enti regionali come la più recente giornata “porte aperte” offrendo la possibilità alle scuole e ai cittadini di visitare l’impianto di smaltimento di rifiuti speciali e industriali.

Simona Grossi

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Fri, 15 Mar 2019 20:13:47 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/482/1/la-comunicazione-col-territorio-come-strumento-per-accelerare-i-tempi-di-riqualificazione-di-aree-compromesse simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Ispra: tra i fattori più inquinanti per l’atmosfera ci sono i riscaldamenti e gli allevamenti intensivi degli animali https://www.simonagrossi.net/post/481/1/ispra-tra-i-fattori-piu-inquinanti-per-l-atmosfera-ci-sono-i-riscaldamenti-e-gli-allevamenti-intensivi-degli-animali

A giudicare dall'ultima analisi effettuata dall'Ispra, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, tra i fattori che più contribuiscono all'inquinamento atmosferico da particolato PM 2,5 vi sono i riscaldamenti e gli allevamenti intensivi di animali.

Queste due voci, da sole, rappresentano rispettivamente il 38% e il 15,1% della quantità complessiva di polveri sottili nell'area, e rendono quindi la lotta municipale alle automobili e agli scarti industriali (rispettivamente il 9% e l'11,1% del campione) non supportata da una visione sinergica del problema e, quindi, delle sue contromisure.

Se pensiamo al fatto che quando in una città vengono registrate polveri sottili oltre la misura consentita le contromisure abbracciate dalle amministrazioni spesso si esauriscono con la sola istituzione del blocco del traffico, quindi, ci accorgiamo di quanto sia ancora lunga la strada da fare per raggiungere il livello di emissioni consentite per salvaguardare l'ambiente e la nostra salute.

Se parliamo di particolato PM (in inglese Particulate Matter) ci riferiamo a quell'insieme di materia sospesa nell'aria grande al massimo 500 nanometri (un milionesimo del millimetro), che rappresenta da sola la più grande fetta dell'inquinamento per le aree urbane. Sono particelle di carbonio, fibre, silice, metalli, inquinanti solidi o liquidi che vengono emessi nell'atmosfera per cause naturali o per via dell'azione dell'uomo. E' l'insieme di tutte quelle emissioni che in natura (sale marino, terra, eruzioni, pollini, ecc) o per mano delle persone (riscaldamento, traffico, inceneritori o processi industriali) hanno negli ultimi decenni subito un incremento vertiginoso e rappresentano la principale causa dell'inquinamento atmosferico.

Tra le emissioni sotto maggiore scrutinio vi sono senza dubbio quelle definite PM 10, e cioè con un diametro inferiore ai 10 nanometri, tra le quali si annidano i PM 2,5 con una percentuale che sfiora il 60% del totale. Queste ultime, infatti, ne rappresentano la frazione più leggera e per questo motivo quella che più di tutte permane nell'aria finendo nei nostri polmoni, costituendo a sua volta il rischio più grande di patologie gravi quali l'asma, le bronchiti, l'enfisema, le allergie, i tumori e i problemi cardio-circolatori.

L'analisi dell'Ispra si basa sul calcolo del particolato primario e secondario, ed è questa la maggiore novità degli strumenti d’indagine di quest'edizione, rivoluzionando l'intera interpretazione dei dati e l'origine delle cause. Il primario è ciò che proviene direttamente dalle sorgenti inquinanti, e al suo interno un buon 59% proviene dalle fonti di riscaldamento, il 18% dalle emissioni delle automobili, il 15% dalle industrie mentre agli allevamenti intensivi è attribuibile soltanto l'1,7%. Diverso è se andiamo ad analizzare il secondo step di inquinamento, e cioè quello del particolato secondario.

In questo caso ci riferiamo a tutte quelle polveri che si formano nell'atmosfera mediante i processi chimico-fisici che interessano le particelle preesistenti. E' alla luce di questa chiave di lettura che il contributo degli allevamenti intensivi all'insieme dei fattori inquinanti assume tutt'altro spessore, ricoprendone il 15,1% del totale e qualificandosi al secondo posto tra le fonti di maggiore inquinamento.

Come afferma Vanes Poluzzi dell'Arpa dell'Emilia Romagna, "il PM 10 e ancora di più il PM 2,5 sono composti per una percentuale rilevante da particelle di natura secondaria che si formano in atmosfera a partire da ossidi di azoto e zolfo, ammoniaca e composti organici volatili. Tale contributo secondario tende tra l’altro ad aumentare in caso di condizioni meteorologiche di stabilità atmosferica, quando si raggiungono i massimi livelli d’inquinamento". Un aspetto da non sottovalutare, soprattutto se consideriamo che in Lombardia, ad esempio, la presenza del particolato secondario è più alta di quella del primario.

L'analisi dell'Ispra sembra quindi additare gli allevamenti intensivi tra le cause principali di emissione di ammoniaca nell'aria (addirittura il 76,7% nel 2015), e sottolinea come questa rappresenti una difficile minaccia in quanto "il settore allevamenti non può essere oggetto di misure di emergenza". L'unica cosa da fare è ricorrere ad "azioni più strutturali, come la riduzione dei capi o le opzioni tecnologiche".

Per questo motivo se andiamo a vedere i dati degli ultimi anni purtroppo si denota come, di fatto, il settore degli allevamenti non abbia ricevuto nessun cambiamento strutturale in grado di migliorarne il problema delle emissioni. Al contrario, se nel 2000 questa causa copriva il solo 10,2% del particolato complessivo, a oggi ci troviamo difronte ad un emergenziale incremento del 32%.

Mentre l'inquinamento proveniente dalle automobili, motoveicoli e trasporto su strada diminuisce, e con esso quello derivante dall'agricoltura, dall'industria e dalla produzione energetica, continua invece a crescere la quantità di PM 2,5 rilasciato in atmosfera dai riscaldamenti e dagli allevamenti intensivi.

Le prime linee guida da parte delle Istituzioni sono arrivate nel 2016 e hanno fissato al 40% il tetto delle emissioni consentite di PM primario, introducendo localmente dei divieti di spandimento dei reflui zootecnici e la copertura delle vasche di raccolta dei reflui. Ma, come afferma Daniela Cancelli di Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, "le Regioni stabiliscono questi divieti ma il problema sono i controlli. Gli allevamenti sono tanti e i controlli chi li fa? Inoltre il Ministero dell'Ambiente dovrebbe fare delle linee guida a livello nazionale, perché lasciare le Regioni e i Comuni a gestire l'emergenza non è efficace".

Ci troviamo di fatto alle prese con un'emergenza che non possiamo più permetterci di sottovalutare, visto e considerato che, secondo gli ultimi report dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, in un solo anno sono state registrate 4,2 milioni di morti a causa dell'inquinamento atmosferico. Se guardiamo poi alla qualità della vita arriviamo addirittura ad un 91% della popolazione mondiale che vive in luoghi che non soddisfano i livelli minimi fissati dall'OMS17 di qualità dell'aria[1].

Siamo chiamati ad agire individualmente e come società per far sì che i nostri comportamenti, a partire dalle abitudini alimentari, quali ad esempio il fabbisogno di carne rossa, o di consumo, come avviene, invece, per l'utilizzo quotidiano della plastica, contribuiscano a ridurre progressivamente un'emergenza che mondialmente diventa sempre più incombente.

Simona Grossi

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Thu, 7 Mar 2019 20:07:51 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/481/1/ispra-tra-i-fattori-piu-inquinanti-per-l-atmosfera-ci-sono-i-riscaldamenti-e-gli-allevamenti-intensivi-degli-animali simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La conciliazione vita-lavoro non può riguardare soltanto la maternità https://www.simonagrossi.net/post/480/1/la-conciliazione-vita-lavoro-non-puo-riguardare-soltanto-la-maternita

Quando andiamo ad analizzare i termini della conciliazione vita-lavoro dobbiamo prendere in considerazione il fatto che spesso e volentieri si tende ad appiattire la questione soprattutto sui diritti di maternità o paternità.

Se ci concentriamo sulla classifica europea per l'anzianità delle donne al primo parto notiamo come l'Italia, con la sua media di 31,7 anni, ne ricopra purtroppo la vetta. Un risultato dettato da diverse variabili, tra le quali una delle più oggettive risiede proprio nella difficoltà di conciliare la vita familiare con quella lavorativa.

E' un numero sempre più alto quello delle donne che rinunciano alla carriera professionale per portare avanti la maternità, e così ci ritroviamo in un Paese in cui il 37% della popolazione femminile tra i 25 e i 49 anni risulta attualmente inattiva.

Tutto questo non è dettato da scelte personali, ma si deve alle infinite discriminazioni insite nel mondo del lavoro, al forte squilibrio dei carichi familiari e dalle esigue possibilità di raggiungere un equilibrio bilanciato tra professione e obblighi casalinghi.

Attraverso un'indagine condotta da Save the Children sul territorio e sul web è emerso come sempre più donne in Italia percepiscono questo gender gap che le obbliga a considerare lavoro e famiglia come una dicotomia inconciliabile. "Sarebbe bello poter dire a mia figlia che una donna non deve rinunciare alla propria carriera per realizzare il desiderio di avere un figlio e viceversa... purtroppo dovrò insegnarle che una donna, a parità di capacità con un uomo, verrà sempre discriminata nel momento in cui 'si ferma' per una gravidanza" è, ad esempio, uno dei resoconti che riporta l'Associazione[1].

Poco tempo fa uscì la notizia di un'azienda di Padova, la Eurointerim, che decise di premiare i dipendenti e i collaboratori che avrebbero intrapreso una genitorialità, alla quale si allinearono subito altre realtà come Lavazza che, dal canto suo, promise un bonus per i 200 lavoratori dello stabilimento di Settimo Torinese. Quello che mi ha fatto pensare è che sui giornali tale notizia è stata automaticamente declinata al femminile, con titoli quali quello di Qui Finanza che recitava "Cinquantamila euro per le dipendenti che fanno figli", o "Un premio alle donne che fanno figli" del Corriere della Sera, così come il "Cinquantamila euro per incentivare la natalità tra le dipendenti" de Il Mattino. Parlare di figli, quindi, è parlare di donne. Anzi, madri.

Si da sempre per scontato che i supporti e i servizi da destinare al favoreggiamento della famiglia e della conciliazione con il lavoro siano per forza di cose da destinare al mondo femminile, ma è un pregiudizio che va combattuto imponendo la forte convinzione che la genitorialità sia, invece, una responsabilità comune, e che quindi tutte le misure che non vanno in questa direzione rappresentano un vero e proprio freno al progresso delle donne nel mondo del lavoro.

Secondo l'Istat nello scorso anno abbiamo avuto un aumento di contratti part time, ma se analizziamo i numeri notiamo come siano il 32% delle lavoratrici ad averne beneficiato a fronte del solo 8% degli uomini. Ecco quindi che si manifesta la discriminazione nei confronti dell'avanzamento professionale. Tale variabile incide anche sul pay gap, visto e considerato che per questo motivo l'universo femminile rinuncia in media al 37% dello stipendio.

Il pay gap è legittimato anche e soprattutto dal fatto che tali stipendi non vengano considerati sufficienti alla copertura dei costi addizionali che l'assenza delle donne dalla cura domestica o dall'accudimento di figli e parenti impone.

La miopia si manifesta anche nel non considerare il salario femminile come fattore di influenza del "costo-opportunità dell'inattività", oltre che come variabile di aumento del PIL con i relativi contributi sociali e il maggior reddito fiscale.

Al di la dell'aspetto sociale, quindi, si pone anche l'enorme problema dell'arretratezza economica per la quale, invece, il contributo femminile potrebbe apportare un notevole fattore di ripresa[2].

Se guardiamo ai diritti e alle tutele esistenti oggi, infatti, notiamo come si punti sulla sicurezza e salute della madre lavoratrice (la cui inosservanza è punibile con l'arresto fino ai 6 mesi dell'imprenditore che la viola), sul congedo di maternità (che prevede un'indennità giornaliera pari all'80%), sul congedo parentale, e sui permessi di riposo destinati alle mamme lavoratrici dipendenti che devono assentarsi per l'allattamento o la cura del figlio.

E' quindi chiaro come, per una donna, il mondo al di fuori del lavoro debba essere per forza improntato sulla cura della casa e della prole, un concetto che apre il campo a una serie infinita di discriminazioni all'interno del mondo del lavoro che, come in un circolo vizioso, rappresenta il fattore di maggiore arretratezza culturale, sociale ed economica.

Simona Grossi

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Thu, 21 Feb 2019 18:45:57 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/480/1/la-conciliazione-vita-lavoro-non-puo-riguardare-soltanto-la-maternita simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Impresa al femminile, uno scenario che sta pian piano uscendo dall’isolamento https://www.simonagrossi.net/post/479/1/impresa-al-femminile-uno-scenario-che-sta-pian-piano-uscendo-dall-isolamento

Quello dell'impresa al femminile è uno scenario che sta emergendo sempre più nel panorama imprenditoriale del nostro Paese, e seppur con estremo ritardo, come donna e come imprenditrice non posso che gioire di una situazione che vede finalmente l'Italia sbloccarsi ed usufruire dei vantaggi che in più di un'occasione mi è già capitato di elencare.

La strada da fare è naturalmente ancora lunghissima, ciononostante si cominciano ad intravedere delle iniziative promosse da amministrazioni, imprese e società civile volte alla riaffermazione di questo modello di business in grado di assicurare al mondo del lavoro una nuova linfa e spinta innovatrice.

Mentre l'Osservatorio dell'Imprenditorialità Femminile di Unioncamere attesta come siano ancora una su quattro le aziende a guida femminile, per un totale di sole 2,5 milioni di cariche imprenditoriali, stanno nascendo una serie di incentivi e agevolazioni volte alla promozione e al supporto di imprese di questo genere.

Tra i benefit più noti e sfruttati c'è sicuramente Nuove Imprese a Tasso Zero di Invitalia, mirata ai giovani e soprattutto alle donne che mette sul piatto fino a 1,5 milioni di euro rivolti a progetti aziendali di tutti i settori economici. Per partecipare al bando è necessario essere un'impresa femminile costituita da meno di un anno oppure una nuova attività in apertura.

Un altro esempio è Cultura Crea, programma che nasce dai finanziamenti del Pon Fesr Cultura e Sviluppo che vuole dare un contributo alle iniziative imprenditoriali che puntano sulla cultura e sul turismo per implementare lo sviluppo e promuovere le risorse del Meridione. Cultura Crea premia infatti le aziende della Basilicata, della Calabria, della Campania, della Puglia e della Sicilia, e si concretizza in un 45% di finanziamenti senza interessi con contributi a fondo perduto per le imprese e le cooperative al femminile.

Ci sono poi i finanziamenti programmati dal Protocollo d'intesa dell'ABI insieme alle maggiori associazioni di categoria italiane che, prolungati fino allo scadere del 2019, mediante tre livelli di finanziamento punta a supportare l'accesso al credito da parte di lavoratrici autonome e imprese femminili, il tutto nell'arco dei diversi step di vita lavorativa.

Altre realtà analoghe possono essere Investiamo nelle donne, un insieme di capitale finanziato per i nuovi investimenti delle imprenditrici, Donne in start-up, finanziamenti volti all'apertura di studi professionali o PMI, Donne in ripresa, Fondo di Garanzia per Imprese Femminili, e molti altri.

Proprio quest'ultimo risalta particolarmente poiché rappresenta un'incredibile opportunità di sostegno per l'accesso al credito delle piccole imprese. Questa sezione speciale del Fondo di Garanzia consente infatti di accedervi con più facilità, ricevendo da parte loro una garanzia pubblica che può arrivare a coprire fino all'80% del totale, con una priorità di istruttoria e delibera e senza sostenere nessun costo aggiuntivo per l'emissione[1].

Il fatto che l'universo delle imprese stia decisamente virando verso una maggiore autonomia e iniziativa da parte delle donne sembra quindi chiaro e incontrovertibile. Una tendenza che è avvalorata dai numerosi studi sui vantaggi che un management al femminile può apportare al business aziendale.

Lo testimonia anche un nuovo progetto firmato BioNike, un concorso rivolto alle donne per la promozione delle loro idee innovative e nella realizzazione dei loro sogni d'impresa. La Icim International, azienda milanese del 1930 con una struttura portante estremamente al femminile e, di conseguenza, da sempre attenta alla valorizzazione dell'ambiente, dell'arte, dell'educazione e della parità di diritti, ha diramato un comunicato aziendale in cui affermava che l'"obiettivo del BioNike Award è porre l'accento sull’importante tema dell’imprenditorialità femminile, individuando idee imprenditoriali che portino avanti il valore dell’eccellenza ed esprimano il meglio dell’artigianalità, dell’intellettualità e dei servizi made In Italy di qualità, con un approccio originale e contemporaneo".

Ad usufruire del concorso saranno le donne di ogni età e provenienza con residenza in Italia che saranno in grado di promuovere un'idea di business originale. Tra i pochi prerequisiti vi sono una storia imprenditoriale relativamente giovane, non più di 5 anni di attività, la sede che deve essere nel nostro Paese e il settore che dovrà riguardare il design, la ristorazione, l'agroalimentare o i servizi.

Le imprenditrici che soddisfano tali criteri potranno così candidarsi e tale proposta verrà valutata e votata da una giuria composta da Giovanna Bestagini Bonomi, Ludovica Serafini, Roselina Salemi e Virginia Di Giorgio, quattro professioniste che hanno saputo distinguersi a livello imprenditoriale arrivando ad incarnare alla perfezione l'essenza di questo contest.

Per le concorrenti sarà possibile candidarsi fino a fine marzo, quando la giuria si riunirà per effettuare la prima scrematura e analizzare i mini video in cui le finaliste potranno presentare il loro sogno e avanzare il loro progetto di impresa. Questi video affronteranno anche una selezione online attraverso il voto degli utenti del portale, il tutto fino al 30 maggio prossimo, data in cui verrà proclamata digitalmente la vincitrice attraverso il sito web e i canali social del brand. Icim International, attraverso BioNike, provvederà quindi a sostenere economicamente e mediante l'erogazione di beni e servizi la nascita di una nuova impresa al femminile[2].

Un ultimo chiarissimo esempio di come anche le istituzioni si stiano pian piano muovendo in questa direzione lo può fornire il Comune di Modena, che stimola e incentiva l'apertura di nuove imprese femminili all'interno di settori quali l'innovazione sociale, l'internazionalizzazione, il turismo e la cultura e la formazione e l'orientamento al lavoro.

E', infatti, partito un bando in collaborazione con il Comitato per la promozione dell'imprenditoria femminile di Modena, ente direttamente collegato alla Camera di Commercio, e con il Tavolo comunale delle associazioni per le pari opportunità e per la non discriminazione, volto ad elargire un contributo fino a un tetto di 5000 euro per le imprenditrici che vogliono intraprendere una nuova iniziativa aziendale nell'arco del 2019.

Questo sostegno è un piccolo segnale che, insieme al Comitato per l’imprenditoria femminile, vogliamo dare per sostenere la crescita del lavoro delle donne. A Modena il livello di occupazione femminile è migliore che nel resto d’Italia ma è ancora inferiore a quello maschile. Con questo piccolo contributo, proviamo a dare un aiuto concreto perché un’idea possa diventare realtà”, è stata la dichiarazione dell’assessora alle Pari opportunità Irene Guadagnini.

Saranno presi in considerazione soprattutto le iniziative di innovazione sociale, e cioè imprese volte alla produzione di beni o alla fornitura di servizi in grado di implementare le relazioni sociali e che coprano il bisogno di welfare. Così come una nota di merito l'avranno le imprese di internazionalizzazione, quelle che si prefiggono lo scopo di creare rapporti di scambio e relazioni commerciali con l'estero. Infine, verranno premiate le realtà culturali o turistiche volte a tutelare e promuovere il patrimonio storico, ambientale e paesaggistico del nostro Paese, e le iniziative di formazione e orientamento al lavoro e alle professioni mirate alle donne.

Tra le spese che saranno prese in considerazione possiamo contare "i costi di costituzione o trasmissione dell’impresa; l’acquisto di beni strumentali, attrezzature, arredi e strutture rimovibili; gli impianti generali fino a un massimo del 30per cento del totale dell’investimento complessivo; l’acquisto o il rinnovo di attrezzature di protezione degli accessi ai locali dell’impresa e di tecnologie di sicurezza; quote iniziali del franchising (nel limite del 30 per cento dell’investimento totale); l’acquisto e lo sviluppo di software necessari per l’attività. Comprese anche le spese per consulenze e servizi specialistici nelle aree marketing, logistica, produzione, personale e organizzazione, economico-finanziaria"[3].

Simona Grossi

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Tue, 12 Feb 2019 17:56:55 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/479/1/impresa-al-femminile-uno-scenario-che-sta-pian-piano-uscendo-dall-isolamento simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’innovazione tecnologica deve diventare innovazione sociale per confermarsi un vero motore di cambiamento https://www.simonagrossi.net/post/478/1/l-innovazione-tecnologica-deve-diventare-innovazione-sociale-per-confermarsi-un-vero-motore-di-cambiamento

Stiamo vivendo un periodo in cui l'innovazione tecnologica, dall'intelligenza artificiale passando per lo sviluppo dei robot fino all'utilizzo dei dati personali e le prospettive del GDPR, sta colmando molte delle necessità operative richieste e deve trovare necessariamente un campo d'intervento dove continuare a far girare il proprio motore del cambiamento.

Abbiamo oggi a disposizione una quantità di tecnologia probabilmente anche in eccesso rispetto a quanto potrebbe esserci utile per lo sviluppo umano, con alcune applicazioni che fino a poco tempo fa erano impensabili nello sviluppo. Quello che manca, però, è una reale riflessione sul loro sviluppo e sulle loro possibili implicazioni. Viviamo con il mito del futuribile senza riflettere a fondo su quanto tutto questo impatta sulla vita delle persone e sul loro inserimento nei contesti urbani delle metropoli.

Spostare le mansioni ripetitive dall'uomo alle macchine, ad esempio, potrebbe considerarsi un ottimo intento se solo impiegare la robotica non stesse obbligando molte persone a lasciare le loro mansioni residuali. Basti pensare alle aziende dei grandi retailer online o di consegne a domicilio, che obbligano le risorse rimanenti a turni  simili a quelli di Chaplin in Tempi Moderni in cambio di un salario sempre più striminzito.

Se la tecnologia avanza ma il welfare e le condizioni di vita della popolazione regredisce, se, cioè, non si pone un attento e costante sguardo sul sociale, ha senso parlare di innovazione?

Una società utopisticamente all'avanguardia tecnologica le cui innovazioni, però, non impediscono al mercato del lavoro di retrocedere i diritti dei lavoratori di cento anni, risulta quindi completamente inutile, in quanto ha come vizio di fondo l'inaccessibilità della sua fruizione da parte di chi è socialmente emarginato.

E' per questo che bisogna fare un distinguo tra alcune applicazioni, come quelle dirette dal professor Fuggetta al Cefriel quali l'airbag per motociclisti della Dainese o gli esoscheletri realizzati dall'Istituto Italiano di Tecnologia destinati ai malati di SLA, e le altre invece fini a se stesse, come ad esempio gli sviluppi della cibernetica antropomorfa di Hiroshi Ishiguro. E' famosa, in questo caso, la presentazione della prof. Stefania Bandini, Direttore del Complex Systems & Artificial Intelligence Researce Center dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca, in cui si domanda se un androide possa mai tenere in braccio un gatto che si divincola.

Il margine è sottile, ma è tempo che assumiamo noi tutti una maggiore consapevolezza delle implicazioni digitali della nostra vita, a partire dall'invadenza e il sempre più crescente potere delle imprese OTT, detentrici dei nostri dati e interessate a uno sviluppo di innovazione centrato esclusivamente sul profitto ai danni della qualità della vita delle persone. Grazie all'accumularsi del loro capitale, poi, è loro possibile l'avviamento di progetti di ricerca accademica e il successivo brainwashing sociale, che spesso si ramifica in attività lobbistiche di influenza governativa e istituzionale.

Ci si allontana sempre di più dallo scopo originario della tecnologia, e cioè con la leggera e graduale facilitazione della vita delle persone attraverso un più snello processo di operativismo sociale e lavorativo.

Anche il nostro sistema democratico ne risente, minato e attaccato (oltre che dal paradosso di un world wide web completamente libero e paritario) dal mirato utilizzo dei dati da parte di poche aziende centralizzate e, dall'altra parte, da un progressivo impoverimento del discorso pubblico, a sua volta condizionato dal grande e reale problema della costante attenzione parziale. C'è un crollo dell'approfondimento e dell'analisi che incentiva reazioni attitudinali e comunicative di pancia e non di testa, in un costante livellamento verso il basso.

La parentesi delle start-up, dal canto loro, non è mai sbocciata. Non si trovano finanziamenti e le innovazioni non ne garantiscono una sufficiente rivoluzione dei consumi. E' interessante considerare le parole del presidente del Digital Transformation Institute Stefano Epifani quando afferma che "dobbiamo stare attenti a che non si finisca in quello che qualcuno definì tanto tempo fa ‘modello Klondike’: ossia quel modello in cui quando c’è una corsa all’oro, gli unici che ci guadagnano sicuramente sono coloro i quali vendono picconi. E non serve chiedersi chi sia, nel mondo delle startup, a venderli".

L'ultimo vero ostacolo riguarda il considerare l'innovazione come antitetica alla competenza, al senso critico, al sapere, alla formazione e finanche all'educazione. Come se fosse un sinonimo di approssimazione allo studio, di facile retorica, di degrado del senso critico.

Risulta esemplare, in questo senso, l'invito del docente di Comunicazione Sociale all'Università Iulm Alberto Contri di promuovere un movimento GRU, Gruppi di Resistenza Umana, con l'obiettivo di fare formazione attraverso seminari volti a creare, in Italia, un nuovo Rinascimento "in spe contra spem"[1].

Simona Grossi

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Fri, 1 Feb 2019 19:13:11 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/478/1/l-innovazione-tecnologica-deve-diventare-innovazione-sociale-per-confermarsi-un-vero-motore-di-cambiamento simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Il gender gap, un’emergenza sempre più attuale non affrontata adeguatamente dalla comunità internazionale https://www.simonagrossi.net/post/477/1/il-gender-gap-un-emergenza-sempre-piu-attuale-non-affrontata-adeguatamente-dalla-comunita-internazionale

Quello del gender gap è un tema che ancora oggi, nel 2019, non viene adeguatamente affrontato, generando un arretratezza sociale e economica capace di ostacolare la creazione di welfare.

Nel 2018 secondo il World Economic Forum, infatti, non c'è stato nessun passo in avanti sul tema della partecipazione femminile al mercato del lavoro, mentre se analizziamo il trend internazionale sul tema dell'istruzione, dell'assistenza sanitaria e della partecipazione alla sfera politica, i dati riportano addirittura un arretramento. Si stima che con questo procedere ci vorranno addirittura altri 108 anni per colmare il gap, secondo quanto afferma il Global Gender Gap Report dell'organizzazione internazionale.

Di positivo si registra un leggero affievolimento del pay gap, la differenza salariale, e un altrettanto allineamento in termini di professioni in cui le donne sono rappresentate, e per questo motivo il bilancio risulta in positivo per quanto riguarda la voce inerente all'economic opportunity. Senza adagiarsi sugli allori, però, va considerato che lo svantaggio di partenza era talmente netto che, a questo ritmo, si stimano addirittura 202 anni per ottenere l'eguaglianza lavorativa. Sono soprattutto le professioni che esigono una preparazione tecnico-scientifica quelle che vedono assenti le donne, ed è questo un dato che ci dimostra come la disparità di accesso alle competenze risulti tra le prime variabili di differenza salariale.

Un altro dato fondamentale nell'analisi è quello che vede il numero delle donne lavoratrici ancora nettamente in svantaggio rispetto all'altro genere, un trend che difficilmente potrà invertirsi visto e considerato che, secondo lo stesso Report, l'era dell'automazione va a impattare in primis i lavori tradizionalmente a trazione femminile.

Per la prima volta in questo anno, poi, il suddetto Report ha analizzato, assieme a Linkedin, il gender gap generatosi all'interno dei mestieri richiedenti competenze nell'intelligenza artificiale. Nell'AI, infatti, la percentuale femminile è del solo 22%. E' un divario addirittura tre  volte più grande rispetto a ogni altro settore, e si manifesta nella quasi totale assenza di donne negli specifici ruoli senior, a discapito di posizioni più marginali quali ad esempio l'analisi dei dati, la ricerca o l'insegnamento.

Questo è un punto cruciale, perché ci dimostra come il gender gap andrà sicuramente ad aumentare in un mercato del lavoro sempre più permeato di AI anche in segmenti quali il manufacturing, l'hardware, il networking, la sanità, i servizi IT, l'istruzione.

Secondo il rapporto del World Economic Forum tra i Paesi più virtuosi su questo tema figura al primo l'Islanda, per il decimo anno consecutivo, per proseguire con la Norvegia, Svezia, Finlandia, Nicaragua, Ruanda, Nuova Zelanda, Filippine, Irlanda, e Namibia. Nonostante risultino fuori dalla top ten, i Paesi dell'Europa occidentale sono in media ben posizionati, con la Francia in 12° posizione, la Germania in 14° e subito dopo la Gran Bretagna. Si stima che con questo ritmo a tali Paesi serviranno 61 anni per colmare il gender gap, al contrario degli Stati Uniti, in 51° posizione, per i quali ci vorranno 165 anni.

Le economie che avranno successo nella quarta rivoluzione industriale saranno quelle più in grado di sfruttare tutti i talenti a disposizione“, ha affermato il fondatore e presidente esecutivo del WEF Klaus Schwab. “E’ essenziale adottare misure proattive a supporto della parità di genere e dell’inclusione sociale e superare le disparità esistenti in nome del benessere economico e sociale[1].

C'è ancora molta strada da fare, quindi, per far si che al genere femminile sia concessa la stessa parità di diritti e di opportunità di cui godono, invece, gli uomini.

E' sufficiente volgere lo sguardo verso ciò che succede da noi, dove, in una riunione del Ministro degli Interni con le imprese svoltasi al Viminale, di 15 associazioni partecipanti si è contata la presenza di una sola donna, il direttore generale di Confindustria Marcella Pannucci. A seguire il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico ha incontrato 36 associazioni, anche in questa occasione le donne sedute al tavolo sono state soltanto Donatella Prampolini, vicepresidente Confcommercio, e Patrizia De Luise, presidente Confesercenti.

Che si parli di politica o economia il risultato non sembra cambiare: soltanto il 14% dei sindaci di Italia è donna, così come il solo 17% fa parte della squadra di Governo rendendo questo tra i più maschili dell'ultimo periodo.

L'universo imprenditoriale ha lo stesso identico problema, anche in considerazione del fatto che per disporre di almeno un terzo femminile nei cda delle società controllate o quotate dallo Stato è stata necessaria un'apposita legge.

"Una volta arrivate ai tavoli del potere le donne sanno difendersi bene, il problema è arrivarci", ha commentato la stessa Donatella Prampolini, aggiungendo come "purtroppo spesso sono le stesse donne a rinunciare. Fra impresa e famiglia non trovano il tempo per fare associazione e lasciano il ruolo di rappresentanza ai colleghi. Pesa la mancanza di servizi, il welfare, la cultura dominante. Ancora ci sorprendiamo di vedere donne ai vertici, abbiamo ancora bisogno di situazioni personali d'eccezione per arrivarci. Io per esempio ho potuto contare su mio marito e sui genitori per crescere i miei tre figli. Senza di loro, stamattina, a quel tavolo, non ci sarei stata nemmeno io. Una situazione inaccettabile"[2].

Se vogliamo guardare un aspetto positivo, però, possiamo tornare a dare un'occhiata al Global Gender Gap Report, alla voce che indica la percentuale femminile di iscrizione universitaria e di formazione terziari.

L'Italia risulta infatti prima in questa particolare classifica, con 136 donne che affrontano un percorso formativo per ogni 100 uomini, addirittura il 17,4% contro il 12,7%. Le donne, inoltre, rappresentano il 60% dei laureati con lode.

Il mio augurio è, quindi, che possa crescere e fiorire una nuova ondata di iniziativa imprenditoriale al femminile capace di far ripartire le aziende italiane e con esse l'economia del Paese. Anche perché, secondo una stima dell'agenzia europea Eurofond, il gender gap costa all'Italia quasi 90 miliardi di euro[3]. Un capitale che potremmo recuperare cercando di riportare un'equità anche dal punto di vista sociale.

Simona Grossi

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Tue, 22 Jan 2019 15:56:33 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/477/1/il-gender-gap-un-emergenza-sempre-piu-attuale-non-affrontata-adeguatamente-dalla-comunita-internazionale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Anche l’Unione Europea riconosce il diritto di conciliazione vita-lavoro https://www.simonagrossi.net/post/476/1/anche-l-unione-europea-riconosce-il-diritto-di-conciliazione-vita-lavoro

Lo scorso settembre l'Unione Europea ha approvato, con una votazione di 443 deputati a favore, 123 contrari e 100 astensioni, la risoluzione per una conciliazione vita-lavoro definendola finalmente come un diritto.

Si tratta finora della più concreta risposta comunitaria alla sfida demografica, consistente nel rifiuto degli stereotipi di genere a favore di una più curata e attenta equità di genere in termini di ripartizioni d’incarichi e compensi.

Con più di trenta premesse e quasi settanta raccomandazioni presenti nel documento, quindi, Strasburgo espone i punti cardine di quella che vuol essere una riforma graduale dello stile occupazionale dei diversi nuclei familiari, mirata questa a raccogliere un insieme di variabili che vanno dalla nascita dei figli fino all'assistenza alla parentela anziana. Dovranno esserci quindi iniziative comunitarie, legislative e non, volte al congedo genitoriale, all'assistenza familiare, alla fornitura di care services per bambini, anziani e persone affette da disabilità, il tutto con un focus particolare sull'accessibilità dei servizi, sulla loro qualità e, soprattutto, sulla loro particolare sostenibilità economica.

E' un punto di svolta importante circa la consapevolezza della necessità di una ridistribuzione più coerente e umana possibile di tempistiche e delle remunerazioni lavorative.

Tanto che è la stessa Confederazione delle organizzazioni familiari nell'Unione Europea, che conta 54 membri in 23 Paesi differenti, ad accoglierla molto volentieri, dichiarando come questa "rappresenti un passo importante nel rispondere alle esigenze delle famiglie e degli individui in Europa ed esprima un chiaro impegno politico del Parlamento Europeo a lavorare per sostenere le famiglie in tutta l'UE".

L'intera Unione Europea è infatti alle prese con "sfide demografiche senza precedenti, alle quali gli Stati membri dovrebbero far fronte", tali da aver trasformato "gradualmente l'Unione in una società gerontocratica" e costituito "una minaccia diretta alla crescita e allo sviluppo dal punto di vista sociale ed economico". E' quindi un dato di fatto che "le politiche a favore della famiglia sono essenziali per innescare tendenze demografiche positive" e che "le politiche da attuare per conseguire tali obiettivi devono essere moderne, incentrarsi sul miglioramento dell'accesso delle donne al mercato del lavoro e sull'equa ripartizione tra donne e uomini delle responsabilità domestiche e di cura".

Le premesse non sono delle migliori: più della metà dei partecipanti al sondaggio ha dichiarato di lavorare durante il tempo libero, uno su tre affermano di veder cambiare sistematicamente il proprio lavoro, anche con pochissimo preavviso. Inoltre dal report viene fuori che mentre per gli uomini la settimana di lavoro retribuita risulta essere di 47 ore lavorative, per le donne si abbassa a 34 ore retribuite a cui si sommano più o meno altre 17 ore a settimana in cui si lavora fuori orario senza retribuzione, per un totale di 64 ore. Altri dati preoccupanti sono quelli che vedono non meno del 34% delle madri sole a rischio povertà e un misero 10% di padri avvalersi del congedo parentale.

Il documento della Comunità Europea si concentra poi sulle raccomandazioni, affermando che "la conciliazione tra vita professionale, privata e familiare deve essere garantita quale diritto fondamentale di tutti, con misure che siano disponibili a ogni individuo, non solo alle giovani madri, ai padri o a chi fornisce assistenza" e "chiede l'introduzione di un quadro per garantire che tale diritto rappresenti un obiettivo fondamentale dei sistemi sociali e invita l'UE e gli Stati membri a promuovere, sia nel settore pubblico che privato, modelli di welfare aziendale che rispettino il diritto all'equilibrio tra vita professionale e vita privata".

E' altresì presente un invito alle parte sociali per chiedere la presentazione di "un accordo su un pacchetto globale di misure legislative e non legislative concernenti la conciliazione tra vita professionale, privata e familiare", con la richiesta di presentare "una proposta relativa a tale pacchetto nel programma di lavoro della Commissione per il 2017 nel contesto dell'annunciato pilastro europeo dei diritti sociali".

E' in particolare sui congedi che si focalizza poi il Parlamento, chiedendo alla suddetta Commissione "di avanzare una proposta ambiziosa corredata da norme di alto livello, collaborando strettamente con le parti sociali e consultando la società civile, onde assicurare un migliore equilibrio tra vita privata e vita professionale", tenendo bene a mente che "un migliore accesso a differenti tipologie di congedo fa sì che le persone dispongano di formule di congedo rispondenti alle varie fasi della vita e incrementa la partecipazione all'occupazione, l'efficienza complessiva e la soddisfazione professionale".

Entrando nello specifico, la volontà è quella di estendere la durata minima del congedo parentale portandola dagli attuali quattro agli auspicati sei mesi, di integrare due settimane di congedo di paternità obbligatorio e interamente retribuito, di stabilire un "congedo per i prestatori di assistenza" che abbia flessibilità e bonus "sufficienti a indurre anche gli uomini ad avvalersene" e, in ultimo, ad elargire "crediti di assistenza" per donne e uomini mirati alla maturazione dei diritti pensionistici.

Un altro punto fondamentale della risoluzione europea consiste nell'esplicito riconoscimento delle cooperative come un modello gestionale, definite addirittura "un enorme potenziale in termini di avanzamento della parità di genere e di un sano equilibrio tra vita privata e vita professionale, in particolare nell'emergente contesto digitale del lavoro agile, alla luce dei maggiori livelli di partecipazione dei dipendenti al processo decisionale".
Ed è per questo motivo che, come riportato nel documento, si "invita la Commissione e gli Stati membri a esaminare l'impatto delle cooperative e dei modelli imprenditoriali alternativi sulla parità di genere e sull'equilibrio tra vita privata e vita professionale, in particolare nei settori tecnologici, e a definire politiche intese a promuovere e condividere modelli delle migliori pratiche".[1]

Simona Grossi

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Thu, 3 Jan 2019 17:16:55 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/476/1/anche-l-unione-europea-riconosce-il-diritto-di-conciliazione-vita-lavoro simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Bisogna ritornare sugli studi professionali per mantenere vivo il know-how italiano https://www.simonagrossi.net/post/475/1/bisogna-ritornare-sugli-studi-professionali-per-mantenere-vivo-il-know-how-italiano

In questa lenta ricrescita economica che si appresta finalmente a vivere il nostro Paese, un tema che è importante assimilare risiede nel salvaguardare il know-how proprio del nostro bagaglio culturale che ha rappresentato sempre un punto di forza per l'Italia.

E' a questo scopo che Stefania Lazzaroni, nominata da Andrea Illy direttrice generale di Altagamma nel 2013, si è posta l'obiettivo di incitare i ragazzi a intraprendere gli studi professionali per assimilare mestieri che stanno man mano scomparendo. Si tratta, quindi, di investire i propri sforzi nel mantenimento di tutte quelle risorse di cui l'industria italiana ha fortemente bisogno e che, piuttosto che indirizzarle all'estero o portarle all'estinzione, varrebbe la pena incentivare e far lievitare sui nostri territori.

La Fondazione Altagamma, infatti, da 25 anni si occupa di incrementare la competitività delle aziende di fascia alta ergendole a ambasciatrici mondiali dello stile italiano nel mondo, e si compone oggi di più di cento aziende del lusso.

"Tra cinque anni nelle professioni tecniche serviranno 50 mila addetti. In un paese che registra il 42 per cento di disoccupazione giovanile, le nostre aziende hanno difficoltà a trovare personale specializzato, istruito al saper fare. La partita si gioca nell'ambito della formazione: trasmissione dei saperi artigianali tradizionali e adeguamento ai radicali cambiamenti dettati dall'industria 4.0, che grazie alle nuove tecnologie porterà alla scomparsa di alcuni lavori e alla creazione di altri di natura diversa" ha recentemente dichiarato la direttrice generale a sostegno del discorso.

Le imprese appartenenti alla Fondazione che più si adoperano a farsi portavoce del made in italy a livello internazionale si occupano in gran parte di moda, cultura, design e alimentare, e finiscono per essere presentate ai mercati internazionali come brand di prestigio.

"Dove sta andando il design, la moda che cambia modello di business, le tendenze che influiranno su stili di vita e consumi, sono temi su cui in Fondazione abbiamo un focus sempre acceso. La mia è una professione poco nota, forse nemmeno considerata, su cui però bisognerebbe cominciare a puntare. I giovani non sono interessati perché non conoscono queste realtà associative, luoghi in cui l'impresa, la politica e le istituzioni vengono in contatto, eppure si tratta di contesti molto stimolanti che, in un'ottica di governance, richiedono competenze sofisticate. Supportiamo i master della Bocconi che lavorano sulla managerialità. Ci muoviamo per stimolare la nascita di sensibilità verso queste professioni tecniche, con iniziative che mettano in rete e diano visibilità alle corporate accademy delle nostre aziende. Mancano le vocazioni e deve migliorare la comunicazione su questi temi. C'è un percepito negativo, invece esistono scuole e percorsi di carriera estremamente validi".

La mission di coinvolgere i giovani al percorso formativo-imprenditoriale si è manifestata anche nella sua idea di istituire il premio Altagamma Giovani Imprese, che ogni anno certifica e valorizza i brand italiani emergenti e di successo. L'ultima edizione ha visto vincere il riconoscimento il gioielliere Salini e la pugliese Borgo Egnazia Resort.

Quello che si fa, cioè, è esprimere un'economia fondata sull'intraprendenza creativa e sulla cultura artigianale.
E, come spiega sempre Stefania Lazzaroni, "a unire le aziende che ne fanno parte, sono la passione per il design e la necessità di sviluppare visioni industriali capaci di guardare lontano. Le imprese del lusso, divise in segmenti molto diversificati, e tutto il loro indotto, valgono il cinque per cento del pil italiano. Non sono l'intero made in Italy, molto più ampio, più grande e più potente. Noi abbiamo medie aziende familiari rispetto alla dimensione globale, che il più delle volte non hanno accesso a momenti strategici proiettati in avanti. Eppure, con i loro marchi sono ambasciatrici dello stile italiano, molto importante specie in un momento in cui l'Italia e il lusso europeo devono proteggersi e conquistare mercati emergenti come la Cina. L'obiettivo di Altagamma è valorizzare questo patrimonio 'culturale' e far conoscere i brand".

L'operato della Fondazione Altagamma, promosso a partire dal suo vertice Andrea Illy, è quello di confrontare i modelli di business con gli standard europei per arrivare a incentivare e preservare il fare impresa italiano attraverso alcune collaborazioni, che vanno dalle analisi sul lusso di Bain & Company, un'importante azienda di consulenza, passando per le ricerche sui consumi high-end effettuate da Boston Consulting, fino ad arrivare al monitoraggio dell'evoluzione digitale effettuata da McKinsey.
Un altro tassello fondamentale è quello dello story telling aziendale e di tutta l'alta moda italiana. E' per questo motivo che il video promozionale della Fondazione, lanciato all'Expo di Milano e poi proiettato in giro per il mondo nell'arco delle successive manifestazioni, è incentrato sulle eccellenze dei nostri paesaggi e della nostra manifattura e si avvale anche delle riprese di una mostra fotografica. "Abbiamo di fronte sfide globali impegnative e possiamo spingere sul pedale delle eccellenze e di marchi molto amati" spiega infatti la Lazzaroni.

Quella della direttrice generale è un'altra storia di successo al femminile, che da laureata con lode in Lingue e letterature straniere moderne l'ha vista accumulare pian piano tutti i tasselli necessari per affermarsi nel mondo del international business.

Dopo la laurea, infatti, anziché intraprendere il lavoro prospettato alla Enimont, Stefania Lazzaroni sceglie di entrare nell'organico dell'importante Burson-Marsteller, società di comunicazione del Gruppo Wpp. A farle da mentore un'altra donna, Gigliola Ibba, della quale spenderà ottime parole definendola "una professionista eccellente, ho lavorato con lei per cinque anni. Il campo delle pubbliche relazioni era ancora abbastanza sconosciuto, c'era forse un unico master privato in comunicazione corporate che io ho seguito. Il lavoro, poi, è stato un'esperienza straordinaria; mi permise di rapportarmi con clienti stranieri, sempre su questioni legate a temi istituzionali, per esempio con l'allora ministro del Turismo egiziano, per la grave crisi reputazionale del Paese: a noi toccava riequilibrare delle informazioni amplificate in modo scorretto da alcuni organi di stampa. Mi sono occupata poi di crisi farmaceutiche e della mucca pazza. Per Barilla andai a Washington per la piramide del mangiar sano, un progetto americano riutilizzato e tradotto in Italia, che ricalcava l'odierna dieta mediterranea. Ricordo con molto affetto gli ex colleghi che ora sono sparsi in ogni dove".

La spinta creativa tutta al femminile continua a manifestarsi anche in altre occasioni, ridefinendo il concetto di fare impresa e di proiettare le aziende italiane ai vertici del mercato internazionale.

Nel suo curriculum, infatti, si può leggere anche il lancio di MTV Music e Television del Gruppo americano Viacom, per la quale stava partendo una trasmissione di 18 ore quotidiane sul satellitare Telepiù e che voleva proporsi come nuovo network di intrattenimento. "Era un po' la Netflix di oggi, una realtà all'avanguardia, fuori dai soliti cliché e che cercava di innovare. Una finestra sull'Europa per giovani italiani tra i 15 e 25 anni, che promuoveva campagne sociali. La mia vita era tra Milano e Londra per gestire alcuni progetti. C'erano tantissime dirigenti donne e una gestione molto evoluta, del tutto paritetica. Lì ho maturato un approccio moderno sul gender e la diversity che ora vedo crescere anche nelle aziende italiane".

Dopo questa esperienza è la volta del Sole 24 Ore con Ernesto Auci come direttore, "una realtà molto italiana, prevalentemente maschile, con taglio istituzionale macro economico. Stava lanciando la 24 ore tv, la radio e aveva il sito web numero uno in Italia. Parlava molto ai professionisti, avvocati, fiscalisti, con commenti puntuali sulle nuove politiche del governo in tema di tasse. Un approccio completamente diverso in cui la mia formazione portava elementi di novità, adeguati alle sfide che si erano prefissi. Il Sole mi è rimasto nel cuore".

Una breve parentesi a New York, poi il ritorno a Milano prima come corporate communications directors per Coca Cola Hbc e poi in proprio, con la neonata Nascent Communications. "La porto avanti per quasi sei anni, un'esperienza che mi fa cambiare punto di vista sul lavoro, mette in moto sensibilità molto diverse, faticosa ma positiva. In quel periodo avevo mia figlia piccola e non è stato facile conciliare la famiglia con la gestione in prima persona di un'azienda".

La sua capacità di generare impresa e di saper individuare i giusti segmenti di mercato per far sbocciare l'eccellenza del made in italy viene quindi premiata da Andrea Illy e dal ruolo in Altagamma, per il quale le si chiedeva l'impresa di internazionalizzare la Fondazione. Attraverso l'ambasciata italiana così lanciata Altagamma Club ad Amsterdam e una sorte analoga è già in programma per Cina e Stati Uniti. "La nostra idea è di rafforzare le relazioni tra i rappresentanti locali dei brand italiani e i partner e gli stakeholder locali, creare opportunità di network e raccogliere informazioni sul mercato e per accrescere la conoscenza sui punti di forza dei prodotti italiani".

Un punto che può anche accostarsi al turismo, tanto da dar vita al progetto Altagamma Experiences, una vetrina indispensabile per i brand per essere osservati da vicino come realtà eccellenti, creative e di artigianato. E' un programma che consiste nell'elargizione di un numero limitato di visite ai grandi marchi, ai loro siti produttivi, ai laboratori e agli atelier con la possibilità di incontro e confronto con gli imprenditori e il loro business style[1].

Quella di Stefania Lazzaroni e di Altagamma si propone, quindi, come una sintesi perfetta tra l'imprenditoria di alta gamma di cui l'Italia si è sempre fatta portavoce, e lo spirito innovativo e propositivo che un buon management femminile sa apportare al mercato delle imprese.

Simona Grossi

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Thu, 27 Dec 2018 17:08:24 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/475/1/bisogna-ritornare-sugli-studi-professionali-per-mantenere-vivo-il-know-how-italiano simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Milano ha recentemente ospitato lo Snam Partners’ Day 2018, una giornata d’incontro sull’innovazione sociale https://www.simonagrossi.net/post/474/1/milano-ha-recentemente-ospitato-lo-snam-partners-day-2018-una-giornata-d-incontro-sull-innovazione-sociale

Come sempre la città di Milano si conferma l'avanguardia nazionale in termini di innovazione e sviluppo e anche quest'anno, il 26 novembre scorso, ha permesso a Snam di organizzare e promuovere il Partners' Day, un meeting incentrato sull'innovazione sociale, sui temi che la caratterizzano, e sull'indispensabile lavoro di networking da portare avanti all'interno dei territori.

L'evento, tenutosi alle Officine del Volo davanti a circa 500 diversi stakeholders, ha concesso alla comunità un'occasione di riflessione circa la responsabilità attiva delle aziende nella promozione e nell'ampliamento di un network territoriale in grado di innovare e far crescere il Paese e i suoi singoli territori.

Questa giornata riflette una capacità fondamentale di Snam, cioè quella di costruire reti aggregando intorno a sé forze imprenditoriali e sociali per costruire relazioni di lunghissimo termine con i territori nei quali lavora. Una caratteristica che condividiamo con la nostra filiera e che continua a essere, per noi e per i nostri fornitori, un vantaggio competitivo” sono state le prime dichiarazioni del presidente di Snam Carlo Malacarne a Affaritaliani.it.

La linea è la stessa che ha tracciato il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte, che durante un intervento ha ricordato la missione delle imprese italiane nella crescita sostenibile. "Dobbiamo agire ora per non rischiare di avere il futuro alle spalle. Le imprese sono chiamate a svolgere un compito importante per l’innovazione considerando, al contempo, le ricadute sociali e lo sviluppo del territorio", ha infatti affermato. D'altronde lo stesso Conte aveva già rimarcato l'importanza della dinamicità e della responsabilità sociale delle società partecipate, tra le quali anche Snam, convocate la settimana precedente a Palazzo Chigi per discutere di investimenti e di sviluppo del Paese. Un incontro che, a quanto pare, "ha dato vita a un piano di investimenti aggiuntivo nell’ordine di 13-15 miliardi di euro per il prossimo triennio; segno di una sinergia sempre più stretta tra imprese e istituzioni", come dichiarato dal Presidente del Consiglio.

E' sulla capacità di creare reti di imprese che rilancino le eccellenze territoriali che si gioca la delicata partita del rilancio dell'Italia.

"Il Partners’ Day è un importante momento di dialogo e condivisione tra l’azienda e tutti i suoi stakeholder, in particolare la rete di grandi e soprattutto piccole e medie imprese italiane con le quali lavoriamo quotidianamente per dare un contributo alla crescita e allo sviluppo sostenibile del nostro Paese. Il presidente Malacarne e io siamo molto onorati della presenza del Presidente Conte e della partecipazione di tante aziende e istituzioni. La capacità delle imprese di fare sistema è un enorme valore aggiunto per la società e i territori. Il futuro sarà sempre più basato sulle reti. Snam ha circa 1.700 fornitori accreditati, il 90% dei quali sono pmi nazionali, gestiamo circa mille cantieri in Italia con un impatto di circa 3 miliardi l’anno sul PIL e generiamo lavoro, direttamente e indirettamente, per oltre 17mila persone", infatti, sono state le parole utilizzate nel suo discorso di apertura all'evento dall'Amministratore Delegato di Snam Marco Alverà.

Lo stesso, ai microfoni di Affaritaliani.it, ha poi presentato il nuovo progetto aziendale da 850milioni di euro d’investimento entro il 2020 Snamtec.

"Quattro sono i pilastri che segue lo sviluppo futuro: efficienza energetica, tecnologia, mobilità sostenibile e gas rinnovabile (oggi biometano, in futuro anche idrogeno). È una sorta di Snam 4.0, una rete che da fisica diventa virtuale e un rapporto con il territorio fondato sul dialogo e la trasparenza. Una rete delle idee per mettere in contatto tutti gli stakeholder e agire facendo sistema" sono state le parole scelte dallo stesso AD per descrivere quest’azienda energetica del futuro, che quindi avrà tra i suoi temi cardine proprio la transazione energetica, l'innovazione e l'imprenditoria sociale.

Un'altra grande iniziativa della stessa impresa è la Social Supply Chain, una sorta di linea guida aziendale in grado di agevolare le imprese sociali nel processo di fornitura, e di inserirsi nel flusso gestionale anche come subappaltatori attraverso una selezione agevolata delle valutazioni delle offerte. A questa si aggiunge Snam Up, la nuova piattaforma aziendale di Open Innovation in grado di permettere a tutti di proporre nuovi progetti e di generare imprenditorialità e, allo stesso tempo, di generare in un portale interno all'azienda una rete di sviluppo di startup.

Per quanto riguarda la mobilità urbana, nello specifico, il lavoro di innovazione sociale comprenderà sia le aziende che trattano gas che quelle che, invece, lavorano con l'elettrico. Questo punto è stato ribadito in sede di intervento dal Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ne ha approfittato per sollecitare il Premier Giuseppe Conte ad istituire un tavolo congiunto con le Regioni volto ad istituire un sistema di incentivi fiscali per la sostituzione dei mezzi più inquinanti. La decarbonizzazione, come ha infatti sottolineato uno dei vertici dell'Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente Stefano Saglia, si può raggiungere con la complementarietà tra il gas e l'elettrico.

L'importante è mantenere il focus sulla necessità di sviluppo sostenibile e sull'economia circolare promosso in sinergia tra Istituzioni e imprese, come ha ribadito Stefano Buffagni, attuale Sottosegretario di Stato per gli Affari regionali e le Autonomie.

Un esempio calzante e virtuoso di questa cooperazione si è visto già in occasione del Partners' Day, quando l'AD Marco Alverà ha potuto firmare un accordo strategico assieme al Presidente di SEAT Luca de Meo per incentivare l'utilizzo di CNC, gas naturale compresso, e di biometano, gas rinnovabile, per incrementare la mobilità urbana sostenibile. "L'accordo pone le basi per una maggiore diffusione del CNG: l’Italia è leader in Europa nell’utilizzo di questa alimentazione e quest’anno concentra il 55% delle vendite di auto a metano. Un veicolo su cinque venduti da SEAT in Italia è a CNG. Con questa collaborazione vogliamo dare ulteriore impulso allo sviluppo del gas compresso in Italia ed esportare in altri paesi questo caso di successo. Ma vogliamo anche migliorare la reputazione del gas proponendolo in un mix con altre fonti di energia per non farlo passare come energia di transizione", sono state le parole del numero uno di SEAT, ricordando poi come tale contratto potrà essere esteso anche a tutti gli altri brand del gruppo Volkswagen.

L'evento riguardante le politiche di sviluppo sociale e le imprese come motore di crescita sostenibile ha suscitato un enorme interesse in tutta la comunità, tanto da registrare la partecipazione attiva, tra gli altri, di Giuseppe Guzzetti, Presidente della Fondazione Cariplo, di Massimo Tononi, Presidente di Cassa Depositi e Prestiti, di Mariella Enoc, Presidente dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, di Stefano Donnarumma, Valerio Camerano e Paolo Gallo, Amministratori Delegati, rispettivamente, di Acea, A2A e Italgas, e di Patrizia Grieco, Presidente di Enel e del Comitato Italiano per la Corporate Governance di Borsa Italiana.

Proprio quest'ultima, intervenuta nel dibattito, ha ribadito che "l’economia circolare potrà costruite nuovi posti di lavoro laddove l’automazione sta riducendo quelli tradizionali. Ognuno oggi deve assumersi la responsabilità dello sviluppo Paese. Non si tratta di filantropia, ma di una responsabilità sociale nei confronti del contesto in cui operiamo". "Oltre all’economia circolare esiste una scienza circolare: il nostro obiettivo, in tutti gli ambiti, è far circolare la conoscenza e condividere le informazioni per fare rete" ha aggiunto, invece, Mariella Enoc.

Snam Partners' Day 2018 è stata, quindi, un'occasione indispensabile per tracciare la via di una nuova ricrescita economica e sociale, in grado di coinvolgere amministrazioni, territori e cittadinanza attiva.

Attraverso l'istituzione di dieci tavoli tecnici dedicati al business, alle innovazioni della catena di fornitura, alla trasformazione digitale, sicurezza delle reti, al cantiere di Open Innovation rappresentato da Snam Up, all'efficienza energetica e alle rinnovate modalità di lavoro agile, in sintesi, ha finalmente preso piede un network efficiente ed operativo che speriamo possa farsi portabandiera di una nuova linfa per l'intero Paese[1].

Simona Grossi

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Mon, 17 Dec 2018 17:26:49 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/474/1/milano-ha-recentemente-ospitato-lo-snam-partners-day-2018-una-giornata-d-incontro-sull-innovazione-sociale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La conciliazione vita-lavoro, i nuovi termini del Decreto Dignità https://www.simonagrossi.net/post/473/1/la-conciliazione-vita-lavoro-i-nuovi-termini-del-decreto-dignita

Lo scorso 13 luglio è stato pubblicato il D.L. n. 87/2018, c.d. "Decreto Dignità", che ha permesso l'entrata in vigore le modifiche alla normativa del contratto a termine, della somministrazione di lavoro e dell'indennità di licenziamento contenute nel D.Lgs. n. 81/2015.

Per promuovere la contrattazione di secondo livello all'incentivazione di azioni per accrescere la conciliazione tra vita professionale e privata l’art. 25 del D.Lgs. n. 80/2015 e il D.M. 12/09/2017 hanno previsto uno sgravio contributivo per gli imprenditori che programmano misure di worklife balance per i propri dipendenti. Per questo motivo entro il 15 settembre 2018 i datori di lavoro privati che intendono richiedere lo sgravio contributivo devono inoltrare la specifica domanda telematica all’INPS.

Per quanto riguarda i benefici dei dipendenti, stiamo parlando di tre macro-insiemi di riferimento, che potremmo suddividere nella genitorialità, nell'organizzazione lavorativa e nel welfare aziendale. La prima può comprendere un'estensione temporale del congedo di paternità, con previsione della relativa indennità, un'estensione del congedo parentale, in termini temporali o di integrazione della relativa indennità, una previsione di nidi d'infanzia, asili nido o spazi ludico-ricreativi aziendali o interaziendali, percorsi formativi (e-learning/coaching) per favorire il rientro dal congedo di maternità, e, in ultimo, la previsione di buoni per l'acquisto di servizi di baby-sitting.

Per quanto riguarda l'organizzazione lavorativa si predispone l'istituzione di un lavoro agile, una maggiore flessibilità oraria in entrata e uscita, l'introduzione del part-time e della banca ore, così come l'eventualità di una cessione solidale dei permessi con integrazione da parte dell'impresa dei permessi ceduti.

Parlando di welfare aziendale, invece, entriamo nella sfera delle convenzioni per l'erogazione di servizi time saving, di quelle con strutture per servizi di cura, e di buoni per l'acquisto dei suddetti servizi[1].

Un ottimo esempio lo fornisce Technogym di Cesena, dove 750 lavoratori (suddivisi in 300 operai e 450 impiegati) hanno potuto beneficiare di un integrativo aziendale veramente all'avanguardia. Roberto Ferrari, segretario della Uilm sul territorio di riferimento, ha infatti spiegato che "il premio di risultato concordato è variabile, ma le cifre sono significative: fino a 4.200 euro all’anno per gli operai, fino 3.800 per gli impiegati". E' inoltre stato raggiunto un incremento del premio di produzione del 30% rispetto all’ultimo contratto scaduto 16 mesi fa, oltre ad altri miglioramenti sul welfare aziendale. "Sono previsti per esempio orari flessibili per i dipendenti con figli fino a 13 anni e linee di produzione dedicate per i lavoratori con disabilità o ancora un’integrazione di un ulteriore 10% sull’assegno di maternità facoltativa" ha infatti aggiunto lo stesso Ferrari. La direzione dell'azienda, fondata nel 1983 da Nerio Alessandri, ha manifestato soddisfazione "che le rappresentanze sindacali abbiano colto la validità e la concretezza della nostra proposta che è volta a premiare l’impegno e la passione dei nostri collaboratori, fondamentali per il raggiungimento dei risultati"[2].

E' un ulteriore passo in avanti, quindi, nei confronti di tutte quelle persone, uomini o donne, che si trovano nella posizione di dover lavorare occupandosi allo stesso tempo di un nucleo familiare.

Forse c'è stata un'evoluzione dal punto di vista etico, o molto più semplicemente le nuove regole del mercato del lavoro hanno costretto gli imprenditori a riformulare l'impego dei dipendenti, adattando il loro orario e le loro mansioni a una flessibilità più marcata, fatto sta che sono convinta sia questa la direzione da intraprendere per far sì che il welfare aziendale possa finalmente concedere alle persone quella tranquillità e sicurezza che permetterebbe loro di conciliare al meglio la vita privata. E' un'ovvietà rilevare, infatti, come un dipendente sereno e soddisfatto del proprio lavoro sia in grado di avere performances migliori e, quindi, contribuire alla crescita di tutta l'azienda.

Ad esempio, parlando dell'estensione del congedo parentale che si vorrebbe prolungare fino alle 38 settimane, si è recentemente espresso Giuliano Bonoli, professore all'Istituto di Alti Studi per l'Amministrazione Pubblica a Losanna, affermando che “la proposta risponde chiaramente ad un bisogno reale della popolazione: le attuali 14 settimane di assicurazione maternità sono insufficienti; la maggior parte dei genitori ritiene sicuramente che a solo 4 mesi un bambino è ancora troppo piccolo per essere lasciato al nido”. Riferendosi all'impatto economico di tale manovra aggiunge poi che “la Germania è l’ultimo paese che ha introdotto un congedo parentale esteso, di 52 settimane, ovvero un anno. Ebbene non mi sembra che l’economia abbia sofferto... Certo il congedo parentale ha un costo, ma anche benefici sull’economia. Forse non in modo diretto, ma in quanto contributo alla realizzazione di condizioni quadro favorevoli alla conciliazione fra lavoro e vita familiare[3].

Simona Grossi

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Tue, 20 Nov 2018 17:50:19 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/473/1/la-conciliazione-vita-lavoro-i-nuovi-termini-del-decreto-dignita simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’innovazione sociale, un nuovo motore per le imprese https://www.simonagrossi.net/post/472/1/l-innovazione-sociale-un-nuovo-motore-per-le-imprese

Viviamo un'epoca che ha assunto e sta assumendo nuovi modelli di organizzazione e gestione degli attori sociali collettivi, come possono essere ad esempio le aziende. Nasce un'idea in grado di creare nuove collaborazioni e networks venendo comunque incontro ai bisogni sociali, e si basa sulla creazione collettiva di valore attraverso l'innovazione sociale.

Il nuovo stile d’imprenditorialità di se stessi e lo sviluppo di modelli aziendali, organizzazioni, e processi dove gli interessi personali e di business vengono coniugati con i benefici per le comunità contribuendo a rispondere anche agli obiettivi globali di sviluppo sostenibile.

Il cuore delle imprese è sempre più sociale e attento alle comunità locali. Lo afferma il Terzo Rapporto dell’International Center for Research on Social Innovation, redatto da LUISS Guido Carli University e Italiacamp[1].

La convergenza tra una tecnologia abilitante, la disponibilità in tempo e talento, e l’adesione alla missione aziendale implicano tutte un modello organizzativo basato sulla congiunzione propositiva dei singoli attori che fanno parte dell'organizzazione stessa. E' soprattutto, quindi, un'innovazione relazionale quella variabile in grado di accrescere il valore complessivo, dove per questa si intende "l’innovazione che nasce al di là delle procedure formali di stakeholder engagement e riguarda i diversi tipi di relazione attivati dalle aziende con soggetti esterni, spesso per sviluppare soluzioni a problemi sociali che le interessano da vicino", stando alla definizione di Matteo Giuliano Caroli, direttore del Center for Research on Social Innovation.

Applicare un nuovo modello d’innovazione alle imprese rappresenterebbe un megafono per la platea delle aziende collaboranti, al fine di operare una diffusione dell'informazione capillare e aumentare così il numero d’imprese disponibili a progettare con successo strategie d’innovazione sociale. Consentirebbe inoltre di partecipare ad un progetto internazionale di condivisione tra domanda e offerta di innovazione, applicando cioè logiche di mercato in grado di portare un empowerment valoriale.

Si punta quindi alla condivisione con tutti gli attori nazionali delle innovazioni delle aziende appartenenti a questo network, al fine di supportare lo sviluppo sostenibile della singola impresa e contribuire alla crescita economica e sociale dei territori, il tutto contribuendo allo sviluppo di una rete di Social Innovator su scala nazionale.

In Italia esiste un'associazione, la Social Innovation Society, che fa proprio questo: propone lo sviluppo e l’applicazione di un nuovo paradigma sociale che coinvolga cultura, politica ed economia. Porre come punto di partenza la cultura per SIS significa ribaltare il sistema di design, pianificazione e progettazione e il metro delle valutazioni ora centrate su sviluppi prettamente economici[2], al fine di apportare un plus valoriale che sia a 360 gradi.

Condivido a pieno questa linea operativa, convinta che sia il modello che più degli altri possa aprire scenari positivi per il futuro, sia in un'ottica sociale che nei confronti più specifici del mondo imprenditoriale. Lo stesso Gruppo Green Holding S.p.A, che contribuisco a dirigere, si muove esattamente su questa linea. Una partecipazione orizzontale tra tutti i soci che con le loro differenti esperienze e necessità contribuiscono ad apportare costantemente quel surplus d’innovazione in grado di guidare l'organizzazione tutta ad una crescita di fatturato e di competenze, singole e di insieme.

Simona Grossi

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Thu, 15 Nov 2018 17:43:35 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/472/1/l-innovazione-sociale-un-nuovo-motore-per-le-imprese simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Conciliazione vita-lavoro, ecco gli sgravi contributivi dell’INPS https://www.simonagrossi.net/post/471/1/conciliazione-vita-lavoro-ecco-gli-sgravi-contributivi-dell-inps

Lo scorso 15 settembre è scaduta la possibilità per i datori privati che hanno introdotto nell'impresa le varie misure di conciliazione vita-lavoro per i propri dipendenti di inoltrare all'INPS la domanda per usufruire degli sgravi contributivi previdenziali.

Si è trattato di una richiesta telematica, da trasmettere tramite il modulo di istanza online sotto la voce Conciliazione Vita-Lavoro presente all'interno dell'applicazione DiResCo - Dichiarazioni di Responsabilità del Contribuente. A partire dal prossimo 16 ottobre l'INPS comunicherà quindi l'esito della domanda, e il relativo importo dello sgravio, alle numerose imprese che ne hanno presentato la richiesta.

Per le aziende sarà sufficiente presentare la domanda contenente i dati identificativi, la data di sottoscrizione del contratto aziendale, quella dell'avvenuto deposito telematico del contratto presso l’Ispettorato territoriale del Lavoro territorialmente competente con relativo codice e la dichiarazione di conformità del contratto aziendale alle disposizioni del decreto interministeriale del 12 settembre 2017[1].

Attraverso la circolare n. 91 del 3 agosto 2018  l'Istituto ha infatti fornito le indicazioni operative per accedere a questo sgravio contributivo, così come previsto dal decreto interministeriale del 12 settembre 2017 a vantaggio delle aziende sottoscriventi contratti collettivi aziendali (anche in recepimento di contratti collettivi territoriali). In questa circolare erano contenute le misure migliorative rispetto alle previsioni di legge, del CCNL rispettivo o di contratti collettivi aziendali stipulati in precedenza, il tutto per favorire la conciliazione tra la vita lavorativa e quella privata[2]. Il presupposto del contratto aziendale è che deve riguardare una quantità di dipendenti equivalente almeno al 70% della media di lavoratori occupati, in termini di forza aziendale, durante l'anno civile precedente. E' poi sottinteso come per accedere allo sgravio sia necessario per l'azienda possedere i requisiti di regolarità contributiva attestati mediante il D.U.R.C[3].

Questo bonus conciliazione vita-lavoro andrà quindi a incentivare le misure che fungono da facilitatori al suddetto sgravio, che subentrano nell'area di intervento della genitorialità come l'estensione temporale del congedo di paternità con relativa indennità o come quella riferita al congedo parentale, sia in termini temporali che, come sopra, di integrazione della relativa indennità.

Verranno poi premiati nidi d'infanzia, asili, spazi ludico-ricreativi all'interno dell'azienda o interaziendali, così come i percorsi formativi mirati al rientro dal congedo di maternità. Altre misure si annoverano nell'elargizione dei buoni per l'acquisto di servizi di babysitting, nella concezione di flessibilità organizzativa ai dipendenti o nel lavoro agile (quali, ad esempio, la flessibilità oraria di entrata e uscita, o il lavoro part-time), la dotazione di una banca ore interna o la cessione solidale dei permessi con integrazione da parte dell'azienda. Facilitatori dello sgravio possono essere anche l'attenzione nei confronti del welfare aziendale, la sottoscrizione di convenzioni per l'erogazione di servizi di time saving o di strutture e buoni volti ai servizi di cura.

Da specificare, poi, come il bonus di conciliazione non si calcoli attraverso la retribuzione dei dipendenti, ma attraverso una riduzione dei contributi per lo stesso titolare, stimati attraverso il numero complessivo dei datori di lavoro ammessi allo sgravio, oltre che alla loro struttura aziendale.

Per ogni titolare, nello specifico, ci saranno due diverse articolazioni di bonus, suddivisi rispettivamente in due quote. La quota A si calcola dividendo il 20% delle risorse finanziarie (che per l'anno corrente si stimano sui 54.600.000 euro) per la quantità di aziende ammesse ai bonus. La quota B, invece, si ottiene ripartendo l'80% delle risorse finanziarie di ogni anno a seconda della media dei dipendenti occupati dallo stesso datore di lavoro durante l'anno precedente alla domanda. Parliamo quindi del risultato della somma della media dei dipendenti, diviso per l'80% delle risorse finanziarie, moltiplicato per la media occupazionale di ciascun datore di lavoro. La somma delle due quote associata porterà allo sgravio fruibile dal titolare.

Quest'ultimo, a sua volta, non potrà superare il 5% della retribuzione imponibile a scopi previdenziali dell'anno precedente la stessa domanda. Tutto ciò che risulterà al di fuori di tale quota verrà ridistribuito, mediante i criteri della quota B, per i datori di lavoro che non avranno ancora raggiunto il massimo della soglia, il tutto fino all'esaurimento delle risorse o al raggiungimento limite di tutti i titolari ammessi. Naturalmente sarà la stessa INPS a occuparsi del calcolo[4].

Da un punto di vista aziendale si chiude quindi il cerchio dei vantaggi che una corretta amministrazione di questa conciliazione può apportare, perseverando allo stesso tempo il proprio welfare interno e quindi il benessere dei suoi dipendenti. Sono infatti azioni di conciliazione dei tempi di ogni intervento volto a facilitare i lavoratori e le lavoratrici nei riguardi della loro personale armonizzazione.

La conciliazione interna alle organizzazioni si pone come uno strumento indispensabile alla crescita delle stesse, sia che la si guardi da un punto di vista della qualità del prodotto o servizio offerto, sia che invece ci si concentri sul benessere organizzativo e di qualità di vita. Questo è dimostrato anche da ricerche sul campo, quale ad esempio quella di Beauregard e Henry del 2009, che ha determinato come l'applicazione di azioni volte all'upgrade dell'equilibrio azienda-vita sia direttamente proporzionale all'innalzamento delle performance aziendali e all'attrattività del personale nello step inerente al recruitment. Altri ricercatori come Bevan (1999) annoverano tra i benefici anche la riduzione di assenze per malattie, la fidelizzazione dei dipendenti, la crescita produttiva, l'innalzamento della motivazione e del benessere, mentre altri, come Piazza nel 2007, hanno attestato in questa pratica una maggiore valorizzazione delle risorse umane, un più ampio coinvolgimento ed impegno sul posto di lavoro, così come un rilevante sviluppo del capitale sociale.

In ultimo, un dipendente adeguatamente conciliato sarà più predisposto ad assumersi maggiori responsabilità e a rendersi disponibile nel periodo di picco produttivo, come testimoniato dalla ricerca di Søndergård Kristensen del 2010[5].

Tutto lascia pensare, quindi, che si stia finalmente percorrendo la giusta via capace di legare gli interessi e i diritti di imprese e lavoratori, ed è un bene sia per quanto riguarda i diritti di tutti sia per quella che speriamo possa rappresentare la definitiva rinascita economica del Paese.

Simona Grossi

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Mon, 5 Nov 2018 18:26:16 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/471/1/conciliazione-vita-lavoro-ecco-gli-sgravi-contributivi-dell-inps simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Da una gerarchia verticale verso una nuova organizzazione orizzontale, il futuro delle aziende riparte da qui https://www.simonagrossi.net/post/470/1/da-una-gerarchia-verticale-verso-una-nuova-organizzazione-orizzontale-il-futuro-delle-aziende-riparte-da-qui

Il contesto odierno del mondo del lavoro registra una percentuale sempre maggiore di aziende emergenti che presentano al loro interno una organizzazione orizzontale e trasversale di ruoli e competenze, un nuovo assetto collaborativo ad alto tasso di innovazione che rigetta quei dogmi che da sempre hanno contraddistinto il management classico e che prevedevano una struttura rigidamente a cascata, gerarchica e piramidale.

Anche l'Italia, da sempre un Paese con un'imprenditoria conservatrice, con strutture organizzative verticali nelle quali le attività venivano raggruppate a seconda del lavoro svolto in un flusso processuale statico che andava sempre dal basso verso l'alto, si sta affacciando oggi verso un rapido cambiamento che abbatte la classica gerarchia. Vengono eliminate in questo modo le distanze tra i manager e i lavoratori del nucleo operativo, abbattendo in questo modo gli ostacoli processuali che la gerarchia dell'autorità imprimeva al management, e sviluppando al contempo tutta una serie di skills individuali che prima rimanevano celate e depotenziate.

Una volta che svaniscono i confini tra gli impieghi, visto che il lavoro si avvale della collaborazione trasversale tra mansioni e settori di diversi membri di un ampio ventaglio di aree funzionali, queste strutture diventano anche learning organization, essendo progettate per il continuo apprendimento, e quindi acquisiscono al loro interno la spinta propulsiva necessaria al cambiamento e all'adattamento al nuovo contesto che muta.

Per lo stesso motivo vanno ridirezionati i flussi di controllo e di potere, dal momento che la mansione, prima definita dal vertice e assegnata a un sottoposto, diventa ora un compito secondario rispetto alla conoscenza e controllo del ruolo. E' questo che rende l'incaricato a svolgerlo un qualcosa di diverso, un'integrazione al sistema-azienda, una parte indispensabile di un sistema sociale. Ora il frutto del lavoro diventa discrezionale e responsabile, e per essere raggiunto come obiettivo passa inevitabilmente attraverso il giudizio e l'abilità di chi lo svolge. Perché i ruoli, ormai trasversali all'interno delle learning organization, assumono connotati ridefiniti e adattati, così come la conoscenza e il controllo dei compiti saranno attribuiti ai lavoratori anziché ai dirigenti.

C'è un incoraggiamento al lavoro e al problem solving di gruppo, andando a incrementare e a favorire ogni forma propedeutica di comunicazione interna informale e diretta.

A differenza dei sistemi a gerarchia verticale, dove le distanze tra reparti e competenze sono ampie e la mole d’informazioni è gestita attraverso strutture rigide e formali, in questo management orizzontale la circolazione dei dati avviene in maniera diffusa e ottimizzante, così da coinvolgere il maggior numero di persone nei processi aziendali e alimentare una vision condivisa e valorizzata.

Per stimolare questa visione comune occorrerà che i dirigenti aprano quindi più canali di comunicazione possibili, sia nei confronti del personale che di tutti gli stakeholders esterni, chiamati anche loro a farsi portavoce dei principi fondanti l'impresa.

Promuovendo questa visione comune, quindi, ogni dipendente dell'azienda che entrerà a contatto con colleghi, fornitori, o qualsiasi individuo che vi interagisca, il modo di agire di chi condivide la visione aziendale sarà parte integrante e pilastro fondamentale dello sviluppo strategico dell'impresa, partecipando attivamente, in questo modo, non solo al contributo del processo decisionale ma anche all'efficacia dell'intera organizzazione.

Ogni tassello aziendale è consapevole dell'intero sistema, e così questo flusso dinamico e cosciente di risorse e informazioni si rende più adatto ad ogni possibile cambiamento esterno.

In queste organizzazioni orizzontali il personale riceverà quindi appagamento e soddisfazione nei confronti del proprio ruolo, rendendo l'impresa un ecosistema sociale capace di generare relazioni di fiducia e di potenzialità che si mantengono sul rispetto e l'attenzione nei confronti del prossimo. Ne scaturisce sicuramente un rispetto nei confronti delle competenze altrui che rappresenta il bacino ideale per generare la volontà di assumersi responsabilità, di incoraggiare l'apprendimento, e di mantenere un atteggiamento propositivo nei confronti del lavoro e della crescita di tutto il sistema[1].

Il tutto in un contesto dove lo sguardo dei mercati non verte più esclusivamente sui prodotti, ma si allarga soprattutto all'esperienza di consumo del cliente, che da tutto il mondo potrebbe relazionarsi con l'impresa. Per fare una citazione, c'è stato un deciso cambiamento della visione di Ford che soleva dire che "i clienti possono avere l'auto di tutti i colori che vogliono purché sia nera"[2].

Oggi le strutture del lavoro si stanno quindi ridefinendo, com'è d'altronde evidenziato anche dal report Executive Trends 2018 di Page Executive, divisione boutique di PageGroup azienda leader della ricerca e selezione di top manager.

A giudicare da questo documento, che riporta le indagini svolte su 150 manager in 24 differenti Paesi del mondo, tra le due principali sfide che devono affrontare i vertici aziendali per sopravvivere alla complessità del mondo del lavoro e del mercato, ci sono proprio la cultura armonizzata tra il personale e un'ottimizzazione della rigida struttura aziendale.

E' giusto quindi concentrarsi su una più ampia agilità, su una più stretta e cooperativa connessione tra i diversi ruoli interni, su una responsabilizzazione dei dipendenti e sull'incentivazione dello sviluppo di prodotti e servizi in grado di anticipare le richieste di mercato. “Il rapporto mostra che vi è una chiara necessità per le aziende di creare l’ambiente giusto per i dipendenti, anziché concentrarsi sul contesto congeniale ai manager”, ha spiegato Stefano Cavaliere, Associate Partner di Page Executive. “Una struttura più piatta responsabilizza il personale, ma non si limita a questo. Poiché sono necessari meno ruoli dirigenziali, il modello risulta altamente efficace in termine di costi oltre a rendere l’organizzazione più snella e agile[3].

Simona Grossi

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Fri, 2 Nov 2018 17:18:53 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/470/1/da-una-gerarchia-verticale-verso-una-nuova-organizzazione-orizzontale-il-futuro-delle-aziende-riparte-da-qui simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’uguaglianza di genere è ancora un miraggio https://www.simonagrossi.net/post/469/1/l-uguaglianza-di-genere-e-ancora-un-miraggio-

Nonostante si stiano facendo numerosi passi in avanti sul tema dell'azzeramento del gap socioeconomico, l'uguaglianza di genere rimane ancora un miraggio nella sua applicazione pratica, e così il 25 settembre scorso è stato presentato al Senato della Repubblica il Ddl che prevede la nascita di una Commissione ad hoc sui diritti delle donne.

Il quadro attuale vede la persistenza di una forte disparità tra lo stipendio delle donne e quello degli uomini, un gap che, secondo il World Economic Forum (Wef), al ritmo attuale finirà per essere colmato soltanto tra 217 anni, come riferito durante il Global Gender Gap Report 2017. L'Italia è in forte peggioramento, ed è recentemente crollata all'82° posto dei 144 Paesi esaminati dopo che nel solo 2015 ricopriva la 41° posizione.

Sono diversi i settori analizzati, dall'educazione alla salute passando per il lavoro, per l'aspettativa di vita e per la scalata al potere in politica. Gli indizi portano chiaramente a una recessione nazionale sul tema del divario di genere tra uomini e donni in merito alle opportunità, allo status e alle attitudini. In particolar modo, se andiamo a focalizzarci sul fronte del lavoro e delle retribuzioni, scopriamo che è proprio in questo ambito che il solco diventa più profondo. Il report evidenzia come ci sia "una percezione molto bassa della parità salariale per un lavoro simile tra i sessi", facendo scivolare il nostro Paese al 126° posto sui 144 disponibili.

Dall'analisi del Wef si scopre quindi che la percentuale di lavoro quotidiano non pagato sfiora il 61,5% per le donne in confronto alla soglia del 22,9% raggiunta dall'altro genere[1].

Sono invece quattro su dieci le giovani donne italiane tra i 25 e i 29 anni che risultano essere inattive, cioè prive di studio e di lavoro, mentre tra gli uomini la percentuale scende al 28%, e tutto ciò ci annovera tra i dislivelli maggiori dell'area OCSE[2].

Anche sui temi salute e sopravvivenza, in appena un anno si è passati dal 77° posto all'attuale 123°. Così come ricopriamo il 90° posto in partecipazione alla forza lavoro, e addirittura il 103° per salario percepito. Anche sull'istruzione il divario è impressionante, evidenziando un rapido declino dalla 27° alla 60° posizione e una percentuale maschile in netta superiorità sia per quanto riguarda la partecipazione scolastica che l'accesso al mondo del web.

A peggiorare i dati nazionali ci pensano quelli mondiali, in quanto come spiegato dallo stesso Wef " per la prima volta" da quando esiste questo Report "il divario di genere globale si è ampliato", un dato questo in controtendenza con quello del progresso che è in lento aumento in tutto l'ultimo decennio[3].

Tutto questo ha quindi reso necessario, come anticipavo, l'istituzione al Senato della Commissione parlamentare dei diritti della donna e dell'uguaglianza di genere. E così la Consigliera di Parità e Autorità per i diritti e le pari opportunità della Regione Molise Giuditta Lembo è stata invitata personalmente all'incontro svoltosi lo scorso 25 settembre, dichiarando come si stia formando "la Commissione che nasce da un accordo politico trasversale tra diverse parlamentari, in un momento in cui si sta da più parti denunciando che l'Italia ha la peggiore performance quanto ad azioni e politiche di pari opportunità tra uomini e donne".

"Ad essere prese in considerazione", ha poi aggiunto la Consigliera, "sono state le disparità sul lavoro, sia in termini di partecipazione sia di salari, la rappresentanza politica e la salute. La situazione italiana è peggiore anche di quella di Grecia (78°), Belize e Madagascar, e supera di poco  Birmania e Indonesia".

Tra i lavoratori che non cercano occupazione spicca un 60,5% appartenente al genere femminile, mentre il lavoro giornaliero delle donne conta 60 minuti in più di media rispetto a quello maschile, con l'aggravante che il 61% del lavoro delle donne non è pagato, dato che scende al 23% se guardiamo agli uomini.

"La nascita di una Commissione permanente", precisa la Lembo, "che monitori e analizzi, proponga e solleciti il Governo, affinché si intervenga urgentemente sulle questioni quali occupazione femminile, salute della donna, rappresentanza di genere in politica, è ormai una necessità, una esigenza improcrastinabile. Una Commissione che verifichi tutti gli atti emanati dalle Camere affinché nessun provvedimento possa celare un discrimine legato all'essere uomo o donna e simile al modello europeo della Commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere femminile".

La Commissione sarà così occupata nel monitorare molteplici aspetti riguardanti l'eguaglianza di genere, dalla povertà femminile al gap salariale, dai servizi all'infanzia e alla famiglia alla sottorappresentanza nei processi decisionali, dalla maternità e salute fino alla tratta degli esseri umani. Il tutto con la collaborazione della Commissione d'inchiesta sulla violenza contro le donne e il femminicidio.

Ogni anno tale Commissione riferirà alle Camere avanzando modifiche della legislazione vigente per spingerla più in direzione della normativa dell'Unione Europea e delle Convenzioni internazionali.

"Alla luce di questa importante novità invito le Consigliere regionali molisane Calenda, Matteo, Manzo, Romagnuolo, Fanelli e Scuncio, a valutare la possibilità di proporre l'istituzione anche in Molise di una Commissione consiliare sulla tutela dei diritti della donna e dell'uguaglianza di genere alla luce degli ultimi dati riguardanti il tasso di disoccupazione femminile, l'emergenza di creare occupazione oltre che giovanile anche femminile va considerata sicuramente come priorità poiché è stato dimostrato che il lavoro delle donne è una risorsa per il nostro Paese. Non più perseguire la parità, ma le pari opportunità, vale a dire l'accettazione e la valorizzazione del fatto che c'è una differenza tra l'uomo e la donna e questa differenza non è da nascondere, da cancellare, ma da valorizzare e far valere all'interno di decisioni, di scelte, perché significa ottenere maggiori e migliori risultati, soprattutto in ambito professionale" ha affermato la Consigliera della Regione Molise.

"Sono state fatte varie indagini e calcoli, a dimostrare che il fatto che le donne non lavorassero quanto gli uomini, e non fossero pagate quanto loro, comportava un danno complessivo per il prodotto interno lordo del Paese che bloccava lo sviluppo e la trasformazione di una società che doveva avere necessariamente, al suo interno, le due componenti maschile e femminile, ognuna delle quali contribuiva al raggiungimento dei risultati. Auspico la nascita di un impegno trasversale all'interno del Consiglio regionale affinché avvenga qualcosa di significativo che faccia sì che anche gli organismi posti a tutela della parità e delle pari opportunità esistenti possano avere un interlocutore all'interno del Consiglio regionale quale una Commissione consiliare con la quale confrontarsi sulle tante questioni ancora da risolvere che riguardano il mondo femminile" ha quindi concluso[4].

Simona Grossi

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Mon, 29 Oct 2018 19:32:27 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/469/1/l-uguaglianza-di-genere-e-ancora-un-miraggio- simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Donne e innovazione sociale, una sinergia chiave per le aziende https://www.simonagrossi.net/post/468/1/donne-e-innovazione-sociale-una-sinergia-chiave-per-le-aziende

Un binomio che si è saputo integrare benissimo e che ha rappresentato per molte aziende la chiave di volta per uscire da un momento critico e da uno stallo economico è quello rappresentato dalle donne e dall'innovazione sociale.

Fortunatamente sono sempre di più le iniziative volte a favorire questo sviluppo imprenditoriale, valorizzandone quella sinergia che ne rappresenta il perno e, di conseguenza, incrementando quegli aspetti di crescita innovativa indispensabili per fare la differenza sul mercato.

Per citare una buona pratica, lo scorso marzo presso il Palazzo delle Stelline di Milano, attraverso la collaborazione con SIS Social Innovation Society, si è svolto l'evento Donne Impresa: entrare in rete e non cadere nella rete dell'esclusione digitale. Questa giornata ha coinvolto moltissime imprenditrici, e attraverso l'unità d’intenti di Confartigianato Lombardia e SIS, ha potuto ospitare un importante appuntamento didattico sulle imprese al femminile e i loro canali di inclusione, condivisione e innovazione[1].

Ad aprile, poi, Torino ha ospitato Move It Forward, un weekend di formazione sull'avviamento digitale delle donne gestito dall'acceleratore digitale femminile europeo inQube. L'iniziativa, promossa da WEP, APID e Digital Leadership Institute, è stata supportata da aziende tecnologiche innovative, organizzazioni no profit e network digitali misti, e ha avuto come obiettivo quello di permettere a donne di qualsiasi età di acquisire le competenze per competere nel mercato del lavoro come imprenditrici e leader digitali, così da promuovere e farsi portavoce di una necessaria innovazione sociale delle comunità[2].

Si spera che il frutto di questi eventi possa rappresentare una nuova onda di imprenditrici in grado di fare business rimanendo sempre attente su una crescita valoriale e etica della società, sulla scia dei numerosi esempi che, fortunatamente, già popolano i casi di cronaca e le pagine economiche del nostro Paese.

Di recente, infatti, EconomyUp.it ha raccontato molte storie di start-up made in italy ideate da donne che indicano una possibile via a un nuovo modello d’impresa e di sfida ai mercati. Sono aziende che hanno raggiunto ottimi risultati, e che si fanno portavoce di competitività, senso del dovere, accuratezza e intelligenza operativa, tutte quelle cosiddette soft skills tipiche del genere femminile.

E' l'esempio di Benedetta Bruzziches, che da Caprarola in provincia di Viterbo dirige a 28 anni un brand di borse a suo nome, il tutto dopo aver fondato un'impresa capace di dare lavoro a un intero paese che si pone come eccellenza nel campo dell'artigianato e della moda alternativa. “La mia missione è fare una piccola rivoluzione culturale che contribuisca a cambiare la sensibilità e a ricostruire attraverso la moda la nostra identità di artigiani. Io, con le mani, ho sempre realizzato tutto ciò che ho sognato e immaginato. Lo possono fare tutti” ha dichiarato in una recente intervista.

Un altro esempio è rappresentato da Selene Biffi, ventiduenne che con un fondo di partenza di 150euro ha fondato a Kabul una scuola basata sullo storytelling, generando posti di lavoro e promuovendo allo stesso tempo il patrimonio locale, tanto da vincere il premio Rolex e aggiudicarsi il finanziamento di Renzo Rosso.

Per non parlare di Erica Palmerini, vincitrice dell'Oscar della tecnologia e docente di diritto privato al Sant'Anna di Pisa, che attraverso RoboLaw si è aggiudicata il World Technology Award andando a analizzare le implicazioni giuridiche, etiche e sociali dell'informatica robotica emergente.

Continuando la lista troviamo Barbara Labate, fondatrice di un sito, Risparmio Super, che confronta i prezzi di diversi supermercati permettendo ai consumatori un notevole risparmio di tempo e denaro. “Ho fatto boom grazie alla crisi perché il risparmio è un imperativo delle famiglie italiane” ha dichiarato l'imprenditrice dopo che l'applicazione, naturalmente, ha sbancato il web store.

Anche il sud è patria dell'innovazione sociale, come dimostra Mariarita Costanza che in Puglia ha fondato Macnil, un'azienda impiegata dapprima sulle tecnologie per la localizzazione satellitare, e che ora si sta concentrando sulla telemedicina con il primo defibrillatore mobile mai realizzato in grado di essere comandato e localizzato da remoto.

C'è la Wind Business Factor che ha finanziato 500mila euro tramite la Finanziaria Laziale di Sviluppo a Mary Palomba e la sua Maison Academia, una piattaforma che consente a chi si occupa di moda di commercializzare i propri capi sul web. E' un mercato che si stima intorno ai 300miliardi di dollari, e l'imprenditrice può in questo modo puntare a promuovere il marchio italiano confermandoci come una delle eccellenze mondiali.

Il mondo della moda può sentirsi rappresentato anche da Sara Giunti, giovane stilista di Roma che ha saputo coniugare il settore con quello dell'informatica per fondare, attraverso il finanziamento di Final S.p.A, l'ED, un marchio di borse con led e attacchi USB.

Nella lista di EconomyUp.it figura anche Mara Branzanti, un autentico talento del nostro Paese, vincitrice del Google Summer of Code, un concorso per studenti sviluppatori. Grazie a questo riconoscimento la studentessa di Geomatica della Sapienza contribuisce oggi al progetto di un software destinato alla navigazione satellitare dell'europea Galileo[3].

Tutti questi casi rappresentano un chiaro segnale di come, nel contesto odierno, la chiave per il successo imprenditoriale passi in moltissimi casi attraverso il potenziale innovativo apportato dalle capacità manageriali delle donne. E visto e considerato che, purtroppo, persiste ancora una notevole disparità di welfare e stile di vita tra i generi, è facile intuire come l'Italia stia sprecando un incredibile opportunità di sviluppo economico e sociale.

Simona Grossi

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Thu, 25 Oct 2018 18:11:31 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/468/1/donne-e-innovazione-sociale-una-sinergia-chiave-per-le-aziende simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Numeri impietosi sulla differenza di genere, anche l’Italia deve migliorare https://www.simonagrossi.net/post/467/1/numeri-impietosi-sulla-differenza-di-genere-anche-l-italia-deve-migliorare

Per analizzare il fenomeno della differenza di genere e aprire definitivamente gli occhi riguardo a un'ingiustizia che ci costa attendibilità sia a livello economico sia, soprattutto, sociale, si può tranquillamente scegliere di partire dalle parole di chi, il genere femminile, riesce ad elevarlo e a metterlo su un piano quantomeno equivalente a quello maschile.

E' il caso dell'ultima vincitrice del Premio Nobel per la Fisica, Donna Strickland, che alla domanda se fosse meravigliata di essere solo la terza donna ad aver avuto quel riconoscimento, ha tuonato "come faccio a essere sorpresa, se tutti i giorni della mia vita quando mi guardò intorno, sono circondata solo da uomini? Ecco, vedere troppi uomini, anche questo in effetti è un problema. Quand’è che cominceremo sui giornali a vedere più donne, nei titoli e nelle immagini? Donne scienziate, manager, economiste, medici, ingegneri, banchieri".

Se andiamo ad analizzare i dati fuoriusciti dal report di Statistica, che a sua volta riprendeva un articolo del World Economic Forum, infatti, nonostante gli ultimi Nobel per la Chimica a Frances Arnold e per la Pace a Nadia Murad, il divario tra i due generi è ancora impietoso. Sono 854 i Nobel ritirati dagli uomini, soltanto 50 quelli vinti dalle donne. Sembra una vera e propria conferma del patriarcato dell'Accademia quella che registra un 97% di premiazioni maschili al Premio più ambito.

Un altro dato allarmante e, da una parte, esplicativo, è quello che ci mostra come le pubblicazioni scientifiche vedono gli scienziati uomini autocitarsi il 56% delle volte in più rispetto alle loro colleghe. Naturalmente è scontato dire che gli uomini sono anche più presenti sui media e nei convegni[1].

Per accorgerci di tutto ciò ci basta guardare dentro i nostri confini, perché concentrandoci sugli ultimi dati si vede chiaramente che la situazione è ben più grave di quanto si immagini.

L'ultima analisi di Das, compagnia di Generali Italia specializzata nella tutela legale, ci dice che, ad esempio in Sardegna, l'85% dei dirigenti aziendali sono uomini, in Lombardia e nel Lazio le donne ai vertici rappresentano il solo 17%, in Basilicata il 19%-

L'isola sarda è la seconda regione italiana con la percentuale maggiore di dirigenti sopra i cinquant'anni (68%), dopo il Molise che registra ne registra un tasso del 73%, ma prima di Umbria e Valle d'Aosta ferme, se così si può dire, al 67%[2].

"È vero che, ancora oggi, le possibilità date alle donne di rivestire ruoli di responsabilità sono inferiori rispetto ai loro colleghi. Ci arrivano però prima, quando sono più giovani, perché devono anticipare il periodo che poi coincide con la maternità vissuta dalla società come un rallentatore che crea disparità" ha spiegato a MeridioNews Ornella Laneri, presidente della delegazione siciliana dell'Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d'Azienda (Aidda).

E' sottinteso come il gender gap raggiunga il suo apice proprio in quel momento, e cioè quando le donne arrivano al bivio che separa la famiglia dalla carriera.

Fortunatamente esistono casi virtuosi, come quello siciliano di Orange Fiber, un'impresa di Catania che si occupa di produrre il primo tessuto ecosostenibile derivante dalla lavorazione delle centinaia di migliaia di tonnellate di agrumi scartati dalla trasformazione agrumicola. Nata nel 2014 da una tesi di laurea dell'attuale Ceo Adriana Santanocito, l'azienda si è sviluppata con la collaborazione della responsabile marketing, comunicazione e foundrising Enrica Arena. "Nella mia esperienza l'essere donna non ha mai inciso: fossi stata un uomo, sarebbe stata la stessa identica cosa" ha voluto precisare la stessa Santanocito, che dallo scorso giugno a Catania ha anche avviato Terziario Donna Confcommercio con la collaborazione di altre sei imprenditrici del territorio.

"Non abbiamo mai pensato di preferire un uomo a una donna, o viceversa, altre aziende lo fanno di continuo guidate dallo stereotipo che penalizza le donne perché avrebbero meno tempo da dedicare al lavoro per non sottrarlo alla famiglia. Il punto su cui focalizzarsi è ripensare una flessibilità nel lavoro che vada oltre i concetti di femminismo e maschilismo che dovrebbero oramai essere superati" ha poi aggiunto.

Gli episodi di disparità di genere continuano a essere, però, ancora troppi.

"Me ne accorgo da episodi di vita quotidiana. Capita, per esempio, che collaboratori o fornitori più grandi di età e con più esperienza professionale, nel vederci donne, abbiano qualche titubanza. La differenza con i nostri colleghi uomini è che veniamo ascoltate con più facilità, ma veniamo prese sul serio solo se dimostriamo credibilità, professionalità e competenze" è stata la dichiarazione della Ceo di Orange Fiber.

"Per avvicinarsi a una parità che sembra essere ancora lontana bisogna lavorare concretamente sulle pari opportunità, a partire dalla creazione di asili nido direttamente all'interno delle strutture delle aziende. Ci sono ancora troppe donne costrette dalle circostanze a dovere scegliere tra maternità e carriera", è stata la conclusione dell'intervista di Ornella Laneri[3].

Una posizione che mi sento di condividere, per continuare a lanciare un allarme che renda definitivamente oggettivo agli occhi di tutti come il gender gap rappresenti ancora un enorme ostacolo alla realizzazione di un'evoluzione, sia dal punto di vista imprenditoriale che da quello umano, certamente più importante.

Simona Grossi

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Mon, 22 Oct 2018 17:21:07 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/467/1/numeri-impietosi-sulla-differenza-di-genere-anche-l-italia-deve-migliorare simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Il management al femminile sviluppa la comunicazione e rappresenta un vantaggio di business https://www.simonagrossi.net/post/466/1/il-management-al-femminile-sviluppa-la-comunicazione-e-rappresenta-un-vantaggio-di-business

Da diversi anni ormai è appurato come l'ingresso, la permanenza, e soprattutto la gestione nel management aziendale al femminile sia una componente in grado di generare valore e incremento di business per tutte le imprese che, indipendentemente dal settore nel quale operano, vogliono fare quel passo in più sul mercato e sopravvivere in questo contesto post-crisi.

Per fornire un esempio di come le agenzie stiano abbracciando questa nuova filosofia di fare business, Prysmian Group ha recentemente lanciato l’ottava edizione di Build the Future, un programma internazionale di recruitment che mira a selezionare giovani talenti e a dirigerli verso un percorso formativo professionalizzante mediante l'inserimento in contesti di lavoro di alta qualità.

Verranno selezionati 50 neolaureati in Economia, Business, Ingegneria, Fisica, Chimica, Matematica e Information Technology da tutto il mondo, attraverso la loro attitudine alla leadership, al coinvolgimento nel lavoro, alla predisposizione al cambiamento, il tutto mediante la digitalizzazione e l'innovazione come principali driver di crescita strategica.

Fino a qui nulla di particolare, se non che, come ha comunicato ufficialmente l'azienda stessa, “attraverso Build the Future Prysmian conferma l’impegno nel promuovere il valore della gender diversity: il 42% delle assunzioni del 2017 è rappresentato da donne e per il 2019 il target di presenza femminile è fissato al 50%”.

Ne esce un quadro piuttosto chiaro, che ci dice come anche le maggiori agenzie di recruitment hanno puntato decisamente sulla parità di genere e sull'innalzamento della quota femminile, sia da un punto di vista prettamente quantitativo, sia soprattutto per quanto riguarda l'inserimento di figure manageriali dotate di un peso decisionale all'interno degli alti quadri aziendali.

Il programma, infatti, dopo i primi tre anni di turnazione nei paesi di origine, punta a far si che le risorse assumano gradualmente ruoli sempre maggiori di management o in ambito tecnico, utilizzando criteri basati su valutazioni della performance, inclinazioni personali, obiettivi raggiunti e esigenze aziendali.

Questo gruppo si conferma così promotore di importanti iniziative che vanno dall'inclusione e dalla diversity, come ad esempio il progetto Side by Side, al reclutamento global attraverso, oltre a Build the Future, anche Make It e Sell It, rivolti questi ai migliori talenti nel settore manifatturiero e commerciale.

Crediamo fortemente nell’importanza del contributo dei giovani [e delle donne] in termini di idee e innovazione. Anche loro è il compito di accelerare l’evoluzione della nostra società rendendola più competitiva, ma anche più accogliente e integrata nelle comunità nelle quali operiamo. Per questo vogliamo individuare e valorizzare i migliori talenti a livello internazionale, dando loro l’opportunità di confrontarsi con una realtà aziendale innovativa e multiculturale come la nostra” ha comunicato nel merito Fabrizio Rutschmann, Chief Human Resources Officer di Prysmian Group[1].

E' infatti la capacità di sviluppare e incrementare le cosiddette soft skills a rendere il genere femminile il più propenso nella gestione attuale dei rischi e delle problematiche che quotidianamente si presentano nei contesti aziendali. Tra queste, una caratteristica fondamentale risulta proprio la comunicazione tra reparti e gerarchie, in grado di generare engagement e aumentare le performances dell'intera impresa.

Questo dato è riportato anche da una ricerca biennale svolta dal Working Group Employee Communication dell’Università Iulm, che si è sviluppata attraverso due indagini separate e centinaia di casi di studio, tra aziende manifatturiere e attive nei servizi con più di cinquecento dipendenti, e circa centocinquanta addetti esaminati. Ne risulta che gli strumenti della comunicazione interna sono indispensabili per l'incentivazione del personale, e per i collaboratori gli incontri informali con il top management per stimolare feedback sulla vita aziendale figurano ancora come l'iniziativa più sostanziosa.

La comunicazione a cascata è vista in assoluto come il metodo più strutturato da parte dei responsabili che agiscono all'interno delle grandi organizzazioni, mentre per i collaboratori sono ancora preferibili le convention. Sono tutti dati, questi, che ci confermano come da parte dei dipendenti le occasioni di incontro con il management e il conseguente dialogo trasversale, al fine di trasferire informazioni o spiegare iniziative, strategie e obiettivi d'impresa, siano l'elemento di maggior impatto e aiutano decisamente a spingere l'intero personale verso un totale coinvolgimento delle dinamiche aziendali.

«Un dialogo franco e aperto" ha osservato in proposito Alessandra Mazzei, docente di Comunicazione d’impresa e Direttore dell’Osservatorio Employee Relations & Communication dell’Università Iulm, "è fondamentale per la relazione fra collaboratori e capi diretti ed è rilevante anche nella relazione con il top management" [2].

Le donne ai vertici, quindi, di norma più propense al dialogo e alla ricerca di spiegazione, favoriscono di gran lunga quest'aspetto rispetto ai loro corrispettivi maschili, e generano per questo un engagement maggiore e un progressivo miglioramento dell'ambiente lavorativo. Questo fa sì che si incrementino le performances, e, di conseguenza, che si abbia quel passo in più da un punto di vista strettamente di business (tralasciando qui tutti i discorsi sui benefici di un ambiente privo di stress) necessario alle imprese per affermarsi e sopravvivere sul proprio mercato di riferimento.

Simona Grossi

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Fri, 5 Oct 2018 12:46:52 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/466/1/il-management-al-femminile-sviluppa-la-comunicazione-e-rappresenta-un-vantaggio-di-business simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Il mercato punta sempre più verso processi di innovazione sociale: alcune buone pratiche di riferimento https://www.simonagrossi.net/post/465/1/il-mercato-punta-sempre-piu-verso-processi-di-innovazione-sociale-alcune-buone-pratiche-di-riferimento

Nel mercato post-crisi attuale nel quale le reti di imprese e organizzazioni si trovano a operare sta prendendo sempre più piede una nuova filosofia gestionale e processuale che si può racchiudere entro la sfera di quella che viene comunemente definita innovazione sociale. Per questa, stando alla definizione che ne danno Murray, Caulier Grice e Mulgan nel loro Libro Bianco sull'Innovazione Sociale, si intendono "le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa".

E' quindi diversa dall'innovazione tout court derivante dalla competizione di mercato e dall'ottimizzazione del profitto, e ha all'origine una serie di pressioni sociali esercitate da tutta una serie di bisogni insoddisfatti, di risorse inutilizzate, di emergenze ambientali o sociali. La lista dei servizi rispetto a queste categorie subisce (per una serie di motivi) un arresto della fornitura da parte del mercato e delle istituzioni, e quindi concede terreno a risorse e forze del privato sociale, all'imprenditoria dal basso, all'autorganizzazione delle comunità di cittadini attorno ai loro bisogni, il tutto per ottimizzare l'impiego delle risorse umane e ambientali per raggiungere una qualsivoglia di miglioramento sociale.

Parliamo quindi di un'applicazione funzionale e sostenibile di una rinnovata idea di prodotto, servizio o modello. Si ricercano idee che meglio si adattano al contesto socioeconomico per giungere a un plus valoriale per la società fruente, ed è un discorso che esula la semplice dicotomia profit/no profit in quanto basa il suo essere sul senso stesso di innovazione capace di avere il maggiore impatto positivo possibile per la società[1].

A oggi sono sempre di più i casi in cui realtà imprenditoriali o associative sfruttano e, anzi, puntano a implementare i meccanismi di innovazione sociale al loro interno, in quanto viviamo tempi in cui il mercato, saturo di offerta, premia, valorizza e fa sopravvivere soltanto chi è in grado di generare il suddetto plusvalore sociale.

Un esempio ce lo fornisce Interreg Central Europe, programma dell'Unione Europea, che lo scorso 11 settembre in occasione del Festival d'Innovazione Sociale ha presentato il Social Makers, una sorta di incubatore di iniziative di innovazione sociale.

Il progetto è finalizzato a soddisfare la necessità di risoluzione dei problemi sociali, ricorrendo a nuovi strumenti e dando risposte in tempi brevi. Ciò sarà possibile anche grazie alla collaborazione tra l’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico e il Democenter-Sipe” (la fondazione nata in collaborazione con l’Università di Modena e Reggio Emilia che sostiene le imprese nella realizzazione di attività di ricerca, innovazione e altri servizi), ha esplicitato Massimiliano Morini, Presidente dell’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico.

Attraverso la Social Innovation Accademy è prevista quindi la creazione di una comunità di innovatori sociali impiegati nella cittadinanza attiva, nell'imprenditorialità sociale, nella tecnologia e creatività per l'innovazione sociale, nella ricerca e nel coinvolgimento degli skateholders, e nella misurazione e finanza di impatto[2].

L'idea, quindi, è quella di creare un network che sinergicamente e dal basso cooperi nei rispettivi territori di riferimento per apportare un margine socioeconomico di crescita.

Un'altra buona pratica di settore è rintracciabile nel Forum Terzo Settore Martesana che nell'autunno prossimo organizzerà un itinerario che toccherà i temi centrali caratterizzanti le riflessioni sull'innovazione sociale. Parliamo quindi di tappe itineranti atte a promuovere la cultura della co-responsabilità e l'assoluta pertinenza dei legami sociali a fondamento di un nuovo concetto di welfare, più funzionale, sostenibile e generativo. Lo scopo è il coinvolgimento delle istituzioni, del terzo settore e delle imprese, che si genererà mediante un percorso di progettazione partecipata in grado di coinvolgere più di quaranta attori pubblici e privati dell'area, e che sarà promosso attraverso le relazioni di più di cento speakers provenienti dalle amministrazioni pubbliche, dalla politica, dalle imprese, dal volontariato e dalla cooperazione sociale[3].

Così come un altro ottimo esempio di incentivo all'innovazione sociale ci è dato dalla Banca Etica, che assieme a Fondazione Bruno Kessler, Fondazione Giacomo Brodolini ed Entopan, con il coordinamento operativo di Oltre Open Innovation Hub. ha da poco lanciato una call per le imprese al fine di accompagnarle verso una piena realizzazione attraverso attività di consulenza di livello e finanziamenti che possono arrivare fino a 700mila euro per ciascuna iniziativa. Una guida per start-up innovative e spin-off universitari, piccole e medie imprese, cooperative e aziende sociali, associazioni, fondi e enti del terzo settore, Innovare in Rete si declina in un programma che coniuga finanziamenti, investimenti e servizi di consulenza e accompagnamento per le iniziative di innovazione tecnologica che abbiano un significativo impatto sociale e ambientale[4].

Sembra quindi che si stia creando quel substrato valoriale in grado di apportare una nuova linfa di innovazione alle imprese e, più in generale, a tutti gli attori che operando in un contesto territoriale di riferimento riescono con il loro lavoro a generare la soddisfazione di uno o più bisogni nel sociale. Ed è questo un passaggio fondamentale per permettere al mercato, alla rete di realtà al suo interno, e più in generale a tutto il Paese di uscire definitivamente dalla crisi appena passata e riportare l'Italia a svolgere il ruolo di guida che le compete all'interno del panorama internazionale.

Simona Grossi

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Thu, 27 Sep 2018 17:32:23 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/465/1/il-mercato-punta-sempre-piu-verso-processi-di-innovazione-sociale-alcune-buone-pratiche-di-riferimento simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’innovazione sociale come motore per le organizzazioni https://www.simonagrossi.net/post/464/1/l-innovazione-sociale-come-motore-per-le-organizzazioni

Nel nostro Paese sta prendendo fortunatamente sempre più piede l'idea di innovazione sociale come motore portante di imprese e organizzazioni.

Non mancano infatti in Italia i progetti per l’innovazione, così come l’interesse a realizzarli.

A poche settimane dal via della call Innovare in Rete, ad esempio, sono già pervenute 120 candidature, la maggior parte startup innovative e spin off universitari (praticamente il 50%), imprese (circa il 20%) e soggetti di terzo settore (il restante 30%). Questo bando prevede la selezione di progetti imprenditoriali innovativi di alto impatto sociale e ambientale, da supportare tramite finanziamenti e guidare durante le fasi di sviluppo.

Per quanto riguarda i temi dei progetti, il maggior numero di essi sono concentrati sulla qualità della vita (quasi il 16%), poi vengono quelli incentrati su creatività e cultura (circa il 12%), welfare e agrifood (entrambi intorno al 9%). Sono pervenute anche tante proposte nei settori ict, salute e smart energy.

La call per queste proposte di innovazione sociale è partita lo scorso 10 luglio da Banca Etica, Fondazione Bruno Kessler, Fondazione Giacomo Brodolini ed Entopan, con il coordinamento operativo di Oltre Open Innovation Hub, il tutto con il fine di individuare proposte competitive e mature, da accompagnare verso il loro compimento mediante attività ̀ di consulenza di altissimo livello e finanziamenti che raggiungono addirittura i 700mila euro per ciascuna iniziativa, per un monte budget complessivo di 10 milioni di euro[1].

Un altro esempio di buona pratica ce lo fornisce la Cooperativa sociale Eureka, con sede a Castelfranco Veneto, che con una percentuale del 37% di soci lavoratori con fragilità rappresenta un ottimo connubio imprenditoriale tra adempimento di interessi della comunità e sviluppo economico. Questa azienda che opera nel settore delle lavanderie industriali ha oggi un organico di 226 dipendenti (rispetto ai 149 del 2014), 84 dei quali sono persone a grande rischio di esclusione sociale e lavorativa, a causa di disabilità, disagio psichiatrico o di problemi di dipendenza. Questa impresa è stata in grado di assicurare una crescita produttiva e occupazionale costante, essendo stata in grado di innovare i processi gestionali e qualificarsi come azienda di eccellenza nel proprio settore, organizzando la produzione attraverso la filosofia della lean production e investendo ogni anno in innovazioni tecnologiche d’avanguardia.

Questa linea guida ha rappresentato una scelta che ha consentito a Eureka di essere costantemente competitiva sul mercato, nonché di ampliare le opportunità di lavoro per chi nel territorio di Castellana era privo di occupazione.

Fedele alla sua mission, non genera soltanto posti di lavoro, ma si fa soprattutto carico della persona in situazione di svantaggio, offrendo lei un'occupazione adeguata e in grado di premiare le sue competenze e specificità. E' stata questa la mossa vincente che ha permesso alla Cooperativa di raggiungere gli obiettivi, sopravvivere e poi confermarsi sempre più come leader di settore in Veneto.

Tra le persone svantaggiate molte provengono dalla cooperativa sociale L’Incontro che da 25 anni si occupa di riabilitazione psichiatrica. Nell'arco del tempo, tra le due cooperative e le altre del Consorzio In Concerto, del quale fanno parte, si è creata una vera e propria filiera sociale, che parte dalla riabilitazione de L'Incontro e arriva fino all'assunzione in Eureka.

Dopo un iniziale periodo di stage, quindi, i dipendenti vengono inquadrati con un contratto a tempo indeterminato fino a diventare soci della cooperativa a tutti gli effetti. Le occupazioni che si trovano a svolgere all'interno del futuristico sito castellano possono essere differenti, da operatori al mangano (la macchina che asciuga e stira la biancheria piana), a quelli al guardaroba aereo, fino a diventare operatori alla cernita.

Le disuguaglianze sociali in questo momento storico sono tali da rendere necessario un nuovo orientamento nel fare impresa. È fondamentale creare lavoro e nuova economia per i nostri territori, sia per una motivazione valoriale ma anche economica: una persona che non lavora è un costo per tutta la comunità. Le soddisfazioni di questo lavoro sono tante: la prima e la più importante nasce dalla consapevolezza di dare una possibilità di vita a persone che altrimenti sarebbero destinate all’isolamento. La seconda è essere riusciti, finora, a competere anche con aziende profit, nonostante il 37% di soci svantaggiati al nostro interno. E questo è stato fattibile grazie agli investimenti tecnologici, senz’altro, ma soprattutto grazie all’impegno e alla determinazione di tutte le persone che lavorano in Eureka, dal primo all’ultimo” ha infatti spiegato in una recente intervista Enrico Pozzobon, presidente della Cooperativa in questione[2].

Questi rappresentano due splendidi casi in cui i territori, con i loro progetti o con le loro imprese, rispondono al fabbisogno locale di sostenibilità, sia essa sociale, lavorativa o ambientale, attraverso questa nuova spinta di innovazione sociale. In un contesto in cui per le aziende è necessario rialzare la testa dopo l'ultima terribile crisi questo nuovo motore aziendale si propone come il giusto mezzo per operare mediante l'inclusione sociale e lo sguardo verso un futuro ecosostenibile.

Simona Grossi

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Fri, 21 Sep 2018 17:21:11 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/464/1/l-innovazione-sociale-come-motore-per-le-organizzazioni simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Il gender gap è ancora troppo alto, l’Italia ci perde in diritti e in fatturato https://www.simonagrossi.net/post/463/1/il-gender-gap-e-ancora-troppo-alto-l-italia-ci-perde-in-diritti-e-in-fatturato

In Italia il mondo imprenditoriale è ancora purtroppo permeato di un gender gap che, nonostante le trasformazioni sociali e del mercato del lavoro stesso, nel 2018 rimane ancora a livelli tristemente alti.

Secondo i dati Istat 2017 in seguito al conseguimento di un titolo di laurea, infatti, solo il 59,2% delle donne neolaureate lavora contro il 64,8% per gli uomini, mentre se andiamo a guardare il percorso accademico è piuttosto emblematico verificare come la percentuale di 30-34enni con un titolo di studio terziario è del 32,5% per le donne rispetto al 19,9% per gli uomini.

Inoltre le carriere femminili risultano in media qualitativamente peggiori, a parità di posizione, infatti, percepiscono uno stipendio inferiore rispetto ai colleghi uomini. Con lo stesso curriculum, poi, si registra un più lento e difficile avanzamento di carriera in base al genere, e le donne risultano ancora tristemente sottorappresentate nelle posizioni dirigenziali e apicali. In Italia le donne manager nel privato rappresentano il solo 22%, a fronte di una media europea del 29%, guadagnando addirittura il 3% in meno[1].

Quest'aspetto fortemente discriminatorio è però un boomerang per il mondo delle imprese, soprattutto in determinati settori, dove è appurato che il contributo del genere femminile nell'aspetto manageriale apporterebbe una notevole crescita sociale ed economica. Un recente report di McKinsey, ad esempio, ha evidenziato come la diversificazione di genere in posizioni manageriali sia spesso abbinata a miglioramenti performativi delle aziende stesse.

Fortunatamente è lo stesso mercato del lavoro che si sta riformulando, adattandosi a standard più fluidi e di movimento, e quindi la trasformazione digitale nelle imprese può spingere verso una diffusione di pratiche lavorative flessibili, in orari e impegno, in modo da consentire una redistribuzione del tempo all’interno delle coppie e per le donne una migliore conciliazione che vada oltre la semplice dicotomia lavoro e famiglia, in grado di considerare cioè anche l'aspetto della carriera troppo spesso bypassato.

A oggi In Italia questo tipo di lavori sono cresciuti del 14% tra 2016 e 2017, e i grandi business con progetti strutturati di smart working rappresentano circa il 36% del totale[2]. Questo a provare quanto detto prima, e cioè che stiamo vivendo un periodo di riassestamento da parte del mondo del lavoro, e in questo nuovo ordine spiccano quelle realtà in grado di abbracciare strutture e pratiche smart, partecipative, orizzontali, inclusive. Tutte caratteristiche tipiche, cioè, del management al femminile.

Non è un caso, quindi, che negli ultimi anni ha acquisito un riconoscimento maggiore il bisogno di conciliazione delle donne con il lavoro, e il welfare aziendale è venuto incontro alle politiche pubbliche in materia, attuando sempre più programmi di work life balance. Per quanto riguarda le misure pubbliche le principali si riscontrano nei voucher per le donne lavoratrici e il congedo parentale.

La legge 92/2012 ha introdotto i voucher per le lavoratrici che, da gennaio 2018, con l’abrogazione dei voucher, sono stati rinominati come “contributo per l’acquisto di servizi di baby-sitting” ed erogati secondo le modalità previste per il Libretto Famiglia. Il congedo parentale a ore, invece, è fruibile per un massimo di 10 mesi per entrambi i genitori, fino ai 12 anni del bambino[3].

Rappresentano questi decisamente dei passi in avanti da parte delle Istituzioni per l'abbattimento del gender gap, ma purtroppo ad oggi non possono e non devono bastare nei termini di una completa ed etica trasformazione dell'ambiente lavorativo, ancora troppo patriarcale e strutturalmente rigido su posizioni controproducenti.

E' quindi tempo che la società civile dia una spinta alle stesse istituzioni, rimescolando il mercato del lavoro per permettere alle aziende di fare quello scatto evolutivo che le renderebbe in grado di affrontare e superare la rivoluzione del lavoro in atto.

Simona Grossi

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Mon, 17 Sep 2018 17:10:03 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/463/1/il-gender-gap-e-ancora-troppo-alto-l-italia-ci-perde-in-diritti-e-in-fatturato simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La crescita delle realtà d’innovazione sociale: qualcosa si muove nel tessuto imprenditoriale italiano https://www.simonagrossi.net/post/462/1/la-crescita-delle-realta-d-innovazione-sociale-qualcosa-si-muove-nel-tessuto-imprenditoriale-italiano

C'è una realtà imprenditoriale che si sta muovendo, è in fermento, ed è in grado con la sua spinta propositiva di generare una ripartenza per le imprese che, uscite dall'ultima terribile crisi economica, non hanno riferimenti e sono costrette a reinventarsi per sopravvivere.

Sto parlando nello specifico dell'innovazione sociale, quel ventaglio di norme etiche, come le pratiche di commercio equo ed il rispetto per i diritti dei lavoratori, o a dei principi come la giustizia, la solidarietà e la cooperazione che si stanno piano piano affermando come valori portanti del tessuto imprenditoriale, in grado di generare un reale vantaggio competitivo ed economico e di attestarle come serie interlocutrici per le istituzioni e la popolazione[1].

La ricerca di una migliore soddisfazione come esigenza collettiva, il rimescolamento e la ricalibratura dei poteri tra i ruoli degli attori economici e quelli sociali, le loro relazioni, un miglior uso dei beni e delle risorse a disposizione attraverso un'implementazione della tecnologia a impatto 0, sono tutte variabili che caratterizzano questa nuova linfa gestionale che sta percorrendo le organizzazioni, ed è un trend che fortunatamente è sempre più ben visto e supportato da gli Enti e dalle altre realtà sociali.

Ce ne fornisce un esempio la Banca Etica, che con la sua call Innovare in Rete mette a disposizione 10 milioni di euro per la ricerca di progetti innovativi in grado di rispondere a concreti bisogni di innovazione sociale e ambientale e di empowerment delle comunità. I progetti più valorosi si trasformeranno in realtà grazie all’accompagnamento di consulenze tecniche specializzate e, soprattutto, a finanziamenti che possono arrivare al valore di 700.000 Euro[2].

Per rimanere nel settore, anche il Gruppo Intesa San Paolo, con la sua Fondazione del Terzo Settore della Banca Prossima ha presentato lo scorso 4 luglio presso Base Milano la prima edizione di The Impact Night, un evento per mostrare lo stato dell'innovazione sociale nel nostro Paese.

Start up, social innovation, infrastrutture generative e networks d'imprese hanno rappresentato i contenuti in cui si è delineato l’evento, con la presentazione di più di venti casi di economia d’impatto in grado di fornire un esempio concreto di realtà di successo. "La tessitura di reti tra soggetti dell’economia sociale, ma aperte anche alle for profit più attente alla dimensione impact, dimostra che il non profit italiano può crescere attraverso l’aggregazione e il confronto per diventare un pilastro di welfare e di occupazione per il Paese" ha dichiarato nell'occasione l'ad di Banca Prossima Marco Morganti[3].

D'altronde anche in occasione del cambio di vertice dell'Associazione ItaliaCamp, socia di maggioranza di ItaliaCamp srl che ha tra i suoi azionisti, tra gli altri, Ferrovie dello Stato, Invitalia, Poste Italiane, RCS MediaGroup e Unipol Gruppo, il neo-eletto presidente Leo Cisotta ha precisato come l'associazione "svilupperà [...] servizi di Impact Finance, permettendo così a imprese e soggetti pubblici di valutare, misurare e orientare investimenti e attività in base alla capacità di produrre impatti positivi nei differenti contesti socio-economici, e proseguirà il percorso intrapreso a livello accademico, confermando anche per l’anno accademico 2018/2019 la Cattedra di Impact e Integrated Report e il laboratorio Investing for Godd Lab presso il Dipartimento di Impresa e Management dell'Università LUISS Guido Carli"[4].

Tutto sembra quindi muoversi nella giusta direzione, con la speranza che non sia già troppo tardi per poter imprimere al nostro tessuto imprenditoriale un cambio di rotta in grado di guidarlo verso una definitiva ricrescita che comporterebbe non solo un aumento occupazionale e quindi un relativo incremento di welfare, ma soprattutto una definitiva adozione di una gestione virtuosa e lungimirante delle nostre risorse, ambientali e umane, in grado finalmente di guardare al futuro con coscienza e ottimismo.

Simona Grossi

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Wed, 5 Sep 2018 18:09:08 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/462/1/la-crescita-delle-realta-d-innovazione-sociale-qualcosa-si-muove-nel-tessuto-imprenditoriale-italiano simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Le donne e le imprese, un trend fortunatamente in aumento https://www.simonagrossi.net/post/461/1/le-donne-e-le-imprese-un-trend-fortunatamente-in-aumento

Alcune caratteristiche tipiche delle donne assumono una centralità imprenditoriale tale da renderle perfette per questo nuovo modello di impresa e, più in generale, di mercato del lavoro, che si sta sviluppando nella contemporaneità. Se le loro soft skills le rendono capaci di arginare e controllare la modernità, infatti, questo è dovuto ad alcune caratteristiche come l'organizzazione, la pianificazione, l'approccio orizzontale e la dote dell'ascolto. Non è un caso che è questo un periodo di fervente rinascita dell'imprenditoria al femminile, com’è dimostrato tra l'altro dalla sottoscrizione il 4 giugno scorso del Protocollo d'Intesa per lo sviluppo e la crescita delle imprese femminili da parte del Ministero per lo Sviluppo Economico e il Dipartimento delle Pari Opportunità.

"Si è concluso l’iter per la firma digitale dell’ulteriore Atto di proroga del Protocollo d’intesa per lo sviluppo e la crescita delle imprese femminili sottoscritto il 4 giugno 2014, già a suo tempo prorogato fino al 31 dicembre 2017, tra Dipartimento per le pari opportunità, Ministero dello sviluppo economico, Associazione bancaria italiana (ABI) e le associazioni rappresentative. L’Atto di proroga estende per ulteriori due anni, ossia fino al 31 dicembre 2019, la validità del Protocollo in questione con il quale è stato avviato un rapporto di collaborazione tra le Parti firmatarie per favorire la possibilità di accesso al credito da parte delle imprese a prevalente partecipazione femminile e delle lavoratrici autonome" recita lo stesso sito istituzionale[1].

E' una crescita lenta ma costante quella delle aziende guidate da donne, che ha parallelamente segnato una graduale ripresa economica di tutto il mondo imprenditoriale grazie ad un modello più consono al contesto di crisi dal quale usciamo.

Per citare un esempio, in Alto Adige le imprese femminili sono aumentate dello 0,4 % nei confronti del primo trimestre del 2017. In particolare, hanno registrato un aumento dello 0,9% il settore alberghiero e della ristorazione, per arrivare addirittura ad una crescita del 2,8% nei servizi privati[2].

Così come a Cosenza, dove con il Rapporto sullo stato dell’economia femminile elaborato dalla Camera di Commercio si registra un numero di aziende amministrate dalle donne che raggiunge la quota di 15.882 unità, pari al 23,39% del totale. "La provincia di Cosenza mostra una vocazione all’imprenditoria femminile più alta rispetto alla media nazionale. Un dato che restituisce il valore e la capacità delle nostre imprenditrici di conquistare spazio e mercato" ha quindi affermato Klaus Algieri, presidente della Camera di Commercio di Cosenza[3].

In Italia, allargando la lente, le aziende guidate dalle donne sono poco più di 1,3 milioni, attestando un aumento dello 0,8% nell'arco degli ultimi dodici mesi. A livello nazionale rappresentano quindi il 22% delle imprese totali, con una percentuale più alta nei settori del commercio (27,2%) e dei servizi privati (21,7%)[4].

E' quindi lento ma continuo l'incremento dell'imprenditoria femminile, ed è un dato di cui non posso che essere felice, con la ferma consapevolezza di quanto finora l'Italia abbia sprecato le immense risorse manageriali delle donne, arroccandosi su modelli di sviluppo patriarcali ed obsoleti divenuti ormai, finalmente, controproducenti oltre che eticamente

Simona Grossi

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Thu, 30 Aug 2018 10:37:26 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/461/1/le-donne-e-le-imprese-un-trend-fortunatamente-in-aumento simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La conciliazione tra famiglia e lavoro: un punto sulla situazione attuale https://www.simonagrossi.net/post/460/1/la-conciliazione-tra-famiglia-e-lavoro-un-punto-sulla-situazione-attuale

Tutto quanto, anche il mondo del lavoro, è diventato molto più fluido, mobile, liquido per usare un termine del sociologo Bauman. E' per questo che si rendono necessarie delle misure di intervento in grado di favore la coesistenza delle persone all'interno di questa liquidità, in particolare nel riguardo della conciliazione tra la vita privata e il lavoro, non essendo più questo binomio scandito da una struttura rigida e stabile.

D'altronde con questo stravolgimento del mercato del lavoro è sempre più un dato accreditato quello che indica la via al management aziendale attraverso l'adozione delle soft skills, gli attributi dei lavoratori e delle lavoratrici che prima erano considerati marginali, se non addirittura dannosi.

Avere in azienda individui in grado di gestire figli e lavoro è di fatto un vantaggio competitivo, a giudicare dalle competenze che si sviluppano quando si diventa genitori. Molte di queste soft skills sono infatti generate proprio dalla genitorialità.

La capacità di delegare, ad esempio, permette di riporre fiducia in chi può esserci di sostegno e di lavorare meglio in squadra. Allo stesso modo avendo a che fare con un bambino piccolo s’impara a gestire l’ansia e la paura, una capacità utile nell'amministrazione degli imprevisti. Una terza caratteristica è quella dell'ascolto, che dal bambino può essere traslata ai colleghi e ai dipendenti.

Altro importante sviluppo risiede nella capacità di creare networks: la voglia di condivisione, con spazi pensati per confrontarsi e darsi reciproco appoggio, può diventare facilmente un grimaldello in grado di scardinare i pregiudizi all'interno dei team. Viene inoltre incrementata la capacità di pianificazione, la gestione del tempo, l’ottimizzazione secondo obiettivi, tutte skills indispensabili nella frenesia del lavoro moderno[1].

E' per questo che, fortunatamente, sono sempre di più le realtà che puntano su questa conciliazione, intravedendo in essa i benefici che potrebbero apportare al business imprenditoriale.

Un buon esempio lo fornisce il progetto Conciliando promosso da Confprofessioni Sardegna a favore delle libere professioniste, che consiste in voucher per la conciliazione dei tempi e il miglioramento delle condizioni di lavoro, buoni fino a duemila euro da impiegare per l’acquisto di servizi di cura, educativi e di accompagnamento per figli fino a quindici anni, per l’acquisto di servizi di assistenza per anziani o disabili, oltre che destinabili all’accesso a spazi di coworking per esercitare la propria professione[2].

La normativa di riferimento in materia di tutela della maternità e paternità e di conciliazione tra i tempi di vita e di lavoro è rappresentata dal Testo Unico sui congedi parentali (D. Lgs. 151/2001), costantemente in aggiornamento, che con il passare del tempo ha ampliato sempre di più le tutele per i genitori così da permettere a tutti di entrare o rimanere nel mondo del lavoro[3].

Come recita il sito del Dipartimento per le politiche della famiglia, infatti, "le politiche per la conciliazione rappresentano un importante fattore d’innovazione dei modelli sociali, economici e culturali e si propongono di fornire strumenti che, rendendo compatibili sfera lavorativa e sfera familiare, consentano a ciascun individuo di vivere al meglio i molteplici ruoli che gioca all'interno di società complesse"[4].

Lo scorso anno, ad esempio, è stato sottoscritto un decreto Lavoro-Mef che attua la misura sperimentale prevista dal decreto legislativo 80/2015, concedendo sgravi contributivi ai datori di lavoro in grado di prevedere, nei contratti collettivi aziendali, istituti di conciliazione tra la vita professionale e privata dei lavoratori[5].

Questo punto, quindi, rappresenta un tassello fondamentale sul quale si gioca la salvaguardia del welfare di tutte quelle famiglie prima costrette ad interrompere i rapporti di lavoro al subentro della genitorialità, e soprattutto un'enorme opportunità di crescita per tutte quelle organizzazioni, aziendali e non, che potranno contare sul contributo di un personale altamente formato in merito alle indispensabili soft skills aziendali.

Simona Grossi

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Tue, 28 Aug 2018 10:56:17 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/460/1/la-conciliazione-tra-famiglia-e-lavoro-un-punto-sulla-situazione-attuale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Diminuire il gender gap nei confronti delle imprese ad alta innovazione sociale https://www.simonagrossi.net/post/459/1/diminuire-il-gender-gap-nei-confronti-delle-imprese-ad-alta-innovazione-sociale

Com’è ormai appurato da ogni studio di settore, la rinascita economica creata dalla rete imprenditoriale del nostro Paese deve necessariamente passare attraverso un'implementazione interna alle organizzazioni dell'innovazione sociale e dei suoi meccanismi gestionali. Mediante l'adozione di politiche pubbliche cosiddette mission-oriented innovation, gli attori istituzionali sono in grado di racchiudere le capacità più innovative del sistema economico per risolvere rilevanti problemi sociali e, allo stesso tempo, riavviare la crescita.

Purtroppo resta ancora troppo alto il divario di genere nei confronti dell'apporto innovativo nel mondo imprenditoriale, e questo rende la ricrescita economica ancora troppo claudicante per apportare un reale cambio di passo.

Secondo la World Intellectual Property Organization, infatti, la quota di domande di brevetto di innovazione con almeno una donna tra gli inventori è aumentata dal 21 al 30 % tra il 2002 e il 2016. Si prevede, quindi, che l'annullamento del gender gap si avrà attorno al 2080[1], un lasso di tempo a mio parere troppo lungo.

Il fatto che l'Italia abbia una così bassa percentuale d’imprese al femminile che contribuiscono all'innovazione oltre a rappresentare una grave ingiustizia sociale rappresenta anche un enorme spreco di capitale creativo, e l'abbattimento di questo gap dovrebbe rappresentare quindi una priorità all'interno dell'agenda politica.

Si rende necessario annullare il pregiudizio occupazionale che fa si che alcuni settori (non a caso i più sviluppati sul territorio nazionale) siano prerogativa prettamente maschile mentre altri, che invece vedono una maggiore partecipazione femminile, non siano abbastanza valorizzati e continuino ad essere considerati secondari in ottica di valorizzazione del capitale.

Sarebbe inoltre estremamente utile prediligere strutture collaborative meno gerarchiche e più orizzontali, a partire dalle scuole e dai laboratori delle università, al fine di rivoluzionare gli ormai logori processi gestionali che poi, proiettati sul campo imprenditoriale, portano spesso ad una visione d'azienda ormai decontestualizzata e non più performativa.

"Le donne, a prescindere dal tipo di lavoro che svolgono, dipendente o autonomo, devono poter contare sugli stessi diritti e tutele in caso di maternità o di malattia. Permangono purtroppo sacche di pregiudizio verso il lavoro delle donne" ha dichiarato Gisella Ferri, presidente del Comitato provinciale per l’Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio, per poi aggiungere che "occorre fare la differenza creando una prospettiva economica e sociale che è base per il futuro delle prossime leve imprenditoriali. Costa fatica e sacrifici ma non è impossibile portare avanti il proprio progetto professionale e conciliare tempi di vita e di lavoro. Alle aspiranti imprenditrici dico di guardare sempre avanti"[2].

Simona Grossi

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Wed, 22 Aug 2018 21:55:01 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/459/1/diminuire-il-gender-gap-nei-confronti-delle-imprese-ad-alta-innovazione-sociale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La donna al centro del nuovo modello di business: alcune considerazioni a favore di una rinascita socioeconomica https://www.simonagrossi.net/post/458/1/la-donna-al-centro-del-nuovo-modello-di-business-alcune-considerazioni-a-favore-di-una-rinascita-socioeconomica

Stiamo assistendo a una graduale affermazione di un modello di business sempre più incentrato sulle soft skills, su quelle caratteristiche, cioè, tipiche femminili che presuppongono una maggiore flessibilità, adattabilità, attenzione alla comunicazione, attitudine alla gestione delle relazioni interpersonali, una più ricercata cura delle RU, così come la sensibilità per la soddisfazione del cliente.

Già nel 2002 una ricerca portata avanti da Songini e Dobini mostrava come nelle imprese amministrate da donne la successione è più pianificata, ci sono meno conflitti e si registra una gestione con processi decisionali di tipo collegiali e partecipativi[1].

E ne sto facendo un discorso economico e di produttività prima ancora di essere una questione politica di parità di diritti. E' infatti dimostrato dai dati che laddove vi sono donne ai vertici imprenditoriali si registra in media circa il 3-3,5% in più di fatturato rispetto alla guida maschile.

Un dato che fa riflettere e che mette in evidenza la capacità di relazione delle donne, la capacità di gestire il personale e di guidare un’azienda come una famiglia, così come la propensione all'orizzontalità, alla co-creazione di competenze e successi, in linea con una più spiccata inclinazione all'ascolto e alla collaborazione.

Un esempio può essere fornito dal quadro parlamentare tedesco, dove un’azione sinergica tra i partiti, inaugurata nel 1986 dai Verdi e seguita dalla Spd prima, dalla Cdu e dalla Fdp poi, ha portato a forme di autoregolamentazione organizzativa e sociale[2]. Si sono gettate le basi per la parità di genere all'interno degli organismi direttivi e quindi nelle successive candidature, producendo nel Paese l’effetto di rendere del tutto naturali le leadership femminili. Tutte le potenzialità femminili sono così venute fuori, aiutate anche dai provvedimenti di carattere sociale, dal sostegno alla famiglia al lavoro, portando il Paese a risultati inaspettati in termini di crescita socioeconomica.

Un modello possibile, quindi, in grado di generare una serie di risvolti positivi che guiderebbero tutti ad un miglioramento dello stile e della qualità della vita.

"Le donne stanno smettendo di riconoscersi in un modello di carriera totalizzante, sclerotizzata sul lavoro. E stanno elaborando una nuova idea del successo e della leadership che scavalca la semplice espressione gerarchica: essere leader diventa così un disegno di vita più ampio, che ne allarga gli obiettivi, includendo fortemente la dimensione umana e valoriale. È un rivoluzionario cambio di passo che nasce dalle donne e che da loro si sta allargando alla società tutta, ispirando le imprese e i mercati, di cui sta modificando i vecchi paradigmi" ha affermato recentemente Simona Cuomo, Associate Professor of Practice di Leadership, Organization and Human Resources presso SDA Bocconi School of Management riprendendo il suo ultimo saggio Essere leader al femminile[3].

Non posso che convenire con lei, quindi, e ritenermi ottimista sul futuro della nostra rete di aziende che oggi più che mai comincia a vedere in questo nuovo modello di fare impresa a trazione femminile una via alla ripartenza economica e sociale.

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Fri, 17 Aug 2018 13:21:43 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/458/1/la-donna-al-centro-del-nuovo-modello-di-business-alcune-considerazioni-a-favore-di-una-rinascita-socioeconomica simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Le donne e le imprese: un binomio che deve riacquisire centralità https://www.simonagrossi.net/post/457/1/le-donne-e-le-imprese-un-binomio-che-deve-riacquisire-centralita

Un dato che deve farci riflettere è quello del report di Unioncamere che vede attualmente le donne guidare appena il 22% delle piccole e medie imprese[1]."In questo momento le donne si concentrano nei settori del commercio, del turismo, dell’agricoltura, dei servizi alla persona. Sono ancora poche ma tendono a crescere, soprattutto per merito delle imprese guidate da giovani donne che investono soprattutto in settori innovativi e quelli del digitale" ha affermato il vicesegretario nazionale Tiziana Pompei, a testimonianza di come trasversalmente alla scelta del settore i risultati imprenditoriali non subiscono variazioni.

Eppure ormai sono sempre di più gli studi di settore che prevedono una nuova centralità femminile all'interno dei processi decisionali delle aziende, grazie alla ritrovata importanza delle soft skills nel management.

E' una storia antichissima quella della centralità della donna, per troppo tempo però oscurata da una visione socioeconomica che l'ha relegata a ruolo marginale, in favore di una concezione più prettamente maschile della gestione degli affari.

E' infatti recente la scoperta a Pompei di una statua nel Foro in onore di Eumachia, che potrebbe invece essere definita la prima vera donna imprenditrice della storia. Anche se della sua biografia conosciamo ben poco, il ritrovamento e l’importanza che aveva nell'imponente tessuto commerciale della città, oltre che naturalmente l’edificio a lei intitolato, lasciano credere che questa figura, sacerdotessa di Venere e patrona dei lavandai, dovesse essere un personaggio importantissimo nella società pompeiana di epoca augustea. Fu lei, infatti, a desiderare fortemente e a realizzare la costruzione dell’imponente edificio che doveva ospitare il mercato della lana, e si ritrova a fornire ai posteri un esempio e un modello di abilità commerciali senza eguali[2].

Tornando ai giorni nostri, le peculiari capacità delle donne hanno permesso loro di coniugare al meglio lo spirito imprenditoriale con il cosiddetto smart business, puntando su progetti ad alta innovazione tecnologica e gestionale. Spesso realtà orizzontali, dove il dialogo e la co-operazione delle parti permettono all'azienda nel complesso un salto di qualità nettamente superiore rispetto alle imprese basate invece su una struttura piramidale classica.

Ne è un esempio la città di New York, che detiene il primato di città con la maggior densità di startup fondate da donne in tutti gli Stati Uniti. Qui realtà come Kiva, una piattaforma di micro-credito no-profit fondata da Jessica Jackley, imprenditrice e investor impegnata nella financial inclusion, come Cnote, un sistema di risparmio fondato da due startupper donne che consente di guadagnare il 2.5% sui soldi investiti in progetti locali guidati da donne e minoranze, o come SheEo, uno strumento creato da Vicki Saunders (e già replicato in 150 Paesi) per finanziare l’innovazione e l’imprenditorialità femminile attraverso prestiti a bassissimo interesse, possono trovare terreno fertile e una cultura aziendale profittevole[3].

Il mio augurio è che anche nel nostro Paese possa rapidamente prendere piede questo tipo di cultura, che permetterebbe a molte aziende di riprendersi e di operare con successo e al passo con i tempi.

Simona Grossi

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Tue, 7 Aug 2018 18:26:35 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/457/1/le-donne-e-le-imprese-un-binomio-che-deve-riacquisire-centralita simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’aumento delle donne manager, una tendenza più che positiva https://www.simonagrossi.net/post/456/1/l-aumento-delle-donne-manager-una-tendenza-piu-che-positiva

Tra le novità positive che ultimamente si registrano a livello di management aziendale quella riguardante l'aumento delle donne nel ruolo di manager è sicuramente la notizia che più mi inorgoglisce.

Le aziende e il lavoro sono decisamente mutati nel tempo, e si è reso per questo necessario prevedere un altro management. Con la necessità di condividere un nuovo concetto d’impresa, un'idea del potere come potenzialità, del management come responsabilità nei confronti dell'organizzazione e di tutte le persone che ne fanno parte, direttamente e non.

Diventano infatti sempre più numerosi gli studi a vantaggio di un management al femminile, come dimostra anche il rapporto del 2016 Unlocking female employment potential in Europe portato avanti addirittura da Christine Lagarde, dirigente del Fondo Monetario Internazionale. Da questo si evince addirittura che se la percentuale delle donne disoccupate trovasse un'occupazione, non solo la forza lavoro aumenterebbe del 6%, ma sarebbe il Pil a ricavarne un aumento del 12% in quindici anni[1].

Lo stesso lavoro ci dice poi che le aziende con una presenza più numerosa di donne nel management hanno una redditività più alta. Per ogni donna che sale ai livelli superiori del management o che entra nel board, cioè nel consiglio d'amministrazione, il profitto della società cresce dello 0,08/0,13%.

"Il nostro studio mostra come le donne siano in grado di riconoscere interamente il proprio potenziale, raggiungere i loro obiettivi e, infine, accelerare l’inclusione. Abbiamo la possibilità di affrontare le problematiche culturali ed organizzative e di dare ancora più potere alle donne che ricoprono ruoli di leadership" ha affermato Ann Cairns, presidente dell'International Markets di Mastercard che ha condotto lo studio Mastercard Index of Women Entrepreneurs lo scorso anno[2].

Una nuova prospettiva, quindi, che però a livello nazionale non è ancora stata assimilata. A oggi in Italia le donne dirigenti sono arrivate a ricoprire il 16,6% del totale nazionale e sono cresciute del 29,4% dal 2008, con gli uomini che nel frattempo registrano un calo del 9,7%. Una delle variabili più significative di questa rinascita è quella che vede il dato arrivare al 30,8% se andiamo a considerare la fascia d’età sotto i 35 anni, per arrivare al 28,2% con la soglia dei 40 anni[3].

Purtroppo siamo ancora decisamente lontani dagli standard accettabili, come ha sentenziato lo scorso anno Eurostat titolando In Europa, solo un manager su tre è donna il suo report all’International Women’s Day. Persiste, tra gli altri, ancora il problema del pay gap, che vede le donne con ruoli manageriali in Europa guadagnare addirittura 77 centesimi ogni euro in busta paga di un collega uomo[4].

Ma non è l'unico ostacolo di genere, la lista è lunga e comprende ancora uno stile di comunicazione maschile dominante, contesti troppo legati al presenzialismo, un difficile accesso a network informali, mentor e sponsor, così come un minore accesso a responsabilità e incarichi che permettano di sviluppare e dimostrare il potenziale al pari di standard più alti e compiti più rischiosi[5].

Cosa aggiungere, quindi? Spero che anche l'Italia possa a breve seguire l'esempio di Paesi più virtuosi e lungimiranti che hanno ormai assimilato la consapevolezza di quanti benefici apporterebbe un abbattimento di questi gap e una rinascita economica guidata dalle donne, perché si tratterebbe di una politica profittevole ma soprattutto doverosamente etica.

Simona Grossi

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Thu, 2 Aug 2018 17:55:10 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/456/1/l-aumento-delle-donne-manager-una-tendenza-piu-che-positiva simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Un surplus valoriale per le aziende può essere generato dall’innovazione sociale https://www.simonagrossi.net/post/455/1/un-surplus-valoriale-per-le-aziende-puo-essere-generato-dall-innovazione-sociale

Sono sempre più numerosi i casi in cui vengono premiate realtà di innovazione sociale in grado di generare un plus valoriale che comprende istituzioni, imprese e persone di un determinato territorio.

Questo a dimostrazione del fatto che su questo tema il futuro imprenditoriale si gioca molto, intendendo con tale definizione un cambiamento operativo, un elemento innovativo nel contesto della collettività. Un'inversione di tendenza rispetto alle soluzioni generalmente utilizzate che avanza una risposta costruttiva a problemi di ordine socioeconomico, composta d’idee, creatività, metodologie innovative per convertire principi teorici e ricerca nella prosperità della comunità sempre più attenta alla sostenibilità e sviluppo di aree smart. Insomma, una tipologia di crescita in grado di generare rinnovati know-how, tecnologie, strumenti e forme organizzative con finalità di natura etica e imprenditoriale.

Un caso pratico può essere quello dell'Associazione SIT (Social Innovation Teams) che in una delle aule storiche dell'Università di Pavia si è confrontata con studenti e pubblico, oltre che naturalmente ha ottenuto un dialogo con importanti membri di organizzazioni come Banca Etica, Associazione CAFE, socia Altromercato, e Italia Startup[1].

Il Social Innovation Team è una rete d’innovatori ed imprenditori sociali, che, nata  subito con uno sguardo ed un pensiero internazionale attraverso le collaborazioni con altre realtà e il sostegno ai progetti intercontinentali, ha avuto l'idea è di realizzare strutture rinnovate di partecipazione attiva allestendo gruppi di lavoro interdisciplinari in grado di valorizzare le competenze specifiche dei suoi componenti.

Il dato è evidente: in Italia, dove si fatica a mantenere un trend d’investimenti in startup innovative oltre i cento milioni di Euro annui, già prosperano invece asset under management, cioè capitali già investiti, in imprese almeno parzialmente ad impatto sociale per un totale complessivo di otto miliardi di Euro. E' un chiaro indicatore di come una possibile ricrescita economica ed imprenditoriale debba necessariamente passare per le realtà di innovazione sociale che abbiano un reale impatto sul contesto e sulla popolazione.

Un altro fulgido esempio ci è dato dalla spagnola Fundaciòn Mapfre, istituzione non-profit creata dalla compagnia di assicurazione MAPFRE che sceglierà, sulla base di 462 progetti originariamente presentati, i 27 di maggiore impatto innovativo e con la migliore incisività sociale in termini di salute, mobilità e sicurezza, per premiarli fino a 90.000€. Le candidature, provenienti da Italia, Austria, Brasile, Colombia, Cile, Ecuador, Messico, Perù, Regno Unito e Spagna, una volta qualificate e spartite nelle tre categorie sopracitate, competeranno per in tre semifinali che si terranno a Città del Messico e San Paolo a luglio, e a Madrid a settembre, fino alla finale che si disputerà il 17 ottobre sempre nella capitale spagnola[2].

Anche in questo caso il segnale è chiaro e conciso, e ci indica come ormai le imprese più performanti e più premiate sono quelle che si sviluppano orizzontalmente al loro interno e collaborativamente in maniera trasparente verso l'esterno. Per il raggiungimento di un equilibrio economico e sociale in grado di soddisfare tutti gli attori territoriali, sempre puntando al fine estremo di un innalzamento della qualità della vita nella tutela e nel rispetto del territorio.

Simona Grossi


[1] http://startupitalia.eu/92320-20180607-evento-social-innovation-teams-pavia

[2] https://www.lamiafinanza.it/it/sala-stampa/54637-verti-e-mapfre-a-sostegno-del-progetto-social-innovation-curato-da-fundacion-mapfre

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Mon, 30 Jul 2018 17:52:03 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/455/1/un-surplus-valoriale-per-le-aziende-puo-essere-generato-dall-innovazione-sociale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Le imprese di oggi passano per le soft skills: così le donne assumono una nuova centralità https://www.simonagrossi.net/post/454/1/le-imprese-di-oggi-passano-per-le-soft-skills-cosi-le-donne-assumono-una-nuova-centralita

Il mondo imprenditoriale è cambiato profondamente rispetto a pochi anni fa, e in questo nuovo contesto stanno emergendo sempre più aziende o modelli gestionali improntati sulla cooperazione, sulle pari opportunità e su una serie di attributi manageriali fino ad ora considerati marginali, le cosiddette soft skills.

Per queste s’intendono peculiari competenze attitudinali ed operative, come l'attitudine al lavoro di gruppo e alla gestire dello stress, il pensiero critico, il multitasking, l’empatia, l’intuizione, la ricerca di inclusione, la propensione alla flessibilità e l’intelligenza emotiva[1].

E' chiaro come un profilo manageriale in grado di gestire tutte queste caratteristiche possa molto probabilmente essere una figura femminile. A giudicare da un sondaggio svolto nel 2016 in novanta paesi dall’Hay Group dell’agenzia Korn Ferry, infatti, le donne si confermano superiori rispetto agli uomini in 11 delle 12 soft skills esaminate[2].

L'annuale report Diversity Matters di McKinsey su oltre 300 aziende nel mondo ci mostra che la relazione tra soft skills e l'aumento di profittabilità aziendale è certificata, poiché una buona rappresentanza femminile nel senior management incrementa la performance economica dal 20% al 40% dei parametri rilevanti.

Da non sottovalutare anche l'apporto etico, che anzi, secondo alcuni studi portati avanti dalla Banca Mondiale, si conferma anche nelle amministrazioni pubbliche, in cui una gestione femminile è in grado di diminuire la corruzione e aumentare il consenso popolare.

Le donne risultano infatti meno disponibili a fare compromessi su temi etici rispetto agli uomini, gestiscono meglio il tempo calibrando in questo modo ogni singola decisione e hanno una differente gestione dei rischi quando ricoprono il ruolo manageriale di un'azienda.

Secondo il 47imo rapporto del Censis, il saldo delle imprese femminili nell’ultimo anno è stato di cinquemila in più rispetto agli uomini, dovuti a una capacità di resistenza ma anche di innovazione, di adattamento difensivo e persino di rilancio e cambiamento[3]. Lo studio Censis-Confcooperative dal titolo Donne al lavoro, registra un aumento di 71.000 occupazioni tra le libere professioniste e le imprenditrici negli ultimi dieci anni. Si è assistito a un nuovo protagonismo femminile motivato da una spinta all'iniziativa personale e alla voglia di fare in proprio, con un marcata propensione all'innovazione[4].

Le donne, quindi, non solo hanno dimostrato una maggiore capacità di resistenza, ma sono anche riuscite ad inserirsi meglio in quei spiragli di innovazione e cambiamento che la crisi degli ultimi anni ha lasciato incustoditi.

Credo quindi che si dovrebbe ripartire da questa rinnovata spinta imprenditoriale basata sull'orizzontalità, sulla cooperazione e sulla centralità delle donne nei ruoli decisionali attraverso le proprie soft skills per ritornare a crescere come aziende e come territori, gettando le basi per una rinascita socio-economica finalmente ecosostenibile.

Simona Grossi


[1] L'incredibile paradosso - Michèle Favorite, 2016

[2] Hay Group, Korn Ferry, New research shows women are better at using soft skills crucial to effective leadership, 7 marzo 2016. www.kornferry.com.

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Mon, 23 Jul 2018 17:28:01 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/454/1/le-imprese-di-oggi-passano-per-le-soft-skills-cosi-le-donne-assumono-una-nuova-centralita simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)