simonagrossi.net Rss https://www.simonagrossi.net/ Simona Grossi - Membro del Consiglio di Amministrazione Rea Dalmine S.p.A. it-it Thu, 18 Apr 2019 17:16:26 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 simonagrossigh@gmail.com (Simona Grossi) simonagrossigh@gmail.com (Simona Grossi) Archivio https://www.simonagrossi.net/vida/foto/sfondo.jpg simonagrossi.net Rss https://www.simonagrossi.net/ La chiave per aprire definitivamente all’economia circolare è nel ruolo della produzione industriale che deve diventare ecosostenibile https://www.simonagrossi.net/post/485/1/la-chiave-per-aprire-definitivamente-all-economia-circolare-e-nel-ruolo-della-produzione-industriale-che-deve-diventare-ecosostenibile

E' ormai da diverso tempo che si parla di economia circolare, e di tecniche nazionali o sovranazionali volte a sostituire un produzione di scarti finora irresponsabile con una gestione più virtuosa e attenta alla salvaguardia dell'ambiente.

A fronte di una continua regolazione di quanto avviene a valle del processo di consumo è subentrata finalmente una presa di posizione imprenditoriale volta a responsabilizzare le stesse aziende in merito a quanto materiale, tra quello che producono, rappresenta in realtà un problema che si ripercuote nell'intero ciclo di vita del prodotto stesso.

Lo spunto viene da alcune foto diventate in poco tempo virali sul web (migliaia di condivisioni nell'arco di poche ore) che ritraevano un packaging innovativo prodotto da una catena di supermercati thailandese. La persona che ha scattato le foto di questo innovativo confezionamento in foglie di banano usate al posto della plastica, Simon dell'azienda Perfect Homes Chiang Mai, ha pubblicato il suo post affermando come quelle fossero delle semplici fotografie ottenute tramite smartphone che rappresentavano però una grande idea, manifestando poi una sincera euforia per il fatto che avessero raggiunto un tale livello di viralità[1].

Ma non è l'unico buon esempio: anche in Australia alcune realtà imprenditoriali si sono adoperate per utilizzare materiali rinnovabili a lungo termine per fornire alla produzione una valida alternativa sostenibile per imballare i prodotti.

E' la stessa azienda Biopak, operante nel settore del packaging, a scrivere nella sua mission come "i nostri prodotti provengono da fonti sostenibili provenienti da piantagioni pianificate, scegliendo materiali facilmente rinnovabili e biodegradabili, che producono oggetti riciclabili o compostabili riducendo, quindi, la quantità da destinare nelle discariche"[2].

Il fine è di sensibilizzare le persone circa l'impatto ambientale che generano tutti gli imballaggi usa e getta che siamo soliti utilizzare, e fornire quindi loro alternative sostenibili. Un'inversione di responsabilità, dunque, che vede le stesse imprese farsi carico del tema della circolarità e intervenire a monte della produzione con nuovi materiali e pratiche ecosostenibili.

Una volta la carta e la plastica convenzionali erano i materiali di riferimento per le forniture di imballaggi alimentari. Noi invece offriamo un'alternativa ecocompatibile per le aziende che vogliono preservare e proteggere l'ambiente per le generazioni attuali e future. Misuriamo, riduciamo dove possibile e quindi compensiamo le eventuali emissioni di gas serra residue associate ai nostri prodotti e operazioni. E dal 2010 sono state compensate circa 110 mila tonnellate di emissioni di CO2”, ci dicono i responsabili di Biopak.

Si tratta di prodotti dotati di una certificazione a zero emissioni, che non esauriscono il loro ciclo di consumo alla prima esperienza ma consentono un loro riciclo, una ri-commercializzazione o un compostaggio domestico.

I contenitori del caffè BioCup, per citare un esempio, possono finire insieme agli avanzi di cibo e quindi bypassare anche quel semplice, ma a volte decisivo, processo di separazione domestica dei rifiuti che spesso contribuisce a generare scarti indifferenziati. Tanto che, come assicurano dalla sede australiana, la sostenibilità aziendale è ben chiara in ogni certificazione oltre che nella mission, dove oltretutto assicura ai consumatori la restituzione del 7,5% dei profitti, dei quali l'1% viene destinato alla protezione delle foreste pluviali, il 2,5% ai progetti di energia rinnovabile e il restante 4% al cambiamento sociale.

Siamo stati la prima azienda di imballaggi a diventare carbon neutral in Australia e Nuova Zelanda nel 2010. E la compensazione delle inevitabili emissioni di gas serra create attraverso la produzione, il trasporto e lo smaltimento dei nostri prodotti ha finora permesso di risparmiare oltre 40 milioni di litri di carburante" è quanto comunicano mentre mettono in commercio tazze e ciotole sostenibili, posate e bags in bioplastica o plastica vegetale, compostabile in una struttura commerciale.

Fortunatamente sembra che i consumatori abbiano aumentato la loro consapevolezza nei confronti del problema e che, di conseguenza, il mercato cominci a premiare questo genere di realtà che hanno a cuore il tema e lo manifestano all'interno dei loro processi produttivi. La domanda d’imballaggi virtuosi è infatti in una crescita continua e si stima che raggiungerà un valore di mercato di circa 440,3 miliardi di dollari entro il 2025 crescendo annualmente di 7,7 punti percentuale[3].

Un altro esempio virtuoso lo fornisce la designer dell'Università Diego Portales Margarita Talep, che ha fondato l'azienda Desintegra.me, un progetto industriale volto a sostituire la plastica monouso con un innovativo materiale idrosolubile proveniente dalle alghe. Ideato per contenere prodotti alimentari secchi come la pasta o i biscotti, questo packaging arriva direttamente dall'agar-agar e si tratta di una particolare bio-plastica in grado di biodegradarsi autonomamente.

"La crescente produzione e l’uso eccessivo di materie plastiche", scrive la stessa Talep, "minacciano di contaminare ogni angolo del pianeta, specialmente gli oceani. Si stima che 8 milioni di tonnellate di plastica monouso entrino ogni anno negli oceani, dove danneggiano seriamente la salute degli ecosistemi acquatici e la sopravvivenza delle specie che li circondano". Ed è preoccupante costatare come "più del 40% della plastica [sia] di uso effimero, cioè viene usato una sola volta e poi gettato via: tra questi ci sono piatti, utensili, lampadine, borse, bicchieri, contenitori" aggiunge[4].

Il suo è un esempio che mi auguro venga ben presto seguito dal maggior numero di aziende, perché sta a loro la responsabilità di immettere nel ciclo di consumo delle persone dei prodotti che, in qualsiasi caso, non finiranno per aggiungersi alla già emergenziale mole di materiali che il nostro pianeta non è più in grado di sopportare.

Simona Grossi

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Thu, 18 Apr 2019 17:16:26 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/485/1/la-chiave-per-aprire-definitivamente-all-economia-circolare-e-nel-ruolo-della-produzione-industriale-che-deve-diventare-ecosostenibile simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Earth Hour: generazioni diverse a luci spente per salvare il nostro Pianeta https://www.simonagrossi.net/post/484/1/earth-hour-generazioni-diverse-a-luci-spente-per-salvare-il-nostro-pianeta

Il 30 marzo alle ore 20:30  in tutto il globo siamo stati invitati a spegnere le luci e gli altri oggetti elettronici per un’ora. Un gesto simbolico realizzato con lo scopo di far prendere coscienza a tutte le persone di problemi come il calo della biodiversità o il riscaldamento globale: è questo l’Earth Hour (o ora della terra). Arrivata alla sua dodicesima edizione questa mobilitazione, organizzata per la prima volta a Sidney nel 2007 dal WWF, ha saputo negli anni crescere di notorietà e di partecipazione coinvolgendo, praticamente in tutto il mondo, piccoli comuni e grandi città oltre che privati cittadini. L'Ora della Terra lo scorso anno ha coinvolto ad esempio 188 paesi, 18.000 monumenti storici o simboli spenti, oltre 3 miliardi di messaggi veicolati sui social, più di 250 Ambasciatori e influencer impegnati. Per l’evento anche questa volta si sono così spenti tra i tanti luoghi famosi: il Colosseo, Piazza Navona, il Cristo Redentore di Rio, la Torre Eiffel e il Ponte sul Bosforo. Allo stesso tempo si sono organizzati progetti, eventi e manifestazioni collegati all’importante tematica che è quella della salvaguardia del nostro Pianeta. In Italia sono stati quattrocento i Comuni che hanno aderito all’Ora della Terra 2019, con lo spegnimento di monumenti, palazzi o luoghi simbolo (come ad esempio tutte le luci esterne dei palazzi delle principali istituzioni nazionali). Quarantasette organizzazioni aggregate WWF e dieci Oasi hanno poi avuto in programma circa cento eventi e iniziative. Ma è stata la città di Matera, Capitale Europa della Cultura per il 2019, il centro di questa manifestazione nazionale con lo spegnimento dell’area di S.Pietro Caveoso e della Rupe dell'Idris, luoghi iconici della Città dei Sassi.

Anche se molto è stato fatto negli ultimi anni serve sempre di più una consapevolezza maggiore riguardo ai problemi legati al cambiamento climatico ed alla riduzione della biodiversità: credo fermamente, infatti, che se ogni persona al mondo cominciasse a fare qualche piccolo gesto per migliorare il nostro rapporto con l’ambiente, non solo nei sessanta minuti dedicati alla terra, avremmo il potere di cambiare il mondo che abitiamo. Anche nel nostro piccolo quotidiano possiamo, infatti, fare la differenza: magari prestando più attenzione all’acquisto di elettrodomestici a bassi consumi ed alto rendimento, riducendo lo spreco sia di energia elettrica sia di acqua nelle nostre abitudini, moderando il consumo di carne rossa e preferendo a tavola i prodotti di stagione, preferendo dove possibile bici o piedi all’uso di mezzi più inquinanti, ridurre il consumo di carta stampata e soprattutto riciclando il più possibile i rifiuti per evitare ulteriori sprechi inutili.

Lo slogan scelto per la più grande mobilitazione planetaria in tema di cambiamenti climatici quest’anno è stato “#Connect2Earth” a significare lo stretto legame tra uomo e natura, tra cambiamenti climatici e perdita di biodiversità, il capitale naturale sul quale poggia la nostra stessa vita e per il quale gli obiettivi concreti sono: fermare la perdita di biodiversità e dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 a livello globale. Questi ultimi cinque anni sono stati, ad esempio, i più caldi mai registrati da quando esistono delle registrazioni scientificamente attendibili (dal 1800 cioè da 219 anni). Ma se da una parte la situazione si aggrava, dall'altra nasce una speranza: quella delle tante persone in tutto il mondo che sempre più hanno preso a cuore la salvaguardia del Pianeta. Sono mobilitazioni simili a questa a far ben sperare nella nascita di una coscienza climatica nelle generazioni future, invece, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, le generazioni più responsabili non sono le nuove. Da una recente ricerca (sondaggio Omnibus in Europa commissionato da Friend of Glass.) gli anziani risultano più informati e più impegnati sul fronte del riciclo dei giovani. Generazione, quest’ultima, che risulta anche essere quella che maggiormente pesa su un modello di consumo anti ecologico (come ad esempio nel “fast fashion”). I nostri nonni, per possibilità ma anche necessità, tendevano a sfruttare oggetti e vestiti quasi fino alla fine del loro ciclo vitale. Non sicuramente per l’economia circolare come la interpretiamo oggi, ma semplicemente per non sprecare e valorizzare quel poco che si aveva. Oggi è tutto diverso e anche la maggior disponibilità di prodotti, di benessere economico e di velocità di acquisto portano inevitabilmente, soprattutto i giovani, ad acquistare con minore attenzione prodotti usa e getta. Necessaria sarà quindi una visione di co-responsabilità tra le parti e le generazioni, dal momento che, finché non cambieranno i gusti, sarà molto più complesso riuscire a modificare in maniera sostanziale anche i comportamenti.

Sull'onda delle iniziative degli studenti, impegnati negli scioperi per il clima, anche con l'Earth Hour si rafforzano il richiamo ad un’ unione, da parte di tutti i Paesi del mondo, nella lotta al cambiamento climatico. Senza un impegno globale e condiviso da parte di tutti i governi del mondo si rischia, infatti, un pericolosissimo ritorno al passato a causa della preoccupante situazione del riscaldamento globale, legata inoltre alla mancata reazione per decarbonizzare con urgenza le nostre economie. Negli ultimi dieci anni, vale la pena ricordarlo, l'Earth Hour ha ispirato milioni di persone a sostenere e partecipare a iniziative per la tutela dell'ambiente e del clima. Fra gli effetti più importanti, questa mobilitazione ha contribuito, ad esempio, a creare 3,5 milioni di ettari di aree marine protette in Argentina, 2.700 ettari di foresta in Uganda, vietato la plastica alle Galapagos, aiutato a  piantare 17 milioni di alberi in Kazakistan, ha permesso di  illuminare case con energia solare in India e nelle Filippine e di promuovere nuove leggi per la protezione dei mari e delle foreste in Russia. Ed importanti progetti futuri sono già stati messi in cantiere: l’Ecuador, ad esempio, sta spingendo per una legge che abolisca l’uso della plastica nella capitale Quito, mentre la Finlandia sfiderà oltre un quarto della popolazione del paese a seguire una dieta più equilibrata. Il Kenya pianterà un miliardo di alberi entro il 2030 per ripristinare la copertura forestale e l’Indonesia sta incoraggiando 5 milioni di giovani ad adottare uno stile di vita più green.

La nostra generazione è la prima, forse, ad avere un’idea più chiara del valore della natura e dell’enorme impatto che abbiamo provocato sul funzionamento degli ecosistemi e sulle singole specie. Nostro compito, per noi stessi e per le generazioni future, è proprio contribuire a costruire un futuro in cui l’umanità possa vivere in armonia con la natura ed il momento di agire per tutto questo è ora. Non possiamo più rimandare.

Simona Grossi

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Tue, 9 Apr 2019 17:59:57 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/484/1/earth-hour-generazioni-diverse-a-luci-spente-per-salvare-il-nostro-pianeta simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Nasce -Cuore InForma- quando l’impresa fa welfare territoriale https://www.simonagrossi.net/post/483/1/nasce-cuore-informa-quando-l-impresa-fa-welfare-territoriale

Lo scorso 26 marzo il Comune di Dalmine ha assistito alla presentazione del progetto Cuore InForma, un'iniziativa nata dalla collaborazione tra le istituzioni e le imprese del territorio, tra le quali non potevano mancare REA Dalmine e Gruppo Green Holding.

Il caso rappresenta un esempio perfetto di integrazione tra il network imprenditoriale e il territorio di appartenenza, con le amministrazioni che, impegnate a ricercare nuove risorse per far fronte alla gestione del welfare pubblico, hanno trovato nelle iniziative filantropiche di tali società un preziosissimo contributo socioeconomico.

Mentre le grandi aziende hanno già da tempo provveduto alla realizzazione di un vero e proprio welfare aziendale, infatti, da qualche anno si è visto il proliferare di partnership e collaborazioni tra le imprese di piccole-medie dimensioni, che per colmare il gap finanziario hanno man mano dato vita a reti strutturate in grado di agire virtuosamente sul territorio di competenza. L'aggregazione in rete ha infatti facilitato la proliferazione di politiche di welfare in grado, da una parte, di contribuire ad un innalzamento della qualità di vita della cittadinanza, e di rispondere al principio di responsabilità sociale di impresa descrive la relazione di responsabilità sociale, etica ed economica tra le imprese ed il territorio, dall'altra di generare un'incredibile attrazione per i rispettivi stakeholders, nonché una maggiore diffusione della cultura del territorio.

Si registra, infatti, un deciso aumento del numero di aziende che contribuiscono all'innalzamento della qualità di vita del proprio territorio e della rispettiva cittadinanza, un trend che rappresenta un vero e proprio impegno etico, elemento valoriale che entra direttamente nella "cosiddetta catena del valore prospettando così l'utilizzo di nuovi percorsi e leve competitive coerenti con uno sviluppo sostenibile per la collettività"[1].

Il salto di qualità è rappresentato dal sempre più frequente "sconfinamento" delle aziende verso una presa in carico della cosa pubblica, con un lavoro sinergico e strategico di collaborazione con le istituzioni locali. Gli interessati, quindi, non sono più soltanto i dipendenti che ricevono i loro benefit, ma un numero sempre più ampio di cittadini che trovano in queste iniziative un'erogazione di servizi che accompagnano le iniziative di welfare di origine Pubblica.

Come afferma l'esperto di Diritto del Lavoro dell'Università Milano-Bicocca Francesco Bacchini, infatti, "queste misure permettono alle imprese, in particolare quelle medio piccole situate in una certa area, di aggregare le competenze e le risorse economiche per far fronte alla loro progettazione e realizzazione". Ci spiega, poi, come "per raggiungere questo obiettivo le aziende coinvolgono nella fornitura dei beni e servizi erogati a propri dipendenti quanti più soggetti pubblici e privati operanti in quello stesso territorio di riferimento, incrementandone così le attività economiche e sociali".

Quello che si mette in atto è un vero e proprio contributo qualitativo sul territorio, in un loop virtuoso capace di generare una crescita dell'intera comunità locale e della sua coesione sociale. "Tutta la popolazione può usufruire di beni e, soprattutto, di servizi migliori, capaci di soddisfarne i bisogni in modo più efficiente. Questo perché le misure di welfare sono erogate a chilometro zero, con maggiori garanzie identitarie e di qualità", continua lo stesso Bacchini.

Un altro vantaggio, poi, è rappresentato dalla generazione di nuova ricchezza e possibilità occupazionali, fattori che si devono dall'instaurazione di nuove dinamiche economiche. "In questo senso vengono avvantaggiati i distretti industriali nei quali l'integrazione produttiva fra imprese è più forte", ci spiega lo stesso ricercatore[2].

Ed è ciò che abbiamo voluto fare noi del Gruppo Green Holding, che dopo le iniziative già portate avanti per aumentare la sensibilizzazione nei confronti delle pratiche ecosostenibili di gestione dei rifiuti[3], abbiamo partecipato e collaborato all'attivazione del Progetto Cuore InForma, aprendo al Comune di Dalmine la possibilità di dotarsi di una serie di defibrillatori semiautomatici per emergenza che saranno reperibili in appositi totem funzionali. Il nostro scopo è di aumentare la sicurezza di tutta la comunità e lanciare un messaggio forte per la salute dei nostri concittadini[4].

Un altro esempio di come le imprese possano giovare al territorio ce lo fornisce Luxottica di Agordo in Provincia di Belluno, che, collaborando con il Comune, come conferma il sindaco Sisto Da Roit, "ha potenziato i servizi sia per i bambini sia per i cittadini anziani. La multinazionale ha migliorato il funzionamento dell'asilo comunale. Dall'anno scolastico in corso la struttura rimane aperta fino alle 18, anche il sabato". Senza il contributo dell'impresa, infatti, non sarebbe stato possibile confermare né questo servizio, né "un centro dedicato agli anziani non autosufficienti affetti da diverse forme di demenza". Come conferma lo stesso De Roit, quindi, "queste collaborazioni sono ossigeno per le amministrazioni e rappresentano un’occasione di crescita per tutta la comunità"

E' dunque appurato come tali progetti racchiudano al loro interno infiniti vantaggi. "Intanto vengono create economie di scala territoriali di produzione di beni e soprattutto di servizi in grado di ottimizzare gli investimenti e ridurre i costi del welfare aziendale. Inoltre queste misure contribuiscono a creare nuova ricchezza e nuovi posti di lavoro nel territorio di riferimento e a sviluppare un sempre maggiore radicamento reputazionale intercettando le esigenze della popolazione", ci conferma Francesco Bacchini.

Ma i benefit sono anche per le aziende che agiscono in maniera virtuosa, poiché così hanno l'opportunità di aggregare le proprie risorse economiche, strategiche e relazionali per organizzare e dare attuazione a misure di welfare aziendale in grado di coinvolgere la popolazione del territorio. "In questo modo ottimizzano gli investimenti, riducendo i costi di gestione e aumentando l’offerta, la qualità e la quantità dei beni e servizi erogati. Senza dimenticare che in questo modo le realtà produttive creano rapporti costruttivi con la collettività locale e, in particolare per le imprese di maggiori dimensioni, potenziando anche la propria immagine e reputazione", conclude l'esperto di Diritto del Lavoro

Un vantaggio per tutti, quindi, con la consapevolezza che una collaborazione tra le parti che agiscono su un determinato territorio possa contribuire all'innalzamento della qualità della vita e del lavoro al suo interno.

Simona Grossi

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Fri, 29 Mar 2019 17:42:07 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/483/1/nasce-cuore-informa-quando-l-impresa-fa-welfare-territoriale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La comunicazione col territorio come strumento per accelerare i tempi di riqualificazione di aree compromesse https://www.simonagrossi.net/post/482/1/la-comunicazione-col-territorio-come-strumento-per-accelerare-i-tempi-di-riqualificazione-di-aree-compromesse

Verso una maggiore trasparenza nella gestione di bonifiche e discariche controllate

Il recupero del territorio è un’azione dalle fortissime potenzialità in chiave di valorizzazione del sito di interesse. Promuovere lo sviluppo di progetti lungimiranti con un impatto positivo sull’ambiente e sulle persone, in funzione dell’uso finale che si intende dare, è un’opportunità e una necessità.

Il tema delle bonifiche ambientali è un argomento sicuramente complesso ma che necessita di interventi tempestivi e rigorosi a garanzia della salvaguardia dell’ambiente e della salute pubblica.  

Come riporta il sito dell’ARPA, L’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente: “Il processo di bonifica di siti contaminati comprende tutte quelle azioni che hanno lo scopo di eliminare le sostanze inquinanti presenti nel suolo, nel sottosuolo e nelle acque sotterranee, o perlomeno di ridurne la concentrazione entro i limiti di legge. L’obiettivo finale delle bonifiche ambientali è quindi quello di salvaguardare l’ambiente e la salute pubblica, poiché permettono di recuperare e riqualificare aree compromesse rivestendo un ruolo strategico nella pianificazione territoriale.

Nel 2018 in Italia è stato riscontrato un problema di inquinamento del suolo di 160.680 ettari e di 133.060 ettari sul mare, per un totale da bonificare di 293.740 ettari. Purtroppo, anche a fronte di questi dati allarmanti, quella relativa alle bonifiche è una dinamica resa estremamente lenta a causa della burocrazia.

L’attuale percorso di approvazione di un intervento di bonifica comporta tempi medi non inferiori ai 2-3 anni con eccezione di esempi più o meno virtuosi. Tali tempistiche non permettono né un efficace e tempestivo intervento in relazione a criticità ambientali e sanitarie né la garanzia di tempi certi e programmabili per i soggetti che volessero velocemente eseguire le attività per futuri investimenti.

Gli impegni e le tempistiche per l’esecuzione dei lavori vengono spesso non rispettati causando, inevitabilmente, la perdita di fiducia da parte del territorio e soprattutto degli investitori non più motivati a finanziare il progetto per future realizzazioni di aree industriali/commerciali. Tutto questo va a discapito dell’obiettivo stesso.

Per un problema coì complesso a volte la soluzione passa dalla implementazione di iniziative volte ad agevolare il processo di esecuzione dei lavori. Alcuni esempi virtuosi nella risoluzione del problema sottolineano l’importanza di un miglioramento della comunicazione verso e tra tutti gli enti coinvolti nel progetto. Negli interventi di bonifica di siti particolarmente estesi risulta necessario implementare una comunicazione verso il territorio coinvolto che condivida le tempistiche e le caratteristiche tecniche dell’intervento. In questo contesto una collaborazione tra ente autorizzante ed ente esecutivo del territorio diviene strategica per non rischiare di commettere errori in corso d’opera causando ulteriori rallentamenti. Un elemento in grado di aiutare ulteriormente il percorso in questione potrebbe essere rappresentato dalla definizione di regole certe regionali da applicare in modo omogeneo da parte di tutti gli enti territoriali.

In fin dei conti, la reale differenza sta nella comunicazione. Tutti gli attori coinvolti nella gestione di tali interventi dovrebbero comprendere la situazione ed adeguarsi a tempi più veloci con il vincolo di tutte le parti attraverso, ad esempio, la sottoscrizione di uno specifico accordo di programma con assunzione di rispettive responsabilità.

Sempre nell’ambito della gestione di rifiuti un ottimo esempio di comunicazione si può trovare nei progetti di comunicazione sul ciclo di vita delle discariche. Nel territorio brianzolo, la storia di Cem Ambiente Spa può essere presa a riferimento come modello nel rapporto col cittadino. La struttura da oltre 40 anni lavora con 66 Comuni per una raccolta differenziata di qualità garantendone la riduzione, riciclo, riuso dei rifiuti. Si tratta di un’azienda a totale capitale pubblico che si occupa di un insieme integrato di servizi ambientali. Il “core business” aziendale è incentrato sui servizi di igiene urbana: la raccolta differenziata dei rifiuti, la gestione delle piattaforme ecologiche, la pulizia stradale, e di tutti i servizi correlati di trattamento, smaltimento e recupero dei materiali.

La comunicazione che Cem Ambiente effettua sul territorio e con il territorio è esemplare. “La differenziata la fanno le persone. Il riciclo C’èm”, è questo lo slogan della campagna di sensibilizzazione 2016 che ha visto 1.500 poster affissi su tutto il territorio di Cem Ambiente e oltre 70.000 cartoline distribuite in Comune e nelle scuole. La campagna dell’azienda si inserisce in una campagna di comunicazione molto più ampia che si propone di ricordare a tutti l’impegno che Cem Ambiente ha sul territorio. L’azienda infatti effettua un costante lavoro nei confronti dei cittadini istruendo la comunità riguardo l’importanza di raccogliere i rifiuti in modo corretto puntando sempre di più alla qualità della raccolta domestica. Una delle attività offerte dall’azienda si chiama DIFFERENZIA ANCHE TU ed è il progetto di Educazione ambientale di Cem Ambiente per le scuole. L’iniziativa è rivolta alle classi quarte e quinte delle scuole primarie e le attività si svolgono tra ottobre e dicembre e tra marzo e maggio sviluppandosi in due tipologie di progetto: la prima si svolge presso la sede di Cem Ambiente e la seconda in classe.

Ulteriore esempio di buona comunicazione con il territorio è rappresentato da Barricalla S.p.A. società del gruppo Green Holding, che rappresenta la principale discarica in Italia ed è situata alle porte di Torino. Nata nel 1988 Barricalla è infatti considerata un impianto-modello per gli alti standard di sicurezza impiegati e per non aver mai generato criticità nei suoi 30 anni di attività. Trent’anni esercitati in piena regolarità e trasparenza, in un contesto di convivenza caratterizzato da un rapporto dialettico e attivo con gli enti regionali come la più recente giornata “porte aperte” offrendo la possibilità alle scuole e ai cittadini di visitare l’impianto di smaltimento di rifiuti speciali e industriali.

Simona Grossi

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Fri, 15 Mar 2019 20:13:47 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/482/1/la-comunicazione-col-territorio-come-strumento-per-accelerare-i-tempi-di-riqualificazione-di-aree-compromesse simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Ispra: tra i fattori più inquinanti per l’atmosfera ci sono i riscaldamenti e gli allevamenti intensivi degli animali https://www.simonagrossi.net/post/481/1/ispra-tra-i-fattori-piu-inquinanti-per-l-atmosfera-ci-sono-i-riscaldamenti-e-gli-allevamenti-intensivi-degli-animali

A giudicare dall'ultima analisi effettuata dall'Ispra, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, tra i fattori che più contribuiscono all'inquinamento atmosferico da particolato PM 2,5 vi sono i riscaldamenti e gli allevamenti intensivi di animali.

Queste due voci, da sole, rappresentano rispettivamente il 38% e il 15,1% della quantità complessiva di polveri sottili nell'area, e rendono quindi la lotta municipale alle automobili e agli scarti industriali (rispettivamente il 9% e l'11,1% del campione) non supportata da una visione sinergica del problema e, quindi, delle sue contromisure.

Se pensiamo al fatto che quando in una città vengono registrate polveri sottili oltre la misura consentita le contromisure abbracciate dalle amministrazioni spesso si esauriscono con la sola istituzione del blocco del traffico, quindi, ci accorgiamo di quanto sia ancora lunga la strada da fare per raggiungere il livello di emissioni consentite per salvaguardare l'ambiente e la nostra salute.

Se parliamo di particolato PM (in inglese Particulate Matter) ci riferiamo a quell'insieme di materia sospesa nell'aria grande al massimo 500 nanometri (un milionesimo del millimetro), che rappresenta da sola la più grande fetta dell'inquinamento per le aree urbane. Sono particelle di carbonio, fibre, silice, metalli, inquinanti solidi o liquidi che vengono emessi nell'atmosfera per cause naturali o per via dell'azione dell'uomo. E' l'insieme di tutte quelle emissioni che in natura (sale marino, terra, eruzioni, pollini, ecc) o per mano delle persone (riscaldamento, traffico, inceneritori o processi industriali) hanno negli ultimi decenni subito un incremento vertiginoso e rappresentano la principale causa dell'inquinamento atmosferico.

Tra le emissioni sotto maggiore scrutinio vi sono senza dubbio quelle definite PM 10, e cioè con un diametro inferiore ai 10 nanometri, tra le quali si annidano i PM 2,5 con una percentuale che sfiora il 60% del totale. Queste ultime, infatti, ne rappresentano la frazione più leggera e per questo motivo quella che più di tutte permane nell'aria finendo nei nostri polmoni, costituendo a sua volta il rischio più grande di patologie gravi quali l'asma, le bronchiti, l'enfisema, le allergie, i tumori e i problemi cardio-circolatori.

L'analisi dell'Ispra si basa sul calcolo del particolato primario e secondario, ed è questa la maggiore novità degli strumenti d’indagine di quest'edizione, rivoluzionando l'intera interpretazione dei dati e l'origine delle cause. Il primario è ciò che proviene direttamente dalle sorgenti inquinanti, e al suo interno un buon 59% proviene dalle fonti di riscaldamento, il 18% dalle emissioni delle automobili, il 15% dalle industrie mentre agli allevamenti intensivi è attribuibile soltanto l'1,7%. Diverso è se andiamo ad analizzare il secondo step di inquinamento, e cioè quello del particolato secondario.

In questo caso ci riferiamo a tutte quelle polveri che si formano nell'atmosfera mediante i processi chimico-fisici che interessano le particelle preesistenti. E' alla luce di questa chiave di lettura che il contributo degli allevamenti intensivi all'insieme dei fattori inquinanti assume tutt'altro spessore, ricoprendone il 15,1% del totale e qualificandosi al secondo posto tra le fonti di maggiore inquinamento.

Come afferma Vanes Poluzzi dell'Arpa dell'Emilia Romagna, "il PM 10 e ancora di più il PM 2,5 sono composti per una percentuale rilevante da particelle di natura secondaria che si formano in atmosfera a partire da ossidi di azoto e zolfo, ammoniaca e composti organici volatili. Tale contributo secondario tende tra l’altro ad aumentare in caso di condizioni meteorologiche di stabilità atmosferica, quando si raggiungono i massimi livelli d’inquinamento". Un aspetto da non sottovalutare, soprattutto se consideriamo che in Lombardia, ad esempio, la presenza del particolato secondario è più alta di quella del primario.

L'analisi dell'Ispra sembra quindi additare gli allevamenti intensivi tra le cause principali di emissione di ammoniaca nell'aria (addirittura il 76,7% nel 2015), e sottolinea come questa rappresenti una difficile minaccia in quanto "il settore allevamenti non può essere oggetto di misure di emergenza". L'unica cosa da fare è ricorrere ad "azioni più strutturali, come la riduzione dei capi o le opzioni tecnologiche".

Per questo motivo se andiamo a vedere i dati degli ultimi anni purtroppo si denota come, di fatto, il settore degli allevamenti non abbia ricevuto nessun cambiamento strutturale in grado di migliorarne il problema delle emissioni. Al contrario, se nel 2000 questa causa copriva il solo 10,2% del particolato complessivo, a oggi ci troviamo difronte ad un emergenziale incremento del 32%.

Mentre l'inquinamento proveniente dalle automobili, motoveicoli e trasporto su strada diminuisce, e con esso quello derivante dall'agricoltura, dall'industria e dalla produzione energetica, continua invece a crescere la quantità di PM 2,5 rilasciato in atmosfera dai riscaldamenti e dagli allevamenti intensivi.

Le prime linee guida da parte delle Istituzioni sono arrivate nel 2016 e hanno fissato al 40% il tetto delle emissioni consentite di PM primario, introducendo localmente dei divieti di spandimento dei reflui zootecnici e la copertura delle vasche di raccolta dei reflui. Ma, come afferma Daniela Cancelli di Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, "le Regioni stabiliscono questi divieti ma il problema sono i controlli. Gli allevamenti sono tanti e i controlli chi li fa? Inoltre il Ministero dell'Ambiente dovrebbe fare delle linee guida a livello nazionale, perché lasciare le Regioni e i Comuni a gestire l'emergenza non è efficace".

Ci troviamo di fatto alle prese con un'emergenza che non possiamo più permetterci di sottovalutare, visto e considerato che, secondo gli ultimi report dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, in un solo anno sono state registrate 4,2 milioni di morti a causa dell'inquinamento atmosferico. Se guardiamo poi alla qualità della vita arriviamo addirittura ad un 91% della popolazione mondiale che vive in luoghi che non soddisfano i livelli minimi fissati dall'OMS17 di qualità dell'aria[1].

Siamo chiamati ad agire individualmente e come società per far sì che i nostri comportamenti, a partire dalle abitudini alimentari, quali ad esempio il fabbisogno di carne rossa, o di consumo, come avviene, invece, per l'utilizzo quotidiano della plastica, contribuiscano a ridurre progressivamente un'emergenza che mondialmente diventa sempre più incombente.

Simona Grossi

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Thu, 7 Mar 2019 20:07:51 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/481/1/ispra-tra-i-fattori-piu-inquinanti-per-l-atmosfera-ci-sono-i-riscaldamenti-e-gli-allevamenti-intensivi-degli-animali simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La conciliazione vita-lavoro non può riguardare soltanto la maternità https://www.simonagrossi.net/post/480/1/la-conciliazione-vita-lavoro-non-puo-riguardare-soltanto-la-maternita

Quando andiamo ad analizzare i termini della conciliazione vita-lavoro dobbiamo prendere in considerazione il fatto che spesso e volentieri si tende ad appiattire la questione soprattutto sui diritti di maternità o paternità.

Se ci concentriamo sulla classifica europea per l'anzianità delle donne al primo parto notiamo come l'Italia, con la sua media di 31,7 anni, ne ricopra purtroppo la vetta. Un risultato dettato da diverse variabili, tra le quali una delle più oggettive risiede proprio nella difficoltà di conciliare la vita familiare con quella lavorativa.

E' un numero sempre più alto quello delle donne che rinunciano alla carriera professionale per portare avanti la maternità, e così ci ritroviamo in un Paese in cui il 37% della popolazione femminile tra i 25 e i 49 anni risulta attualmente inattiva.

Tutto questo non è dettato da scelte personali, ma si deve alle infinite discriminazioni insite nel mondo del lavoro, al forte squilibrio dei carichi familiari e dalle esigue possibilità di raggiungere un equilibrio bilanciato tra professione e obblighi casalinghi.

Attraverso un'indagine condotta da Save the Children sul territorio e sul web è emerso come sempre più donne in Italia percepiscono questo gender gap che le obbliga a considerare lavoro e famiglia come una dicotomia inconciliabile. "Sarebbe bello poter dire a mia figlia che una donna non deve rinunciare alla propria carriera per realizzare il desiderio di avere un figlio e viceversa... purtroppo dovrò insegnarle che una donna, a parità di capacità con un uomo, verrà sempre discriminata nel momento in cui 'si ferma' per una gravidanza" è, ad esempio, uno dei resoconti che riporta l'Associazione[1].

Poco tempo fa uscì la notizia di un'azienda di Padova, la Eurointerim, che decise di premiare i dipendenti e i collaboratori che avrebbero intrapreso una genitorialità, alla quale si allinearono subito altre realtà come Lavazza che, dal canto suo, promise un bonus per i 200 lavoratori dello stabilimento di Settimo Torinese. Quello che mi ha fatto pensare è che sui giornali tale notizia è stata automaticamente declinata al femminile, con titoli quali quello di Qui Finanza che recitava "Cinquantamila euro per le dipendenti che fanno figli", o "Un premio alle donne che fanno figli" del Corriere della Sera, così come il "Cinquantamila euro per incentivare la natalità tra le dipendenti" de Il Mattino. Parlare di figli, quindi, è parlare di donne. Anzi, madri.

Si da sempre per scontato che i supporti e i servizi da destinare al favoreggiamento della famiglia e della conciliazione con il lavoro siano per forza di cose da destinare al mondo femminile, ma è un pregiudizio che va combattuto imponendo la forte convinzione che la genitorialità sia, invece, una responsabilità comune, e che quindi tutte le misure che non vanno in questa direzione rappresentano un vero e proprio freno al progresso delle donne nel mondo del lavoro.

Secondo l'Istat nello scorso anno abbiamo avuto un aumento di contratti part time, ma se analizziamo i numeri notiamo come siano il 32% delle lavoratrici ad averne beneficiato a fronte del solo 8% degli uomini. Ecco quindi che si manifesta la discriminazione nei confronti dell'avanzamento professionale. Tale variabile incide anche sul pay gap, visto e considerato che per questo motivo l'universo femminile rinuncia in media al 37% dello stipendio.

Il pay gap è legittimato anche e soprattutto dal fatto che tali stipendi non vengano considerati sufficienti alla copertura dei costi addizionali che l'assenza delle donne dalla cura domestica o dall'accudimento di figli e parenti impone.

La miopia si manifesta anche nel non considerare il salario femminile come fattore di influenza del "costo-opportunità dell'inattività", oltre che come variabile di aumento del PIL con i relativi contributi sociali e il maggior reddito fiscale.

Al di la dell'aspetto sociale, quindi, si pone anche l'enorme problema dell'arretratezza economica per la quale, invece, il contributo femminile potrebbe apportare un notevole fattore di ripresa[2].

Se guardiamo ai diritti e alle tutele esistenti oggi, infatti, notiamo come si punti sulla sicurezza e salute della madre lavoratrice (la cui inosservanza è punibile con l'arresto fino ai 6 mesi dell'imprenditore che la viola), sul congedo di maternità (che prevede un'indennità giornaliera pari all'80%), sul congedo parentale, e sui permessi di riposo destinati alle mamme lavoratrici dipendenti che devono assentarsi per l'allattamento o la cura del figlio.

E' quindi chiaro come, per una donna, il mondo al di fuori del lavoro debba essere per forza improntato sulla cura della casa e della prole, un concetto che apre il campo a una serie infinita di discriminazioni all'interno del mondo del lavoro che, come in un circolo vizioso, rappresenta il fattore di maggiore arretratezza culturale, sociale ed economica.

Simona Grossi

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Thu, 21 Feb 2019 18:45:57 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/480/1/la-conciliazione-vita-lavoro-non-puo-riguardare-soltanto-la-maternita simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Impresa al femminile, uno scenario che sta pian piano uscendo dall’isolamento https://www.simonagrossi.net/post/479/1/impresa-al-femminile-uno-scenario-che-sta-pian-piano-uscendo-dall-isolamento

Quello dell'impresa al femminile è uno scenario che sta emergendo sempre più nel panorama imprenditoriale del nostro Paese, e seppur con estremo ritardo, come donna e come imprenditrice non posso che gioire di una situazione che vede finalmente l'Italia sbloccarsi ed usufruire dei vantaggi che in più di un'occasione mi è già capitato di elencare.

La strada da fare è naturalmente ancora lunghissima, ciononostante si cominciano ad intravedere delle iniziative promosse da amministrazioni, imprese e società civile volte alla riaffermazione di questo modello di business in grado di assicurare al mondo del lavoro una nuova linfa e spinta innovatrice.

Mentre l'Osservatorio dell'Imprenditorialità Femminile di Unioncamere attesta come siano ancora una su quattro le aziende a guida femminile, per un totale di sole 2,5 milioni di cariche imprenditoriali, stanno nascendo una serie di incentivi e agevolazioni volte alla promozione e al supporto di imprese di questo genere.

Tra i benefit più noti e sfruttati c'è sicuramente Nuove Imprese a Tasso Zero di Invitalia, mirata ai giovani e soprattutto alle donne che mette sul piatto fino a 1,5 milioni di euro rivolti a progetti aziendali di tutti i settori economici. Per partecipare al bando è necessario essere un'impresa femminile costituita da meno di un anno oppure una nuova attività in apertura.

Un altro esempio è Cultura Crea, programma che nasce dai finanziamenti del Pon Fesr Cultura e Sviluppo che vuole dare un contributo alle iniziative imprenditoriali che puntano sulla cultura e sul turismo per implementare lo sviluppo e promuovere le risorse del Meridione. Cultura Crea premia infatti le aziende della Basilicata, della Calabria, della Campania, della Puglia e della Sicilia, e si concretizza in un 45% di finanziamenti senza interessi con contributi a fondo perduto per le imprese e le cooperative al femminile.

Ci sono poi i finanziamenti programmati dal Protocollo d'intesa dell'ABI insieme alle maggiori associazioni di categoria italiane che, prolungati fino allo scadere del 2019, mediante tre livelli di finanziamento punta a supportare l'accesso al credito da parte di lavoratrici autonome e imprese femminili, il tutto nell'arco dei diversi step di vita lavorativa.

Altre realtà analoghe possono essere Investiamo nelle donne, un insieme di capitale finanziato per i nuovi investimenti delle imprenditrici, Donne in start-up, finanziamenti volti all'apertura di studi professionali o PMI, Donne in ripresa, Fondo di Garanzia per Imprese Femminili, e molti altri.

Proprio quest'ultimo risalta particolarmente poiché rappresenta un'incredibile opportunità di sostegno per l'accesso al credito delle piccole imprese. Questa sezione speciale del Fondo di Garanzia consente infatti di accedervi con più facilità, ricevendo da parte loro una garanzia pubblica che può arrivare a coprire fino all'80% del totale, con una priorità di istruttoria e delibera e senza sostenere nessun costo aggiuntivo per l'emissione[1].

Il fatto che l'universo delle imprese stia decisamente virando verso una maggiore autonomia e iniziativa da parte delle donne sembra quindi chiaro e incontrovertibile. Una tendenza che è avvalorata dai numerosi studi sui vantaggi che un management al femminile può apportare al business aziendale.

Lo testimonia anche un nuovo progetto firmato BioNike, un concorso rivolto alle donne per la promozione delle loro idee innovative e nella realizzazione dei loro sogni d'impresa. La Icim International, azienda milanese del 1930 con una struttura portante estremamente al femminile e, di conseguenza, da sempre attenta alla valorizzazione dell'ambiente, dell'arte, dell'educazione e della parità di diritti, ha diramato un comunicato aziendale in cui affermava che l'"obiettivo del BioNike Award è porre l'accento sull’importante tema dell’imprenditorialità femminile, individuando idee imprenditoriali che portino avanti il valore dell’eccellenza ed esprimano il meglio dell’artigianalità, dell’intellettualità e dei servizi made In Italy di qualità, con un approccio originale e contemporaneo".

Ad usufruire del concorso saranno le donne di ogni età e provenienza con residenza in Italia che saranno in grado di promuovere un'idea di business originale. Tra i pochi prerequisiti vi sono una storia imprenditoriale relativamente giovane, non più di 5 anni di attività, la sede che deve essere nel nostro Paese e il settore che dovrà riguardare il design, la ristorazione, l'agroalimentare o i servizi.

Le imprenditrici che soddisfano tali criteri potranno così candidarsi e tale proposta verrà valutata e votata da una giuria composta da Giovanna Bestagini Bonomi, Ludovica Serafini, Roselina Salemi e Virginia Di Giorgio, quattro professioniste che hanno saputo distinguersi a livello imprenditoriale arrivando ad incarnare alla perfezione l'essenza di questo contest.

Per le concorrenti sarà possibile candidarsi fino a fine marzo, quando la giuria si riunirà per effettuare la prima scrematura e analizzare i mini video in cui le finaliste potranno presentare il loro sogno e avanzare il loro progetto di impresa. Questi video affronteranno anche una selezione online attraverso il voto degli utenti del portale, il tutto fino al 30 maggio prossimo, data in cui verrà proclamata digitalmente la vincitrice attraverso il sito web e i canali social del brand. Icim International, attraverso BioNike, provvederà quindi a sostenere economicamente e mediante l'erogazione di beni e servizi la nascita di una nuova impresa al femminile[2].

Un ultimo chiarissimo esempio di come anche le istituzioni si stiano pian piano muovendo in questa direzione lo può fornire il Comune di Modena, che stimola e incentiva l'apertura di nuove imprese femminili all'interno di settori quali l'innovazione sociale, l'internazionalizzazione, il turismo e la cultura e la formazione e l'orientamento al lavoro.

E', infatti, partito un bando in collaborazione con il Comitato per la promozione dell'imprenditoria femminile di Modena, ente direttamente collegato alla Camera di Commercio, e con il Tavolo comunale delle associazioni per le pari opportunità e per la non discriminazione, volto ad elargire un contributo fino a un tetto di 5000 euro per le imprenditrici che vogliono intraprendere una nuova iniziativa aziendale nell'arco del 2019.

Questo sostegno è un piccolo segnale che, insieme al Comitato per l’imprenditoria femminile, vogliamo dare per sostenere la crescita del lavoro delle donne. A Modena il livello di occupazione femminile è migliore che nel resto d’Italia ma è ancora inferiore a quello maschile. Con questo piccolo contributo, proviamo a dare un aiuto concreto perché un’idea possa diventare realtà”, è stata la dichiarazione dell’assessora alle Pari opportunità Irene Guadagnini.

Saranno presi in considerazione soprattutto le iniziative di innovazione sociale, e cioè imprese volte alla produzione di beni o alla fornitura di servizi in grado di implementare le relazioni sociali e che coprano il bisogno di welfare. Così come una nota di merito l'avranno le imprese di internazionalizzazione, quelle che si prefiggono lo scopo di creare rapporti di scambio e relazioni commerciali con l'estero. Infine, verranno premiate le realtà culturali o turistiche volte a tutelare e promuovere il patrimonio storico, ambientale e paesaggistico del nostro Paese, e le iniziative di formazione e orientamento al lavoro e alle professioni mirate alle donne.

Tra le spese che saranno prese in considerazione possiamo contare "i costi di costituzione o trasmissione dell’impresa; l’acquisto di beni strumentali, attrezzature, arredi e strutture rimovibili; gli impianti generali fino a un massimo del 30per cento del totale dell’investimento complessivo; l’acquisto o il rinnovo di attrezzature di protezione degli accessi ai locali dell’impresa e di tecnologie di sicurezza; quote iniziali del franchising (nel limite del 30 per cento dell’investimento totale); l’acquisto e lo sviluppo di software necessari per l’attività. Comprese anche le spese per consulenze e servizi specialistici nelle aree marketing, logistica, produzione, personale e organizzazione, economico-finanziaria"[3].

Simona Grossi

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Tue, 12 Feb 2019 17:56:55 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/479/1/impresa-al-femminile-uno-scenario-che-sta-pian-piano-uscendo-dall-isolamento simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’innovazione tecnologica deve diventare innovazione sociale per confermarsi un vero motore di cambiamento https://www.simonagrossi.net/post/478/1/l-innovazione-tecnologica-deve-diventare-innovazione-sociale-per-confermarsi-un-vero-motore-di-cambiamento

Stiamo vivendo un periodo in cui l'innovazione tecnologica, dall'intelligenza artificiale passando per lo sviluppo dei robot fino all'utilizzo dei dati personali e le prospettive del GDPR, sta colmando molte delle necessità operative richieste e deve trovare necessariamente un campo d'intervento dove continuare a far girare il proprio motore del cambiamento.

Abbiamo oggi a disposizione una quantità di tecnologia probabilmente anche in eccesso rispetto a quanto potrebbe esserci utile per lo sviluppo umano, con alcune applicazioni che fino a poco tempo fa erano impensabili nello sviluppo. Quello che manca, però, è una reale riflessione sul loro sviluppo e sulle loro possibili implicazioni. Viviamo con il mito del futuribile senza riflettere a fondo su quanto tutto questo impatta sulla vita delle persone e sul loro inserimento nei contesti urbani delle metropoli.

Spostare le mansioni ripetitive dall'uomo alle macchine, ad esempio, potrebbe considerarsi un ottimo intento se solo impiegare la robotica non stesse obbligando molte persone a lasciare le loro mansioni residuali. Basti pensare alle aziende dei grandi retailer online o di consegne a domicilio, che obbligano le risorse rimanenti a turni  simili a quelli di Chaplin in Tempi Moderni in cambio di un salario sempre più striminzito.

Se la tecnologia avanza ma il welfare e le condizioni di vita della popolazione regredisce, se, cioè, non si pone un attento e costante sguardo sul sociale, ha senso parlare di innovazione?

Una società utopisticamente all'avanguardia tecnologica le cui innovazioni, però, non impediscono al mercato del lavoro di retrocedere i diritti dei lavoratori di cento anni, risulta quindi completamente inutile, in quanto ha come vizio di fondo l'inaccessibilità della sua fruizione da parte di chi è socialmente emarginato.

E' per questo che bisogna fare un distinguo tra alcune applicazioni, come quelle dirette dal professor Fuggetta al Cefriel quali l'airbag per motociclisti della Dainese o gli esoscheletri realizzati dall'Istituto Italiano di Tecnologia destinati ai malati di SLA, e le altre invece fini a se stesse, come ad esempio gli sviluppi della cibernetica antropomorfa di Hiroshi Ishiguro. E' famosa, in questo caso, la presentazione della prof. Stefania Bandini, Direttore del Complex Systems & Artificial Intelligence Researce Center dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca, in cui si domanda se un androide possa mai tenere in braccio un gatto che si divincola.

Il margine è sottile, ma è tempo che assumiamo noi tutti una maggiore consapevolezza delle implicazioni digitali della nostra vita, a partire dall'invadenza e il sempre più crescente potere delle imprese OTT, detentrici dei nostri dati e interessate a uno sviluppo di innovazione centrato esclusivamente sul profitto ai danni della qualità della vita delle persone. Grazie all'accumularsi del loro capitale, poi, è loro possibile l'avviamento di progetti di ricerca accademica e il successivo brainwashing sociale, che spesso si ramifica in attività lobbistiche di influenza governativa e istituzionale.

Ci si allontana sempre di più dallo scopo originario della tecnologia, e cioè con la leggera e graduale facilitazione della vita delle persone attraverso un più snello processo di operativismo sociale e lavorativo.

Anche il nostro sistema democratico ne risente, minato e attaccato (oltre che dal paradosso di un world wide web completamente libero e paritario) dal mirato utilizzo dei dati da parte di poche aziende centralizzate e, dall'altra parte, da un progressivo impoverimento del discorso pubblico, a sua volta condizionato dal grande e reale problema della costante attenzione parziale. C'è un crollo dell'approfondimento e dell'analisi che incentiva reazioni attitudinali e comunicative di pancia e non di testa, in un costante livellamento verso il basso.

La parentesi delle start-up, dal canto loro, non è mai sbocciata. Non si trovano finanziamenti e le innovazioni non ne garantiscono una sufficiente rivoluzione dei consumi. E' interessante considerare le parole del presidente del Digital Transformation Institute Stefano Epifani quando afferma che "dobbiamo stare attenti a che non si finisca in quello che qualcuno definì tanto tempo fa ‘modello Klondike’: ossia quel modello in cui quando c’è una corsa all’oro, gli unici che ci guadagnano sicuramente sono coloro i quali vendono picconi. E non serve chiedersi chi sia, nel mondo delle startup, a venderli".

L'ultimo vero ostacolo riguarda il considerare l'innovazione come antitetica alla competenza, al senso critico, al sapere, alla formazione e finanche all'educazione. Come se fosse un sinonimo di approssimazione allo studio, di facile retorica, di degrado del senso critico.

Risulta esemplare, in questo senso, l'invito del docente di Comunicazione Sociale all'Università Iulm Alberto Contri di promuovere un movimento GRU, Gruppi di Resistenza Umana, con l'obiettivo di fare formazione attraverso seminari volti a creare, in Italia, un nuovo Rinascimento "in spe contra spem"[1].

Simona Grossi

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Fri, 1 Feb 2019 19:13:11 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/478/1/l-innovazione-tecnologica-deve-diventare-innovazione-sociale-per-confermarsi-un-vero-motore-di-cambiamento simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Il gender gap, un’emergenza sempre più attuale non affrontata adeguatamente dalla comunità internazionale https://www.simonagrossi.net/post/477/1/il-gender-gap-un-emergenza-sempre-piu-attuale-non-affrontata-adeguatamente-dalla-comunita-internazionale

Quello del gender gap è un tema che ancora oggi, nel 2019, non viene adeguatamente affrontato, generando un arretratezza sociale e economica capace di ostacolare la creazione di welfare.

Nel 2018 secondo il World Economic Forum, infatti, non c'è stato nessun passo in avanti sul tema della partecipazione femminile al mercato del lavoro, mentre se analizziamo il trend internazionale sul tema dell'istruzione, dell'assistenza sanitaria e della partecipazione alla sfera politica, i dati riportano addirittura un arretramento. Si stima che con questo procedere ci vorranno addirittura altri 108 anni per colmare il gap, secondo quanto afferma il Global Gender Gap Report dell'organizzazione internazionale.

Di positivo si registra un leggero affievolimento del pay gap, la differenza salariale, e un altrettanto allineamento in termini di professioni in cui le donne sono rappresentate, e per questo motivo il bilancio risulta in positivo per quanto riguarda la voce inerente all'economic opportunity. Senza adagiarsi sugli allori, però, va considerato che lo svantaggio di partenza era talmente netto che, a questo ritmo, si stimano addirittura 202 anni per ottenere l'eguaglianza lavorativa. Sono soprattutto le professioni che esigono una preparazione tecnico-scientifica quelle che vedono assenti le donne, ed è questo un dato che ci dimostra come la disparità di accesso alle competenze risulti tra le prime variabili di differenza salariale.

Un altro dato fondamentale nell'analisi è quello che vede il numero delle donne lavoratrici ancora nettamente in svantaggio rispetto all'altro genere, un trend che difficilmente potrà invertirsi visto e considerato che, secondo lo stesso Report, l'era dell'automazione va a impattare in primis i lavori tradizionalmente a trazione femminile.

Per la prima volta in questo anno, poi, il suddetto Report ha analizzato, assieme a Linkedin, il gender gap generatosi all'interno dei mestieri richiedenti competenze nell'intelligenza artificiale. Nell'AI, infatti, la percentuale femminile è del solo 22%. E' un divario addirittura tre  volte più grande rispetto a ogni altro settore, e si manifesta nella quasi totale assenza di donne negli specifici ruoli senior, a discapito di posizioni più marginali quali ad esempio l'analisi dei dati, la ricerca o l'insegnamento.

Questo è un punto cruciale, perché ci dimostra come il gender gap andrà sicuramente ad aumentare in un mercato del lavoro sempre più permeato di AI anche in segmenti quali il manufacturing, l'hardware, il networking, la sanità, i servizi IT, l'istruzione.

Secondo il rapporto del World Economic Forum tra i Paesi più virtuosi su questo tema figura al primo l'Islanda, per il decimo anno consecutivo, per proseguire con la Norvegia, Svezia, Finlandia, Nicaragua, Ruanda, Nuova Zelanda, Filippine, Irlanda, e Namibia. Nonostante risultino fuori dalla top ten, i Paesi dell'Europa occidentale sono in media ben posizionati, con la Francia in 12° posizione, la Germania in 14° e subito dopo la Gran Bretagna. Si stima che con questo ritmo a tali Paesi serviranno 61 anni per colmare il gender gap, al contrario degli Stati Uniti, in 51° posizione, per i quali ci vorranno 165 anni.

Le economie che avranno successo nella quarta rivoluzione industriale saranno quelle più in grado di sfruttare tutti i talenti a disposizione“, ha affermato il fondatore e presidente esecutivo del WEF Klaus Schwab. “E’ essenziale adottare misure proattive a supporto della parità di genere e dell’inclusione sociale e superare le disparità esistenti in nome del benessere economico e sociale[1].

C'è ancora molta strada da fare, quindi, per far si che al genere femminile sia concessa la stessa parità di diritti e di opportunità di cui godono, invece, gli uomini.

E' sufficiente volgere lo sguardo verso ciò che succede da noi, dove, in una riunione del Ministro degli Interni con le imprese svoltasi al Viminale, di 15 associazioni partecipanti si è contata la presenza di una sola donna, il direttore generale di Confindustria Marcella Pannucci. A seguire il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico ha incontrato 36 associazioni, anche in questa occasione le donne sedute al tavolo sono state soltanto Donatella Prampolini, vicepresidente Confcommercio, e Patrizia De Luise, presidente Confesercenti.

Che si parli di politica o economia il risultato non sembra cambiare: soltanto il 14% dei sindaci di Italia è donna, così come il solo 17% fa parte della squadra di Governo rendendo questo tra i più maschili dell'ultimo periodo.

L'universo imprenditoriale ha lo stesso identico problema, anche in considerazione del fatto che per disporre di almeno un terzo femminile nei cda delle società controllate o quotate dallo Stato è stata necessaria un'apposita legge.

"Una volta arrivate ai tavoli del potere le donne sanno difendersi bene, il problema è arrivarci", ha commentato la stessa Donatella Prampolini, aggiungendo come "purtroppo spesso sono le stesse donne a rinunciare. Fra impresa e famiglia non trovano il tempo per fare associazione e lasciano il ruolo di rappresentanza ai colleghi. Pesa la mancanza di servizi, il welfare, la cultura dominante. Ancora ci sorprendiamo di vedere donne ai vertici, abbiamo ancora bisogno di situazioni personali d'eccezione per arrivarci. Io per esempio ho potuto contare su mio marito e sui genitori per crescere i miei tre figli. Senza di loro, stamattina, a quel tavolo, non ci sarei stata nemmeno io. Una situazione inaccettabile"[2].

Se vogliamo guardare un aspetto positivo, però, possiamo tornare a dare un'occhiata al Global Gender Gap Report, alla voce che indica la percentuale femminile di iscrizione universitaria e di formazione terziari.

L'Italia risulta infatti prima in questa particolare classifica, con 136 donne che affrontano un percorso formativo per ogni 100 uomini, addirittura il 17,4% contro il 12,7%. Le donne, inoltre, rappresentano il 60% dei laureati con lode.

Il mio augurio è, quindi, che possa crescere e fiorire una nuova ondata di iniziativa imprenditoriale al femminile capace di far ripartire le aziende italiane e con esse l'economia del Paese. Anche perché, secondo una stima dell'agenzia europea Eurofond, il gender gap costa all'Italia quasi 90 miliardi di euro[3]. Un capitale che potremmo recuperare cercando di riportare un'equità anche dal punto di vista sociale.

Simona Grossi

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Tue, 22 Jan 2019 15:56:33 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/477/1/il-gender-gap-un-emergenza-sempre-piu-attuale-non-affrontata-adeguatamente-dalla-comunita-internazionale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Anche l’Unione Europea riconosce il diritto di conciliazione vita-lavoro https://www.simonagrossi.net/post/476/1/anche-l-unione-europea-riconosce-il-diritto-di-conciliazione-vita-lavoro

Lo scorso settembre l'Unione Europea ha approvato, con una votazione di 443 deputati a favore, 123 contrari e 100 astensioni, la risoluzione per una conciliazione vita-lavoro definendola finalmente come un diritto.

Si tratta finora della più concreta risposta comunitaria alla sfida demografica, consistente nel rifiuto degli stereotipi di genere a favore di una più curata e attenta equità di genere in termini di ripartizioni d’incarichi e compensi.

Con più di trenta premesse e quasi settanta raccomandazioni presenti nel documento, quindi, Strasburgo espone i punti cardine di quella che vuol essere una riforma graduale dello stile occupazionale dei diversi nuclei familiari, mirata questa a raccogliere un insieme di variabili che vanno dalla nascita dei figli fino all'assistenza alla parentela anziana. Dovranno esserci quindi iniziative comunitarie, legislative e non, volte al congedo genitoriale, all'assistenza familiare, alla fornitura di care services per bambini, anziani e persone affette da disabilità, il tutto con un focus particolare sull'accessibilità dei servizi, sulla loro qualità e, soprattutto, sulla loro particolare sostenibilità economica.

E' un punto di svolta importante circa la consapevolezza della necessità di una ridistribuzione più coerente e umana possibile di tempistiche e delle remunerazioni lavorative.

Tanto che è la stessa Confederazione delle organizzazioni familiari nell'Unione Europea, che conta 54 membri in 23 Paesi differenti, ad accoglierla molto volentieri, dichiarando come questa "rappresenti un passo importante nel rispondere alle esigenze delle famiglie e degli individui in Europa ed esprima un chiaro impegno politico del Parlamento Europeo a lavorare per sostenere le famiglie in tutta l'UE".

L'intera Unione Europea è infatti alle prese con "sfide demografiche senza precedenti, alle quali gli Stati membri dovrebbero far fronte", tali da aver trasformato "gradualmente l'Unione in una società gerontocratica" e costituito "una minaccia diretta alla crescita e allo sviluppo dal punto di vista sociale ed economico". E' quindi un dato di fatto che "le politiche a favore della famiglia sono essenziali per innescare tendenze demografiche positive" e che "le politiche da attuare per conseguire tali obiettivi devono essere moderne, incentrarsi sul miglioramento dell'accesso delle donne al mercato del lavoro e sull'equa ripartizione tra donne e uomini delle responsabilità domestiche e di cura".

Le premesse non sono delle migliori: più della metà dei partecipanti al sondaggio ha dichiarato di lavorare durante il tempo libero, uno su tre affermano di veder cambiare sistematicamente il proprio lavoro, anche con pochissimo preavviso. Inoltre dal report viene fuori che mentre per gli uomini la settimana di lavoro retribuita risulta essere di 47 ore lavorative, per le donne si abbassa a 34 ore retribuite a cui si sommano più o meno altre 17 ore a settimana in cui si lavora fuori orario senza retribuzione, per un totale di 64 ore. Altri dati preoccupanti sono quelli che vedono non meno del 34% delle madri sole a rischio povertà e un misero 10% di padri avvalersi del congedo parentale.

Il documento della Comunità Europea si concentra poi sulle raccomandazioni, affermando che "la conciliazione tra vita professionale, privata e familiare deve essere garantita quale diritto fondamentale di tutti, con misure che siano disponibili a ogni individuo, non solo alle giovani madri, ai padri o a chi fornisce assistenza" e "chiede l'introduzione di un quadro per garantire che tale diritto rappresenti un obiettivo fondamentale dei sistemi sociali e invita l'UE e gli Stati membri a promuovere, sia nel settore pubblico che privato, modelli di welfare aziendale che rispettino il diritto all'equilibrio tra vita professionale e vita privata".

E' altresì presente un invito alle parte sociali per chiedere la presentazione di "un accordo su un pacchetto globale di misure legislative e non legislative concernenti la conciliazione tra vita professionale, privata e familiare", con la richiesta di presentare "una proposta relativa a tale pacchetto nel programma di lavoro della Commissione per il 2017 nel contesto dell'annunciato pilastro europeo dei diritti sociali".

E' in particolare sui congedi che si focalizza poi il Parlamento, chiedendo alla suddetta Commissione "di avanzare una proposta ambiziosa corredata da norme di alto livello, collaborando strettamente con le parti sociali e consultando la società civile, onde assicurare un migliore equilibrio tra vita privata e vita professionale", tenendo bene a mente che "un migliore accesso a differenti tipologie di congedo fa sì che le persone dispongano di formule di congedo rispondenti alle varie fasi della vita e incrementa la partecipazione all'occupazione, l'efficienza complessiva e la soddisfazione professionale".

Entrando nello specifico, la volontà è quella di estendere la durata minima del congedo parentale portandola dagli attuali quattro agli auspicati sei mesi, di integrare due settimane di congedo di paternità obbligatorio e interamente retribuito, di stabilire un "congedo per i prestatori di assistenza" che abbia flessibilità e bonus "sufficienti a indurre anche gli uomini ad avvalersene" e, in ultimo, ad elargire "crediti di assistenza" per donne e uomini mirati alla maturazione dei diritti pensionistici.

Un altro punto fondamentale della risoluzione europea consiste nell'esplicito riconoscimento delle cooperative come un modello gestionale, definite addirittura "un enorme potenziale in termini di avanzamento della parità di genere e di un sano equilibrio tra vita privata e vita professionale, in particolare nell'emergente contesto digitale del lavoro agile, alla luce dei maggiori livelli di partecipazione dei dipendenti al processo decisionale".
Ed è per questo motivo che, come riportato nel documento, si "invita la Commissione e gli Stati membri a esaminare l'impatto delle cooperative e dei modelli imprenditoriali alternativi sulla parità di genere e sull'equilibrio tra vita privata e vita professionale, in particolare nei settori tecnologici, e a definire politiche intese a promuovere e condividere modelli delle migliori pratiche".[1]

Simona Grossi

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Thu, 3 Jan 2019 17:16:55 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/476/1/anche-l-unione-europea-riconosce-il-diritto-di-conciliazione-vita-lavoro simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Bisogna ritornare sugli studi professionali per mantenere vivo il know-how italiano https://www.simonagrossi.net/post/475/1/bisogna-ritornare-sugli-studi-professionali-per-mantenere-vivo-il-know-how-italiano

In questa lenta ricrescita economica che si appresta finalmente a vivere il nostro Paese, un tema che è importante assimilare risiede nel salvaguardare il know-how proprio del nostro bagaglio culturale che ha rappresentato sempre un punto di forza per l'Italia.

E' a questo scopo che Stefania Lazzaroni, nominata da Andrea Illy direttrice generale di Altagamma nel 2013, si è posta l'obiettivo di incitare i ragazzi a intraprendere gli studi professionali per assimilare mestieri che stanno man mano scomparendo. Si tratta, quindi, di investire i propri sforzi nel mantenimento di tutte quelle risorse di cui l'industria italiana ha fortemente bisogno e che, piuttosto che indirizzarle all'estero o portarle all'estinzione, varrebbe la pena incentivare e far lievitare sui nostri territori.

La Fondazione Altagamma, infatti, da 25 anni si occupa di incrementare la competitività delle aziende di fascia alta ergendole a ambasciatrici mondiali dello stile italiano nel mondo, e si compone oggi di più di cento aziende del lusso.

"Tra cinque anni nelle professioni tecniche serviranno 50 mila addetti. In un paese che registra il 42 per cento di disoccupazione giovanile, le nostre aziende hanno difficoltà a trovare personale specializzato, istruito al saper fare. La partita si gioca nell'ambito della formazione: trasmissione dei saperi artigianali tradizionali e adeguamento ai radicali cambiamenti dettati dall'industria 4.0, che grazie alle nuove tecnologie porterà alla scomparsa di alcuni lavori e alla creazione di altri di natura diversa" ha recentemente dichiarato la direttrice generale a sostegno del discorso.

Le imprese appartenenti alla Fondazione che più si adoperano a farsi portavoce del made in italy a livello internazionale si occupano in gran parte di moda, cultura, design e alimentare, e finiscono per essere presentate ai mercati internazionali come brand di prestigio.

"Dove sta andando il design, la moda che cambia modello di business, le tendenze che influiranno su stili di vita e consumi, sono temi su cui in Fondazione abbiamo un focus sempre acceso. La mia è una professione poco nota, forse nemmeno considerata, su cui però bisognerebbe cominciare a puntare. I giovani non sono interessati perché non conoscono queste realtà associative, luoghi in cui l'impresa, la politica e le istituzioni vengono in contatto, eppure si tratta di contesti molto stimolanti che, in un'ottica di governance, richiedono competenze sofisticate. Supportiamo i master della Bocconi che lavorano sulla managerialità. Ci muoviamo per stimolare la nascita di sensibilità verso queste professioni tecniche, con iniziative che mettano in rete e diano visibilità alle corporate accademy delle nostre aziende. Mancano le vocazioni e deve migliorare la comunicazione su questi temi. C'è un percepito negativo, invece esistono scuole e percorsi di carriera estremamente validi".

La mission di coinvolgere i giovani al percorso formativo-imprenditoriale si è manifestata anche nella sua idea di istituire il premio Altagamma Giovani Imprese, che ogni anno certifica e valorizza i brand italiani emergenti e di successo. L'ultima edizione ha visto vincere il riconoscimento il gioielliere Salini e la pugliese Borgo Egnazia Resort.

Quello che si fa, cioè, è esprimere un'economia fondata sull'intraprendenza creativa e sulla cultura artigianale.
E, come spiega sempre Stefania Lazzaroni, "a unire le aziende che ne fanno parte, sono la passione per il design e la necessità di sviluppare visioni industriali capaci di guardare lontano. Le imprese del lusso, divise in segmenti molto diversificati, e tutto il loro indotto, valgono il cinque per cento del pil italiano. Non sono l'intero made in Italy, molto più ampio, più grande e più potente. Noi abbiamo medie aziende familiari rispetto alla dimensione globale, che il più delle volte non hanno accesso a momenti strategici proiettati in avanti. Eppure, con i loro marchi sono ambasciatrici dello stile italiano, molto importante specie in un momento in cui l'Italia e il lusso europeo devono proteggersi e conquistare mercati emergenti come la Cina. L'obiettivo di Altagamma è valorizzare questo patrimonio 'culturale' e far conoscere i brand".

L'operato della Fondazione Altagamma, promosso a partire dal suo vertice Andrea Illy, è quello di confrontare i modelli di business con gli standard europei per arrivare a incentivare e preservare il fare impresa italiano attraverso alcune collaborazioni, che vanno dalle analisi sul lusso di Bain & Company, un'importante azienda di consulenza, passando per le ricerche sui consumi high-end effettuate da Boston Consulting, fino ad arrivare al monitoraggio dell'evoluzione digitale effettuata da McKinsey.
Un altro tassello fondamentale è quello dello story telling aziendale e di tutta l'alta moda italiana. E' per questo motivo che il video promozionale della Fondazione, lanciato all'Expo di Milano e poi proiettato in giro per il mondo nell'arco delle successive manifestazioni, è incentrato sulle eccellenze dei nostri paesaggi e della nostra manifattura e si avvale anche delle riprese di una mostra fotografica. "Abbiamo di fronte sfide globali impegnative e possiamo spingere sul pedale delle eccellenze e di marchi molto amati" spiega infatti la Lazzaroni.

Quella della direttrice generale è un'altra storia di successo al femminile, che da laureata con lode in Lingue e letterature straniere moderne l'ha vista accumulare pian piano tutti i tasselli necessari per affermarsi nel mondo del international business.

Dopo la laurea, infatti, anziché intraprendere il lavoro prospettato alla Enimont, Stefania Lazzaroni sceglie di entrare nell'organico dell'importante Burson-Marsteller, società di comunicazione del Gruppo Wpp. A farle da mentore un'altra donna, Gigliola Ibba, della quale spenderà ottime parole definendola "una professionista eccellente, ho lavorato con lei per cinque anni. Il campo delle pubbliche relazioni era ancora abbastanza sconosciuto, c'era forse un unico master privato in comunicazione corporate che io ho seguito. Il lavoro, poi, è stato un'esperienza straordinaria; mi permise di rapportarmi con clienti stranieri, sempre su questioni legate a temi istituzionali, per esempio con l'allora ministro del Turismo egiziano, per la grave crisi reputazionale del Paese: a noi toccava riequilibrare delle informazioni amplificate in modo scorretto da alcuni organi di stampa. Mi sono occupata poi di crisi farmaceutiche e della mucca pazza. Per Barilla andai a Washington per la piramide del mangiar sano, un progetto americano riutilizzato e tradotto in Italia, che ricalcava l'odierna dieta mediterranea. Ricordo con molto affetto gli ex colleghi che ora sono sparsi in ogni dove".

La spinta creativa tutta al femminile continua a manifestarsi anche in altre occasioni, ridefinendo il concetto di fare impresa e di proiettare le aziende italiane ai vertici del mercato internazionale.

Nel suo curriculum, infatti, si può leggere anche il lancio di MTV Music e Television del Gruppo americano Viacom, per la quale stava partendo una trasmissione di 18 ore quotidiane sul satellitare Telepiù e che voleva proporsi come nuovo network di intrattenimento. "Era un po' la Netflix di oggi, una realtà all'avanguardia, fuori dai soliti cliché e che cercava di innovare. Una finestra sull'Europa per giovani italiani tra i 15 e 25 anni, che promuoveva campagne sociali. La mia vita era tra Milano e Londra per gestire alcuni progetti. C'erano tantissime dirigenti donne e una gestione molto evoluta, del tutto paritetica. Lì ho maturato un approccio moderno sul gender e la diversity che ora vedo crescere anche nelle aziende italiane".

Dopo questa esperienza è la volta del Sole 24 Ore con Ernesto Auci come direttore, "una realtà molto italiana, prevalentemente maschile, con taglio istituzionale macro economico. Stava lanciando la 24 ore tv, la radio e aveva il sito web numero uno in Italia. Parlava molto ai professionisti, avvocati, fiscalisti, con commenti puntuali sulle nuove politiche del governo in tema di tasse. Un approccio completamente diverso in cui la mia formazione portava elementi di novità, adeguati alle sfide che si erano prefissi. Il Sole mi è rimasto nel cuore".

Una breve parentesi a New York, poi il ritorno a Milano prima come corporate communications directors per Coca Cola Hbc e poi in proprio, con la neonata Nascent Communications. "La porto avanti per quasi sei anni, un'esperienza che mi fa cambiare punto di vista sul lavoro, mette in moto sensibilità molto diverse, faticosa ma positiva. In quel periodo avevo mia figlia piccola e non è stato facile conciliare la famiglia con la gestione in prima persona di un'azienda".

La sua capacità di generare impresa e di saper individuare i giusti segmenti di mercato per far sbocciare l'eccellenza del made in italy viene quindi premiata da Andrea Illy e dal ruolo in Altagamma, per il quale le si chiedeva l'impresa di internazionalizzare la Fondazione. Attraverso l'ambasciata italiana così lanciata Altagamma Club ad Amsterdam e una sorte analoga è già in programma per Cina e Stati Uniti. "La nostra idea è di rafforzare le relazioni tra i rappresentanti locali dei brand italiani e i partner e gli stakeholder locali, creare opportunità di network e raccogliere informazioni sul mercato e per accrescere la conoscenza sui punti di forza dei prodotti italiani".

Un punto che può anche accostarsi al turismo, tanto da dar vita al progetto Altagamma Experiences, una vetrina indispensabile per i brand per essere osservati da vicino come realtà eccellenti, creative e di artigianato. E' un programma che consiste nell'elargizione di un numero limitato di visite ai grandi marchi, ai loro siti produttivi, ai laboratori e agli atelier con la possibilità di incontro e confronto con gli imprenditori e il loro business style[1].

Quella di Stefania Lazzaroni e di Altagamma si propone, quindi, come una sintesi perfetta tra l'imprenditoria di alta gamma di cui l'Italia si è sempre fatta portavoce, e lo spirito innovativo e propositivo che un buon management femminile sa apportare al mercato delle imprese.

Simona Grossi

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Thu, 27 Dec 2018 17:08:24 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/475/1/bisogna-ritornare-sugli-studi-professionali-per-mantenere-vivo-il-know-how-italiano simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Milano ha recentemente ospitato lo Snam Partners’ Day 2018, una giornata d’incontro sull’innovazione sociale https://www.simonagrossi.net/post/474/1/milano-ha-recentemente-ospitato-lo-snam-partners-day-2018-una-giornata-d-incontro-sull-innovazione-sociale

Come sempre la città di Milano si conferma l'avanguardia nazionale in termini di innovazione e sviluppo e anche quest'anno, il 26 novembre scorso, ha permesso a Snam di organizzare e promuovere il Partners' Day, un meeting incentrato sull'innovazione sociale, sui temi che la caratterizzano, e sull'indispensabile lavoro di networking da portare avanti all'interno dei territori.

L'evento, tenutosi alle Officine del Volo davanti a circa 500 diversi stakeholders, ha concesso alla comunità un'occasione di riflessione circa la responsabilità attiva delle aziende nella promozione e nell'ampliamento di un network territoriale in grado di innovare e far crescere il Paese e i suoi singoli territori.

Questa giornata riflette una capacità fondamentale di Snam, cioè quella di costruire reti aggregando intorno a sé forze imprenditoriali e sociali per costruire relazioni di lunghissimo termine con i territori nei quali lavora. Una caratteristica che condividiamo con la nostra filiera e che continua a essere, per noi e per i nostri fornitori, un vantaggio competitivo” sono state le prime dichiarazioni del presidente di Snam Carlo Malacarne a Affaritaliani.it.

La linea è la stessa che ha tracciato il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte, che durante un intervento ha ricordato la missione delle imprese italiane nella crescita sostenibile. "Dobbiamo agire ora per non rischiare di avere il futuro alle spalle. Le imprese sono chiamate a svolgere un compito importante per l’innovazione considerando, al contempo, le ricadute sociali e lo sviluppo del territorio", ha infatti affermato. D'altronde lo stesso Conte aveva già rimarcato l'importanza della dinamicità e della responsabilità sociale delle società partecipate, tra le quali anche Snam, convocate la settimana precedente a Palazzo Chigi per discutere di investimenti e di sviluppo del Paese. Un incontro che, a quanto pare, "ha dato vita a un piano di investimenti aggiuntivo nell’ordine di 13-15 miliardi di euro per il prossimo triennio; segno di una sinergia sempre più stretta tra imprese e istituzioni", come dichiarato dal Presidente del Consiglio.

E' sulla capacità di creare reti di imprese che rilancino le eccellenze territoriali che si gioca la delicata partita del rilancio dell'Italia.

"Il Partners’ Day è un importante momento di dialogo e condivisione tra l’azienda e tutti i suoi stakeholder, in particolare la rete di grandi e soprattutto piccole e medie imprese italiane con le quali lavoriamo quotidianamente per dare un contributo alla crescita e allo sviluppo sostenibile del nostro Paese. Il presidente Malacarne e io siamo molto onorati della presenza del Presidente Conte e della partecipazione di tante aziende e istituzioni. La capacità delle imprese di fare sistema è un enorme valore aggiunto per la società e i territori. Il futuro sarà sempre più basato sulle reti. Snam ha circa 1.700 fornitori accreditati, il 90% dei quali sono pmi nazionali, gestiamo circa mille cantieri in Italia con un impatto di circa 3 miliardi l’anno sul PIL e generiamo lavoro, direttamente e indirettamente, per oltre 17mila persone", infatti, sono state le parole utilizzate nel suo discorso di apertura all'evento dall'Amministratore Delegato di Snam Marco Alverà.

Lo stesso, ai microfoni di Affaritaliani.it, ha poi presentato il nuovo progetto aziendale da 850milioni di euro d’investimento entro il 2020 Snamtec.

"Quattro sono i pilastri che segue lo sviluppo futuro: efficienza energetica, tecnologia, mobilità sostenibile e gas rinnovabile (oggi biometano, in futuro anche idrogeno). È una sorta di Snam 4.0, una rete che da fisica diventa virtuale e un rapporto con il territorio fondato sul dialogo e la trasparenza. Una rete delle idee per mettere in contatto tutti gli stakeholder e agire facendo sistema" sono state le parole scelte dallo stesso AD per descrivere quest’azienda energetica del futuro, che quindi avrà tra i suoi temi cardine proprio la transazione energetica, l'innovazione e l'imprenditoria sociale.

Un'altra grande iniziativa della stessa impresa è la Social Supply Chain, una sorta di linea guida aziendale in grado di agevolare le imprese sociali nel processo di fornitura, e di inserirsi nel flusso gestionale anche come subappaltatori attraverso una selezione agevolata delle valutazioni delle offerte. A questa si aggiunge Snam Up, la nuova piattaforma aziendale di Open Innovation in grado di permettere a tutti di proporre nuovi progetti e di generare imprenditorialità e, allo stesso tempo, di generare in un portale interno all'azienda una rete di sviluppo di startup.

Per quanto riguarda la mobilità urbana, nello specifico, il lavoro di innovazione sociale comprenderà sia le aziende che trattano gas che quelle che, invece, lavorano con l'elettrico. Questo punto è stato ribadito in sede di intervento dal Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ne ha approfittato per sollecitare il Premier Giuseppe Conte ad istituire un tavolo congiunto con le Regioni volto ad istituire un sistema di incentivi fiscali per la sostituzione dei mezzi più inquinanti. La decarbonizzazione, come ha infatti sottolineato uno dei vertici dell'Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente Stefano Saglia, si può raggiungere con la complementarietà tra il gas e l'elettrico.

L'importante è mantenere il focus sulla necessità di sviluppo sostenibile e sull'economia circolare promosso in sinergia tra Istituzioni e imprese, come ha ribadito Stefano Buffagni, attuale Sottosegretario di Stato per gli Affari regionali e le Autonomie.

Un esempio calzante e virtuoso di questa cooperazione si è visto già in occasione del Partners' Day, quando l'AD Marco Alverà ha potuto firmare un accordo strategico assieme al Presidente di SEAT Luca de Meo per incentivare l'utilizzo di CNC, gas naturale compresso, e di biometano, gas rinnovabile, per incrementare la mobilità urbana sostenibile. "L'accordo pone le basi per una maggiore diffusione del CNG: l’Italia è leader in Europa nell’utilizzo di questa alimentazione e quest’anno concentra il 55% delle vendite di auto a metano. Un veicolo su cinque venduti da SEAT in Italia è a CNG. Con questa collaborazione vogliamo dare ulteriore impulso allo sviluppo del gas compresso in Italia ed esportare in altri paesi questo caso di successo. Ma vogliamo anche migliorare la reputazione del gas proponendolo in un mix con altre fonti di energia per non farlo passare come energia di transizione", sono state le parole del numero uno di SEAT, ricordando poi come tale contratto potrà essere esteso anche a tutti gli altri brand del gruppo Volkswagen.

L'evento riguardante le politiche di sviluppo sociale e le imprese come motore di crescita sostenibile ha suscitato un enorme interesse in tutta la comunità, tanto da registrare la partecipazione attiva, tra gli altri, di Giuseppe Guzzetti, Presidente della Fondazione Cariplo, di Massimo Tononi, Presidente di Cassa Depositi e Prestiti, di Mariella Enoc, Presidente dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, di Stefano Donnarumma, Valerio Camerano e Paolo Gallo, Amministratori Delegati, rispettivamente, di Acea, A2A e Italgas, e di Patrizia Grieco, Presidente di Enel e del Comitato Italiano per la Corporate Governance di Borsa Italiana.

Proprio quest'ultima, intervenuta nel dibattito, ha ribadito che "l’economia circolare potrà costruite nuovi posti di lavoro laddove l’automazione sta riducendo quelli tradizionali. Ognuno oggi deve assumersi la responsabilità dello sviluppo Paese. Non si tratta di filantropia, ma di una responsabilità sociale nei confronti del contesto in cui operiamo". "Oltre all’economia circolare esiste una scienza circolare: il nostro obiettivo, in tutti gli ambiti, è far circolare la conoscenza e condividere le informazioni per fare rete" ha aggiunto, invece, Mariella Enoc.

Snam Partners' Day 2018 è stata, quindi, un'occasione indispensabile per tracciare la via di una nuova ricrescita economica e sociale, in grado di coinvolgere amministrazioni, territori e cittadinanza attiva.

Attraverso l'istituzione di dieci tavoli tecnici dedicati al business, alle innovazioni della catena di fornitura, alla trasformazione digitale, sicurezza delle reti, al cantiere di Open Innovation rappresentato da Snam Up, all'efficienza energetica e alle rinnovate modalità di lavoro agile, in sintesi, ha finalmente preso piede un network efficiente ed operativo che speriamo possa farsi portabandiera di una nuova linfa per l'intero Paese[1].

Simona Grossi

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Mon, 17 Dec 2018 17:26:49 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/474/1/milano-ha-recentemente-ospitato-lo-snam-partners-day-2018-una-giornata-d-incontro-sull-innovazione-sociale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La conciliazione vita-lavoro, i nuovi termini del Decreto Dignità https://www.simonagrossi.net/post/473/1/la-conciliazione-vita-lavoro-i-nuovi-termini-del-decreto-dignita

Lo scorso 13 luglio è stato pubblicato il D.L. n. 87/2018, c.d. "Decreto Dignità", che ha permesso l'entrata in vigore le modifiche alla normativa del contratto a termine, della somministrazione di lavoro e dell'indennità di licenziamento contenute nel D.Lgs. n. 81/2015.

Per promuovere la contrattazione di secondo livello all'incentivazione di azioni per accrescere la conciliazione tra vita professionale e privata l’art. 25 del D.Lgs. n. 80/2015 e il D.M. 12/09/2017 hanno previsto uno sgravio contributivo per gli imprenditori che programmano misure di worklife balance per i propri dipendenti. Per questo motivo entro il 15 settembre 2018 i datori di lavoro privati che intendono richiedere lo sgravio contributivo devono inoltrare la specifica domanda telematica all’INPS.

Per quanto riguarda i benefici dei dipendenti, stiamo parlando di tre macro-insiemi di riferimento, che potremmo suddividere nella genitorialità, nell'organizzazione lavorativa e nel welfare aziendale. La prima può comprendere un'estensione temporale del congedo di paternità, con previsione della relativa indennità, un'estensione del congedo parentale, in termini temporali o di integrazione della relativa indennità, una previsione di nidi d'infanzia, asili nido o spazi ludico-ricreativi aziendali o interaziendali, percorsi formativi (e-learning/coaching) per favorire il rientro dal congedo di maternità, e, in ultimo, la previsione di buoni per l'acquisto di servizi di baby-sitting.

Per quanto riguarda l'organizzazione lavorativa si predispone l'istituzione di un lavoro agile, una maggiore flessibilità oraria in entrata e uscita, l'introduzione del part-time e della banca ore, così come l'eventualità di una cessione solidale dei permessi con integrazione da parte dell'impresa dei permessi ceduti.

Parlando di welfare aziendale, invece, entriamo nella sfera delle convenzioni per l'erogazione di servizi time saving, di quelle con strutture per servizi di cura, e di buoni per l'acquisto dei suddetti servizi[1].

Un ottimo esempio lo fornisce Technogym di Cesena, dove 750 lavoratori (suddivisi in 300 operai e 450 impiegati) hanno potuto beneficiare di un integrativo aziendale veramente all'avanguardia. Roberto Ferrari, segretario della Uilm sul territorio di riferimento, ha infatti spiegato che "il premio di risultato concordato è variabile, ma le cifre sono significative: fino a 4.200 euro all’anno per gli operai, fino 3.800 per gli impiegati". E' inoltre stato raggiunto un incremento del premio di produzione del 30% rispetto all’ultimo contratto scaduto 16 mesi fa, oltre ad altri miglioramenti sul welfare aziendale. "Sono previsti per esempio orari flessibili per i dipendenti con figli fino a 13 anni e linee di produzione dedicate per i lavoratori con disabilità o ancora un’integrazione di un ulteriore 10% sull’assegno di maternità facoltativa" ha infatti aggiunto lo stesso Ferrari. La direzione dell'azienda, fondata nel 1983 da Nerio Alessandri, ha manifestato soddisfazione "che le rappresentanze sindacali abbiano colto la validità e la concretezza della nostra proposta che è volta a premiare l’impegno e la passione dei nostri collaboratori, fondamentali per il raggiungimento dei risultati"[2].

E' un ulteriore passo in avanti, quindi, nei confronti di tutte quelle persone, uomini o donne, che si trovano nella posizione di dover lavorare occupandosi allo stesso tempo di un nucleo familiare.

Forse c'è stata un'evoluzione dal punto di vista etico, o molto più semplicemente le nuove regole del mercato del lavoro hanno costretto gli imprenditori a riformulare l'impego dei dipendenti, adattando il loro orario e le loro mansioni a una flessibilità più marcata, fatto sta che sono convinta sia questa la direzione da intraprendere per far sì che il welfare aziendale possa finalmente concedere alle persone quella tranquillità e sicurezza che permetterebbe loro di conciliare al meglio la vita privata. E' un'ovvietà rilevare, infatti, come un dipendente sereno e soddisfatto del proprio lavoro sia in grado di avere performances migliori e, quindi, contribuire alla crescita di tutta l'azienda.

Ad esempio, parlando dell'estensione del congedo parentale che si vorrebbe prolungare fino alle 38 settimane, si è recentemente espresso Giuliano Bonoli, professore all'Istituto di Alti Studi per l'Amministrazione Pubblica a Losanna, affermando che “la proposta risponde chiaramente ad un bisogno reale della popolazione: le attuali 14 settimane di assicurazione maternità sono insufficienti; la maggior parte dei genitori ritiene sicuramente che a solo 4 mesi un bambino è ancora troppo piccolo per essere lasciato al nido”. Riferendosi all'impatto economico di tale manovra aggiunge poi che “la Germania è l’ultimo paese che ha introdotto un congedo parentale esteso, di 52 settimane, ovvero un anno. Ebbene non mi sembra che l’economia abbia sofferto... Certo il congedo parentale ha un costo, ma anche benefici sull’economia. Forse non in modo diretto, ma in quanto contributo alla realizzazione di condizioni quadro favorevoli alla conciliazione fra lavoro e vita familiare[3].

Simona Grossi

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Tue, 20 Nov 2018 17:50:19 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/473/1/la-conciliazione-vita-lavoro-i-nuovi-termini-del-decreto-dignita simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’innovazione sociale, un nuovo motore per le imprese https://www.simonagrossi.net/post/472/1/l-innovazione-sociale-un-nuovo-motore-per-le-imprese

Viviamo un'epoca che ha assunto e sta assumendo nuovi modelli di organizzazione e gestione degli attori sociali collettivi, come possono essere ad esempio le aziende. Nasce un'idea in grado di creare nuove collaborazioni e networks venendo comunque incontro ai bisogni sociali, e si basa sulla creazione collettiva di valore attraverso l'innovazione sociale.

Il nuovo stile d’imprenditorialità di se stessi e lo sviluppo di modelli aziendali, organizzazioni, e processi dove gli interessi personali e di business vengono coniugati con i benefici per le comunità contribuendo a rispondere anche agli obiettivi globali di sviluppo sostenibile.

Il cuore delle imprese è sempre più sociale e attento alle comunità locali. Lo afferma il Terzo Rapporto dell’International Center for Research on Social Innovation, redatto da LUISS Guido Carli University e Italiacamp[1].

La convergenza tra una tecnologia abilitante, la disponibilità in tempo e talento, e l’adesione alla missione aziendale implicano tutte un modello organizzativo basato sulla congiunzione propositiva dei singoli attori che fanno parte dell'organizzazione stessa. E' soprattutto, quindi, un'innovazione relazionale quella variabile in grado di accrescere il valore complessivo, dove per questa si intende "l’innovazione che nasce al di là delle procedure formali di stakeholder engagement e riguarda i diversi tipi di relazione attivati dalle aziende con soggetti esterni, spesso per sviluppare soluzioni a problemi sociali che le interessano da vicino", stando alla definizione di Matteo Giuliano Caroli, direttore del Center for Research on Social Innovation.

Applicare un nuovo modello d’innovazione alle imprese rappresenterebbe un megafono per la platea delle aziende collaboranti, al fine di operare una diffusione dell'informazione capillare e aumentare così il numero d’imprese disponibili a progettare con successo strategie d’innovazione sociale. Consentirebbe inoltre di partecipare ad un progetto internazionale di condivisione tra domanda e offerta di innovazione, applicando cioè logiche di mercato in grado di portare un empowerment valoriale.

Si punta quindi alla condivisione con tutti gli attori nazionali delle innovazioni delle aziende appartenenti a questo network, al fine di supportare lo sviluppo sostenibile della singola impresa e contribuire alla crescita economica e sociale dei territori, il tutto contribuendo allo sviluppo di una rete di Social Innovator su scala nazionale.

In Italia esiste un'associazione, la Social Innovation Society, che fa proprio questo: propone lo sviluppo e l’applicazione di un nuovo paradigma sociale che coinvolga cultura, politica ed economia. Porre come punto di partenza la cultura per SIS significa ribaltare il sistema di design, pianificazione e progettazione e il metro delle valutazioni ora centrate su sviluppi prettamente economici[2], al fine di apportare un plus valoriale che sia a 360 gradi.

Condivido a pieno questa linea operativa, convinta che sia il modello che più degli altri possa aprire scenari positivi per il futuro, sia in un'ottica sociale che nei confronti più specifici del mondo imprenditoriale. Lo stesso Gruppo Green Holding S.p.A, che contribuisco a dirigere, si muove esattamente su questa linea. Una partecipazione orizzontale tra tutti i soci che con le loro differenti esperienze e necessità contribuiscono ad apportare costantemente quel surplus d’innovazione in grado di guidare l'organizzazione tutta ad una crescita di fatturato e di competenze, singole e di insieme.

Simona Grossi

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Thu, 15 Nov 2018 17:43:35 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/472/1/l-innovazione-sociale-un-nuovo-motore-per-le-imprese simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Conciliazione vita-lavoro, ecco gli sgravi contributivi dell’INPS https://www.simonagrossi.net/post/471/1/conciliazione-vita-lavoro-ecco-gli-sgravi-contributivi-dell-inps

Lo scorso 15 settembre è scaduta la possibilità per i datori privati che hanno introdotto nell'impresa le varie misure di conciliazione vita-lavoro per i propri dipendenti di inoltrare all'INPS la domanda per usufruire degli sgravi contributivi previdenziali.

Si è trattato di una richiesta telematica, da trasmettere tramite il modulo di istanza online sotto la voce Conciliazione Vita-Lavoro presente all'interno dell'applicazione DiResCo - Dichiarazioni di Responsabilità del Contribuente. A partire dal prossimo 16 ottobre l'INPS comunicherà quindi l'esito della domanda, e il relativo importo dello sgravio, alle numerose imprese che ne hanno presentato la richiesta.

Per le aziende sarà sufficiente presentare la domanda contenente i dati identificativi, la data di sottoscrizione del contratto aziendale, quella dell'avvenuto deposito telematico del contratto presso l’Ispettorato territoriale del Lavoro territorialmente competente con relativo codice e la dichiarazione di conformità del contratto aziendale alle disposizioni del decreto interministeriale del 12 settembre 2017[1].

Attraverso la circolare n. 91 del 3 agosto 2018  l'Istituto ha infatti fornito le indicazioni operative per accedere a questo sgravio contributivo, così come previsto dal decreto interministeriale del 12 settembre 2017 a vantaggio delle aziende sottoscriventi contratti collettivi aziendali (anche in recepimento di contratti collettivi territoriali). In questa circolare erano contenute le misure migliorative rispetto alle previsioni di legge, del CCNL rispettivo o di contratti collettivi aziendali stipulati in precedenza, il tutto per favorire la conciliazione tra la vita lavorativa e quella privata[2]. Il presupposto del contratto aziendale è che deve riguardare una quantità di dipendenti equivalente almeno al 70% della media di lavoratori occupati, in termini di forza aziendale, durante l'anno civile precedente. E' poi sottinteso come per accedere allo sgravio sia necessario per l'azienda possedere i requisiti di regolarità contributiva attestati mediante il D.U.R.C[3].

Questo bonus conciliazione vita-lavoro andrà quindi a incentivare le misure che fungono da facilitatori al suddetto sgravio, che subentrano nell'area di intervento della genitorialità come l'estensione temporale del congedo di paternità con relativa indennità o come quella riferita al congedo parentale, sia in termini temporali che, come sopra, di integrazione della relativa indennità.

Verranno poi premiati nidi d'infanzia, asili, spazi ludico-ricreativi all'interno dell'azienda o interaziendali, così come i percorsi formativi mirati al rientro dal congedo di maternità. Altre misure si annoverano nell'elargizione dei buoni per l'acquisto di servizi di babysitting, nella concezione di flessibilità organizzativa ai dipendenti o nel lavoro agile (quali, ad esempio, la flessibilità oraria di entrata e uscita, o il lavoro part-time), la dotazione di una banca ore interna o la cessione solidale dei permessi con integrazione da parte dell'azienda. Facilitatori dello sgravio possono essere anche l'attenzione nei confronti del welfare aziendale, la sottoscrizione di convenzioni per l'erogazione di servizi di time saving o di strutture e buoni volti ai servizi di cura.

Da specificare, poi, come il bonus di conciliazione non si calcoli attraverso la retribuzione dei dipendenti, ma attraverso una riduzione dei contributi per lo stesso titolare, stimati attraverso il numero complessivo dei datori di lavoro ammessi allo sgravio, oltre che alla loro struttura aziendale.

Per ogni titolare, nello specifico, ci saranno due diverse articolazioni di bonus, suddivisi rispettivamente in due quote. La quota A si calcola dividendo il 20% delle risorse finanziarie (che per l'anno corrente si stimano sui 54.600.000 euro) per la quantità di aziende ammesse ai bonus. La quota B, invece, si ottiene ripartendo l'80% delle risorse finanziarie di ogni anno a seconda della media dei dipendenti occupati dallo stesso datore di lavoro durante l'anno precedente alla domanda. Parliamo quindi del risultato della somma della media dei dipendenti, diviso per l'80% delle risorse finanziarie, moltiplicato per la media occupazionale di ciascun datore di lavoro. La somma delle due quote associata porterà allo sgravio fruibile dal titolare.

Quest'ultimo, a sua volta, non potrà superare il 5% della retribuzione imponibile a scopi previdenziali dell'anno precedente la stessa domanda. Tutto ciò che risulterà al di fuori di tale quota verrà ridistribuito, mediante i criteri della quota B, per i datori di lavoro che non avranno ancora raggiunto il massimo della soglia, il tutto fino all'esaurimento delle risorse o al raggiungimento limite di tutti i titolari ammessi. Naturalmente sarà la stessa INPS a occuparsi del calcolo[4].

Da un punto di vista aziendale si chiude quindi il cerchio dei vantaggi che una corretta amministrazione di questa conciliazione può apportare, perseverando allo stesso tempo il proprio welfare interno e quindi il benessere dei suoi dipendenti. Sono infatti azioni di conciliazione dei tempi di ogni intervento volto a facilitare i lavoratori e le lavoratrici nei riguardi della loro personale armonizzazione.

La conciliazione interna alle organizzazioni si pone come uno strumento indispensabile alla crescita delle stesse, sia che la si guardi da un punto di vista della qualità del prodotto o servizio offerto, sia che invece ci si concentri sul benessere organizzativo e di qualità di vita. Questo è dimostrato anche da ricerche sul campo, quale ad esempio quella di Beauregard e Henry del 2009, che ha determinato come l'applicazione di azioni volte all'upgrade dell'equilibrio azienda-vita sia direttamente proporzionale all'innalzamento delle performance aziendali e all'attrattività del personale nello step inerente al recruitment. Altri ricercatori come Bevan (1999) annoverano tra i benefici anche la riduzione di assenze per malattie, la fidelizzazione dei dipendenti, la crescita produttiva, l'innalzamento della motivazione e del benessere, mentre altri, come Piazza nel 2007, hanno attestato in questa pratica una maggiore valorizzazione delle risorse umane, un più ampio coinvolgimento ed impegno sul posto di lavoro, così come un rilevante sviluppo del capitale sociale.

In ultimo, un dipendente adeguatamente conciliato sarà più predisposto ad assumersi maggiori responsabilità e a rendersi disponibile nel periodo di picco produttivo, come testimoniato dalla ricerca di Søndergård Kristensen del 2010[5].

Tutto lascia pensare, quindi, che si stia finalmente percorrendo la giusta via capace di legare gli interessi e i diritti di imprese e lavoratori, ed è un bene sia per quanto riguarda i diritti di tutti sia per quella che speriamo possa rappresentare la definitiva rinascita economica del Paese.

Simona Grossi

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Mon, 5 Nov 2018 18:26:16 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/471/1/conciliazione-vita-lavoro-ecco-gli-sgravi-contributivi-dell-inps simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Da una gerarchia verticale verso una nuova organizzazione orizzontale, il futuro delle aziende riparte da qui https://www.simonagrossi.net/post/470/1/da-una-gerarchia-verticale-verso-una-nuova-organizzazione-orizzontale-il-futuro-delle-aziende-riparte-da-qui

Il contesto odierno del mondo del lavoro registra una percentuale sempre maggiore di aziende emergenti che presentano al loro interno una organizzazione orizzontale e trasversale di ruoli e competenze, un nuovo assetto collaborativo ad alto tasso di innovazione che rigetta quei dogmi che da sempre hanno contraddistinto il management classico e che prevedevano una struttura rigidamente a cascata, gerarchica e piramidale.

Anche l'Italia, da sempre un Paese con un'imprenditoria conservatrice, con strutture organizzative verticali nelle quali le attività venivano raggruppate a seconda del lavoro svolto in un flusso processuale statico che andava sempre dal basso verso l'alto, si sta affacciando oggi verso un rapido cambiamento che abbatte la classica gerarchia. Vengono eliminate in questo modo le distanze tra i manager e i lavoratori del nucleo operativo, abbattendo in questo modo gli ostacoli processuali che la gerarchia dell'autorità imprimeva al management, e sviluppando al contempo tutta una serie di skills individuali che prima rimanevano celate e depotenziate.

Una volta che svaniscono i confini tra gli impieghi, visto che il lavoro si avvale della collaborazione trasversale tra mansioni e settori di diversi membri di un ampio ventaglio di aree funzionali, queste strutture diventano anche learning organization, essendo progettate per il continuo apprendimento, e quindi acquisiscono al loro interno la spinta propulsiva necessaria al cambiamento e all'adattamento al nuovo contesto che muta.

Per lo stesso motivo vanno ridirezionati i flussi di controllo e di potere, dal momento che la mansione, prima definita dal vertice e assegnata a un sottoposto, diventa ora un compito secondario rispetto alla conoscenza e controllo del ruolo. E' questo che rende l'incaricato a svolgerlo un qualcosa di diverso, un'integrazione al sistema-azienda, una parte indispensabile di un sistema sociale. Ora il frutto del lavoro diventa discrezionale e responsabile, e per essere raggiunto come obiettivo passa inevitabilmente attraverso il giudizio e l'abilità di chi lo svolge. Perché i ruoli, ormai trasversali all'interno delle learning organization, assumono connotati ridefiniti e adattati, così come la conoscenza e il controllo dei compiti saranno attribuiti ai lavoratori anziché ai dirigenti.

C'è un incoraggiamento al lavoro e al problem solving di gruppo, andando a incrementare e a favorire ogni forma propedeutica di comunicazione interna informale e diretta.

A differenza dei sistemi a gerarchia verticale, dove le distanze tra reparti e competenze sono ampie e la mole d’informazioni è gestita attraverso strutture rigide e formali, in questo management orizzontale la circolazione dei dati avviene in maniera diffusa e ottimizzante, così da coinvolgere il maggior numero di persone nei processi aziendali e alimentare una vision condivisa e valorizzata.

Per stimolare questa visione comune occorrerà che i dirigenti aprano quindi più canali di comunicazione possibili, sia nei confronti del personale che di tutti gli stakeholders esterni, chiamati anche loro a farsi portavoce dei principi fondanti l'impresa.

Promuovendo questa visione comune, quindi, ogni dipendente dell'azienda che entrerà a contatto con colleghi, fornitori, o qualsiasi individuo che vi interagisca, il modo di agire di chi condivide la visione aziendale sarà parte integrante e pilastro fondamentale dello sviluppo strategico dell'impresa, partecipando attivamente, in questo modo, non solo al contributo del processo decisionale ma anche all'efficacia dell'intera organizzazione.

Ogni tassello aziendale è consapevole dell'intero sistema, e così questo flusso dinamico e cosciente di risorse e informazioni si rende più adatto ad ogni possibile cambiamento esterno.

In queste organizzazioni orizzontali il personale riceverà quindi appagamento e soddisfazione nei confronti del proprio ruolo, rendendo l'impresa un ecosistema sociale capace di generare relazioni di fiducia e di potenzialità che si mantengono sul rispetto e l'attenzione nei confronti del prossimo. Ne scaturisce sicuramente un rispetto nei confronti delle competenze altrui che rappresenta il bacino ideale per generare la volontà di assumersi responsabilità, di incoraggiare l'apprendimento, e di mantenere un atteggiamento propositivo nei confronti del lavoro e della crescita di tutto il sistema[1].

Il tutto in un contesto dove lo sguardo dei mercati non verte più esclusivamente sui prodotti, ma si allarga soprattutto all'esperienza di consumo del cliente, che da tutto il mondo potrebbe relazionarsi con l'impresa. Per fare una citazione, c'è stato un deciso cambiamento della visione di Ford che soleva dire che "i clienti possono avere l'auto di tutti i colori che vogliono purché sia nera"[2].

Oggi le strutture del lavoro si stanno quindi ridefinendo, com'è d'altronde evidenziato anche dal report Executive Trends 2018 di Page Executive, divisione boutique di PageGroup azienda leader della ricerca e selezione di top manager.

A giudicare da questo documento, che riporta le indagini svolte su 150 manager in 24 differenti Paesi del mondo, tra le due principali sfide che devono affrontare i vertici aziendali per sopravvivere alla complessità del mondo del lavoro e del mercato, ci sono proprio la cultura armonizzata tra il personale e un'ottimizzazione della rigida struttura aziendale.

E' giusto quindi concentrarsi su una più ampia agilità, su una più stretta e cooperativa connessione tra i diversi ruoli interni, su una responsabilizzazione dei dipendenti e sull'incentivazione dello sviluppo di prodotti e servizi in grado di anticipare le richieste di mercato. “Il rapporto mostra che vi è una chiara necessità per le aziende di creare l’ambiente giusto per i dipendenti, anziché concentrarsi sul contesto congeniale ai manager”, ha spiegato Stefano Cavaliere, Associate Partner di Page Executive. “Una struttura più piatta responsabilizza il personale, ma non si limita a questo. Poiché sono necessari meno ruoli dirigenziali, il modello risulta altamente efficace in termine di costi oltre a rendere l’organizzazione più snella e agile[3].

Simona Grossi

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Fri, 2 Nov 2018 17:18:53 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/470/1/da-una-gerarchia-verticale-verso-una-nuova-organizzazione-orizzontale-il-futuro-delle-aziende-riparte-da-qui simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’uguaglianza di genere è ancora un miraggio https://www.simonagrossi.net/post/469/1/l-uguaglianza-di-genere-e-ancora-un-miraggio-

Nonostante si stiano facendo numerosi passi in avanti sul tema dell'azzeramento del gap socioeconomico, l'uguaglianza di genere rimane ancora un miraggio nella sua applicazione pratica, e così il 25 settembre scorso è stato presentato al Senato della Repubblica il Ddl che prevede la nascita di una Commissione ad hoc sui diritti delle donne.

Il quadro attuale vede la persistenza di una forte disparità tra lo stipendio delle donne e quello degli uomini, un gap che, secondo il World Economic Forum (Wef), al ritmo attuale finirà per essere colmato soltanto tra 217 anni, come riferito durante il Global Gender Gap Report 2017. L'Italia è in forte peggioramento, ed è recentemente crollata all'82° posto dei 144 Paesi esaminati dopo che nel solo 2015 ricopriva la 41° posizione.

Sono diversi i settori analizzati, dall'educazione alla salute passando per il lavoro, per l'aspettativa di vita e per la scalata al potere in politica. Gli indizi portano chiaramente a una recessione nazionale sul tema del divario di genere tra uomini e donni in merito alle opportunità, allo status e alle attitudini. In particolar modo, se andiamo a focalizzarci sul fronte del lavoro e delle retribuzioni, scopriamo che è proprio in questo ambito che il solco diventa più profondo. Il report evidenzia come ci sia "una percezione molto bassa della parità salariale per un lavoro simile tra i sessi", facendo scivolare il nostro Paese al 126° posto sui 144 disponibili.

Dall'analisi del Wef si scopre quindi che la percentuale di lavoro quotidiano non pagato sfiora il 61,5% per le donne in confronto alla soglia del 22,9% raggiunta dall'altro genere[1].

Sono invece quattro su dieci le giovani donne italiane tra i 25 e i 29 anni che risultano essere inattive, cioè prive di studio e di lavoro, mentre tra gli uomini la percentuale scende al 28%, e tutto ciò ci annovera tra i dislivelli maggiori dell'area OCSE[2].

Anche sui temi salute e sopravvivenza, in appena un anno si è passati dal 77° posto all'attuale 123°. Così come ricopriamo il 90° posto in partecipazione alla forza lavoro, e addirittura il 103° per salario percepito. Anche sull'istruzione il divario è impressionante, evidenziando un rapido declino dalla 27° alla 60° posizione e una percentuale maschile in netta superiorità sia per quanto riguarda la partecipazione scolastica che l'accesso al mondo del web.

A peggiorare i dati nazionali ci pensano quelli mondiali, in quanto come spiegato dallo stesso Wef " per la prima volta" da quando esiste questo Report "il divario di genere globale si è ampliato", un dato questo in controtendenza con quello del progresso che è in lento aumento in tutto l'ultimo decennio[3].

Tutto questo ha quindi reso necessario, come anticipavo, l'istituzione al Senato della Commissione parlamentare dei diritti della donna e dell'uguaglianza di genere. E così la Consigliera di Parità e Autorità per i diritti e le pari opportunità della Regione Molise Giuditta Lembo è stata invitata personalmente all'incontro svoltosi lo scorso 25 settembre, dichiarando come si stia formando "la Commissione che nasce da un accordo politico trasversale tra diverse parlamentari, in un momento in cui si sta da più parti denunciando che l'Italia ha la peggiore performance quanto ad azioni e politiche di pari opportunità tra uomini e donne".

"Ad essere prese in considerazione", ha poi aggiunto la Consigliera, "sono state le disparità sul lavoro, sia in termini di partecipazione sia di salari, la rappresentanza politica e la salute. La situazione italiana è peggiore anche di quella di Grecia (78°), Belize e Madagascar, e supera di poco  Birmania e Indonesia".

Tra i lavoratori che non cercano occupazione spicca un 60,5% appartenente al genere femminile, mentre il lavoro giornaliero delle donne conta 60 minuti in più di media rispetto a quello maschile, con l'aggravante che il 61% del lavoro delle donne non è pagato, dato che scende al 23% se guardiamo agli uomini.

"La nascita di una Commissione permanente", precisa la Lembo, "che monitori e analizzi, proponga e solleciti il Governo, affinché si intervenga urgentemente sulle questioni quali occupazione femminile, salute della donna, rappresentanza di genere in politica, è ormai una necessità, una esigenza improcrastinabile. Una Commissione che verifichi tutti gli atti emanati dalle Camere affinché nessun provvedimento possa celare un discrimine legato all'essere uomo o donna e simile al modello europeo della Commissione per i diritti della donna e l'uguaglianza di genere femminile".

La Commissione sarà così occupata nel monitorare molteplici aspetti riguardanti l'eguaglianza di genere, dalla povertà femminile al gap salariale, dai servizi all'infanzia e alla famiglia alla sottorappresentanza nei processi decisionali, dalla maternità e salute fino alla tratta degli esseri umani. Il tutto con la collaborazione della Commissione d'inchiesta sulla violenza contro le donne e il femminicidio.

Ogni anno tale Commissione riferirà alle Camere avanzando modifiche della legislazione vigente per spingerla più in direzione della normativa dell'Unione Europea e delle Convenzioni internazionali.

"Alla luce di questa importante novità invito le Consigliere regionali molisane Calenda, Matteo, Manzo, Romagnuolo, Fanelli e Scuncio, a valutare la possibilità di proporre l'istituzione anche in Molise di una Commissione consiliare sulla tutela dei diritti della donna e dell'uguaglianza di genere alla luce degli ultimi dati riguardanti il tasso di disoccupazione femminile, l'emergenza di creare occupazione oltre che giovanile anche femminile va considerata sicuramente come priorità poiché è stato dimostrato che il lavoro delle donne è una risorsa per il nostro Paese. Non più perseguire la parità, ma le pari opportunità, vale a dire l'accettazione e la valorizzazione del fatto che c'è una differenza tra l'uomo e la donna e questa differenza non è da nascondere, da cancellare, ma da valorizzare e far valere all'interno di decisioni, di scelte, perché significa ottenere maggiori e migliori risultati, soprattutto in ambito professionale" ha affermato la Consigliera della Regione Molise.

"Sono state fatte varie indagini e calcoli, a dimostrare che il fatto che le donne non lavorassero quanto gli uomini, e non fossero pagate quanto loro, comportava un danno complessivo per il prodotto interno lordo del Paese che bloccava lo sviluppo e la trasformazione di una società che doveva avere necessariamente, al suo interno, le due componenti maschile e femminile, ognuna delle quali contribuiva al raggiungimento dei risultati. Auspico la nascita di un impegno trasversale all'interno del Consiglio regionale affinché avvenga qualcosa di significativo che faccia sì che anche gli organismi posti a tutela della parità e delle pari opportunità esistenti possano avere un interlocutore all'interno del Consiglio regionale quale una Commissione consiliare con la quale confrontarsi sulle tante questioni ancora da risolvere che riguardano il mondo femminile" ha quindi concluso[4].

Simona Grossi

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Mon, 29 Oct 2018 19:32:27 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/469/1/l-uguaglianza-di-genere-e-ancora-un-miraggio- simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Donne e innovazione sociale, una sinergia chiave per le aziende https://www.simonagrossi.net/post/468/1/donne-e-innovazione-sociale-una-sinergia-chiave-per-le-aziende

Un binomio che si è saputo integrare benissimo e che ha rappresentato per molte aziende la chiave di volta per uscire da un momento critico e da uno stallo economico è quello rappresentato dalle donne e dall'innovazione sociale.

Fortunatamente sono sempre di più le iniziative volte a favorire questo sviluppo imprenditoriale, valorizzandone quella sinergia che ne rappresenta il perno e, di conseguenza, incrementando quegli aspetti di crescita innovativa indispensabili per fare la differenza sul mercato.

Per citare una buona pratica, lo scorso marzo presso il Palazzo delle Stelline di Milano, attraverso la collaborazione con SIS Social Innovation Society, si è svolto l'evento Donne Impresa: entrare in rete e non cadere nella rete dell'esclusione digitale. Questa giornata ha coinvolto moltissime imprenditrici, e attraverso l'unità d’intenti di Confartigianato Lombardia e SIS, ha potuto ospitare un importante appuntamento didattico sulle imprese al femminile e i loro canali di inclusione, condivisione e innovazione[1].

Ad aprile, poi, Torino ha ospitato Move It Forward, un weekend di formazione sull'avviamento digitale delle donne gestito dall'acceleratore digitale femminile europeo inQube. L'iniziativa, promossa da WEP, APID e Digital Leadership Institute, è stata supportata da aziende tecnologiche innovative, organizzazioni no profit e network digitali misti, e ha avuto come obiettivo quello di permettere a donne di qualsiasi età di acquisire le competenze per competere nel mercato del lavoro come imprenditrici e leader digitali, così da promuovere e farsi portavoce di una necessaria innovazione sociale delle comunità[2].

Si spera che il frutto di questi eventi possa rappresentare una nuova onda di imprenditrici in grado di fare business rimanendo sempre attente su una crescita valoriale e etica della società, sulla scia dei numerosi esempi che, fortunatamente, già popolano i casi di cronaca e le pagine economiche del nostro Paese.

Di recente, infatti, EconomyUp.it ha raccontato molte storie di start-up made in italy ideate da donne che indicano una possibile via a un nuovo modello d’impresa e di sfida ai mercati. Sono aziende che hanno raggiunto ottimi risultati, e che si fanno portavoce di competitività, senso del dovere, accuratezza e intelligenza operativa, tutte quelle cosiddette soft skills tipiche del genere femminile.

E' l'esempio di Benedetta Bruzziches, che da Caprarola in provincia di Viterbo dirige a 28 anni un brand di borse a suo nome, il tutto dopo aver fondato un'impresa capace di dare lavoro a un intero paese che si pone come eccellenza nel campo dell'artigianato e della moda alternativa. “La mia missione è fare una piccola rivoluzione culturale che contribuisca a cambiare la sensibilità e a ricostruire attraverso la moda la nostra identità di artigiani. Io, con le mani, ho sempre realizzato tutto ciò che ho sognato e immaginato. Lo possono fare tutti” ha dichiarato in una recente intervista.

Un altro esempio è rappresentato da Selene Biffi, ventiduenne che con un fondo di partenza di 150euro ha fondato a Kabul una scuola basata sullo storytelling, generando posti di lavoro e promuovendo allo stesso tempo il patrimonio locale, tanto da vincere il premio Rolex e aggiudicarsi il finanziamento di Renzo Rosso.

Per non parlare di Erica Palmerini, vincitrice dell'Oscar della tecnologia e docente di diritto privato al Sant'Anna di Pisa, che attraverso RoboLaw si è aggiudicata il World Technology Award andando a analizzare le implicazioni giuridiche, etiche e sociali dell'informatica robotica emergente.

Continuando la lista troviamo Barbara Labate, fondatrice di un sito, Risparmio Super, che confronta i prezzi di diversi supermercati permettendo ai consumatori un notevole risparmio di tempo e denaro. “Ho fatto boom grazie alla crisi perché il risparmio è un imperativo delle famiglie italiane” ha dichiarato l'imprenditrice dopo che l'applicazione, naturalmente, ha sbancato il web store.

Anche il sud è patria dell'innovazione sociale, come dimostra Mariarita Costanza che in Puglia ha fondato Macnil, un'azienda impiegata dapprima sulle tecnologie per la localizzazione satellitare, e che ora si sta concentrando sulla telemedicina con il primo defibrillatore mobile mai realizzato in grado di essere comandato e localizzato da remoto.

C'è la Wind Business Factor che ha finanziato 500mila euro tramite la Finanziaria Laziale di Sviluppo a Mary Palomba e la sua Maison Academia, una piattaforma che consente a chi si occupa di moda di commercializzare i propri capi sul web. E' un mercato che si stima intorno ai 300miliardi di dollari, e l'imprenditrice può in questo modo puntare a promuovere il marchio italiano confermandoci come una delle eccellenze mondiali.

Il mondo della moda può sentirsi rappresentato anche da Sara Giunti, giovane stilista di Roma che ha saputo coniugare il settore con quello dell'informatica per fondare, attraverso il finanziamento di Final S.p.A, l'ED, un marchio di borse con led e attacchi USB.

Nella lista di EconomyUp.it figura anche Mara Branzanti, un autentico talento del nostro Paese, vincitrice del Google Summer of Code, un concorso per studenti sviluppatori. Grazie a questo riconoscimento la studentessa di Geomatica della Sapienza contribuisce oggi al progetto di un software destinato alla navigazione satellitare dell'europea Galileo[3].

Tutti questi casi rappresentano un chiaro segnale di come, nel contesto odierno, la chiave per il successo imprenditoriale passi in moltissimi casi attraverso il potenziale innovativo apportato dalle capacità manageriali delle donne. E visto e considerato che, purtroppo, persiste ancora una notevole disparità di welfare e stile di vita tra i generi, è facile intuire come l'Italia stia sprecando un incredibile opportunità di sviluppo economico e sociale.

Simona Grossi

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Thu, 25 Oct 2018 18:11:31 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/468/1/donne-e-innovazione-sociale-una-sinergia-chiave-per-le-aziende simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Numeri impietosi sulla differenza di genere, anche l’Italia deve migliorare https://www.simonagrossi.net/post/467/1/numeri-impietosi-sulla-differenza-di-genere-anche-l-italia-deve-migliorare

Per analizzare il fenomeno della differenza di genere e aprire definitivamente gli occhi riguardo a un'ingiustizia che ci costa attendibilità sia a livello economico sia, soprattutto, sociale, si può tranquillamente scegliere di partire dalle parole di chi, il genere femminile, riesce ad elevarlo e a metterlo su un piano quantomeno equivalente a quello maschile.

E' il caso dell'ultima vincitrice del Premio Nobel per la Fisica, Donna Strickland, che alla domanda se fosse meravigliata di essere solo la terza donna ad aver avuto quel riconoscimento, ha tuonato "come faccio a essere sorpresa, se tutti i giorni della mia vita quando mi guardò intorno, sono circondata solo da uomini? Ecco, vedere troppi uomini, anche questo in effetti è un problema. Quand’è che cominceremo sui giornali a vedere più donne, nei titoli e nelle immagini? Donne scienziate, manager, economiste, medici, ingegneri, banchieri".

Se andiamo ad analizzare i dati fuoriusciti dal report di Statistica, che a sua volta riprendeva un articolo del World Economic Forum, infatti, nonostante gli ultimi Nobel per la Chimica a Frances Arnold e per la Pace a Nadia Murad, il divario tra i due generi è ancora impietoso. Sono 854 i Nobel ritirati dagli uomini, soltanto 50 quelli vinti dalle donne. Sembra una vera e propria conferma del patriarcato dell'Accademia quella che registra un 97% di premiazioni maschili al Premio più ambito.

Un altro dato allarmante e, da una parte, esplicativo, è quello che ci mostra come le pubblicazioni scientifiche vedono gli scienziati uomini autocitarsi il 56% delle volte in più rispetto alle loro colleghe. Naturalmente è scontato dire che gli uomini sono anche più presenti sui media e nei convegni[1].

Per accorgerci di tutto ciò ci basta guardare dentro i nostri confini, perché concentrandoci sugli ultimi dati si vede chiaramente che la situazione è ben più grave di quanto si immagini.

L'ultima analisi di Das, compagnia di Generali Italia specializzata nella tutela legale, ci dice che, ad esempio in Sardegna, l'85% dei dirigenti aziendali sono uomini, in Lombardia e nel Lazio le donne ai vertici rappresentano il solo 17%, in Basilicata il 19%-

L'isola sarda è la seconda regione italiana con la percentuale maggiore di dirigenti sopra i cinquant'anni (68%), dopo il Molise che registra ne registra un tasso del 73%, ma prima di Umbria e Valle d'Aosta ferme, se così si può dire, al 67%[2].

"È vero che, ancora oggi, le possibilità date alle donne di rivestire ruoli di responsabilità sono inferiori rispetto ai loro colleghi. Ci arrivano però prima, quando sono più giovani, perché devono anticipare il periodo che poi coincide con la maternità vissuta dalla società come un rallentatore che crea disparità" ha spiegato a MeridioNews Ornella Laneri, presidente della delegazione siciliana dell'Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d'Azienda (Aidda).

E' sottinteso come il gender gap raggiunga il suo apice proprio in quel momento, e cioè quando le donne arrivano al bivio che separa la famiglia dalla carriera.

Fortunatamente esistono casi virtuosi, come quello siciliano di Orange Fiber, un'impresa di Catania che si occupa di produrre il primo tessuto ecosostenibile derivante dalla lavorazione delle centinaia di migliaia di tonnellate di agrumi scartati dalla trasformazione agrumicola. Nata nel 2014 da una tesi di laurea dell'attuale Ceo Adriana Santanocito, l'azienda si è sviluppata con la collaborazione della responsabile marketing, comunicazione e foundrising Enrica Arena. "Nella mia esperienza l'essere donna non ha mai inciso: fossi stata un uomo, sarebbe stata la stessa identica cosa" ha voluto precisare la stessa Santanocito, che dallo scorso giugno a Catania ha anche avviato Terziario Donna Confcommercio con la collaborazione di altre sei imprenditrici del territorio.

"Non abbiamo mai pensato di preferire un uomo a una donna, o viceversa, altre aziende lo fanno di continuo guidate dallo stereotipo che penalizza le donne perché avrebbero meno tempo da dedicare al lavoro per non sottrarlo alla famiglia. Il punto su cui focalizzarsi è ripensare una flessibilità nel lavoro che vada oltre i concetti di femminismo e maschilismo che dovrebbero oramai essere superati" ha poi aggiunto.

Gli episodi di disparità di genere continuano a essere, però, ancora troppi.

"Me ne accorgo da episodi di vita quotidiana. Capita, per esempio, che collaboratori o fornitori più grandi di età e con più esperienza professionale, nel vederci donne, abbiano qualche titubanza. La differenza con i nostri colleghi uomini è che veniamo ascoltate con più facilità, ma veniamo prese sul serio solo se dimostriamo credibilità, professionalità e competenze" è stata la dichiarazione della Ceo di Orange Fiber.

"Per avvicinarsi a una parità che sembra essere ancora lontana bisogna lavorare concretamente sulle pari opportunità, a partire dalla creazione di asili nido direttamente all'interno delle strutture delle aziende. Ci sono ancora troppe donne costrette dalle circostanze a dovere scegliere tra maternità e carriera", è stata la conclusione dell'intervista di Ornella Laneri[3].

Una posizione che mi sento di condividere, per continuare a lanciare un allarme che renda definitivamente oggettivo agli occhi di tutti come il gender gap rappresenti ancora un enorme ostacolo alla realizzazione di un'evoluzione, sia dal punto di vista imprenditoriale che da quello umano, certamente più importante.

Simona Grossi

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Mon, 22 Oct 2018 17:21:07 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/467/1/numeri-impietosi-sulla-differenza-di-genere-anche-l-italia-deve-migliorare simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Il management al femminile sviluppa la comunicazione e rappresenta un vantaggio di business https://www.simonagrossi.net/post/466/1/il-management-al-femminile-sviluppa-la-comunicazione-e-rappresenta-un-vantaggio-di-business

Da diversi anni ormai è appurato come l'ingresso, la permanenza, e soprattutto la gestione nel management aziendale al femminile sia una componente in grado di generare valore e incremento di business per tutte le imprese che, indipendentemente dal settore nel quale operano, vogliono fare quel passo in più sul mercato e sopravvivere in questo contesto post-crisi.

Per fornire un esempio di come le agenzie stiano abbracciando questa nuova filosofia di fare business, Prysmian Group ha recentemente lanciato l’ottava edizione di Build the Future, un programma internazionale di recruitment che mira a selezionare giovani talenti e a dirigerli verso un percorso formativo professionalizzante mediante l'inserimento in contesti di lavoro di alta qualità.

Verranno selezionati 50 neolaureati in Economia, Business, Ingegneria, Fisica, Chimica, Matematica e Information Technology da tutto il mondo, attraverso la loro attitudine alla leadership, al coinvolgimento nel lavoro, alla predisposizione al cambiamento, il tutto mediante la digitalizzazione e l'innovazione come principali driver di crescita strategica.

Fino a qui nulla di particolare, se non che, come ha comunicato ufficialmente l'azienda stessa, “attraverso Build the Future Prysmian conferma l’impegno nel promuovere il valore della gender diversity: il 42% delle assunzioni del 2017 è rappresentato da donne e per il 2019 il target di presenza femminile è fissato al 50%”.

Ne esce un quadro piuttosto chiaro, che ci dice come anche le maggiori agenzie di recruitment hanno puntato decisamente sulla parità di genere e sull'innalzamento della quota femminile, sia da un punto di vista prettamente quantitativo, sia soprattutto per quanto riguarda l'inserimento di figure manageriali dotate di un peso decisionale all'interno degli alti quadri aziendali.

Il programma, infatti, dopo i primi tre anni di turnazione nei paesi di origine, punta a far si che le risorse assumano gradualmente ruoli sempre maggiori di management o in ambito tecnico, utilizzando criteri basati su valutazioni della performance, inclinazioni personali, obiettivi raggiunti e esigenze aziendali.

Questo gruppo si conferma così promotore di importanti iniziative che vanno dall'inclusione e dalla diversity, come ad esempio il progetto Side by Side, al reclutamento global attraverso, oltre a Build the Future, anche Make It e Sell It, rivolti questi ai migliori talenti nel settore manifatturiero e commerciale.

Crediamo fortemente nell’importanza del contributo dei giovani [e delle donne] in termini di idee e innovazione. Anche loro è il compito di accelerare l’evoluzione della nostra società rendendola più competitiva, ma anche più accogliente e integrata nelle comunità nelle quali operiamo. Per questo vogliamo individuare e valorizzare i migliori talenti a livello internazionale, dando loro l’opportunità di confrontarsi con una realtà aziendale innovativa e multiculturale come la nostra” ha comunicato nel merito Fabrizio Rutschmann, Chief Human Resources Officer di Prysmian Group[1].

E' infatti la capacità di sviluppare e incrementare le cosiddette soft skills a rendere il genere femminile il più propenso nella gestione attuale dei rischi e delle problematiche che quotidianamente si presentano nei contesti aziendali. Tra queste, una caratteristica fondamentale risulta proprio la comunicazione tra reparti e gerarchie, in grado di generare engagement e aumentare le performances dell'intera impresa.

Questo dato è riportato anche da una ricerca biennale svolta dal Working Group Employee Communication dell’Università Iulm, che si è sviluppata attraverso due indagini separate e centinaia di casi di studio, tra aziende manifatturiere e attive nei servizi con più di cinquecento dipendenti, e circa centocinquanta addetti esaminati. Ne risulta che gli strumenti della comunicazione interna sono indispensabili per l'incentivazione del personale, e per i collaboratori gli incontri informali con il top management per stimolare feedback sulla vita aziendale figurano ancora come l'iniziativa più sostanziosa.

La comunicazione a cascata è vista in assoluto come il metodo più strutturato da parte dei responsabili che agiscono all'interno delle grandi organizzazioni, mentre per i collaboratori sono ancora preferibili le convention. Sono tutti dati, questi, che ci confermano come da parte dei dipendenti le occasioni di incontro con il management e il conseguente dialogo trasversale, al fine di trasferire informazioni o spiegare iniziative, strategie e obiettivi d'impresa, siano l'elemento di maggior impatto e aiutano decisamente a spingere l'intero personale verso un totale coinvolgimento delle dinamiche aziendali.

«Un dialogo franco e aperto" ha osservato in proposito Alessandra Mazzei, docente di Comunicazione d’impresa e Direttore dell’Osservatorio Employee Relations & Communication dell’Università Iulm, "è fondamentale per la relazione fra collaboratori e capi diretti ed è rilevante anche nella relazione con il top management" [2].

Le donne ai vertici, quindi, di norma più propense al dialogo e alla ricerca di spiegazione, favoriscono di gran lunga quest'aspetto rispetto ai loro corrispettivi maschili, e generano per questo un engagement maggiore e un progressivo miglioramento dell'ambiente lavorativo. Questo fa sì che si incrementino le performances, e, di conseguenza, che si abbia quel passo in più da un punto di vista strettamente di business (tralasciando qui tutti i discorsi sui benefici di un ambiente privo di stress) necessario alle imprese per affermarsi e sopravvivere sul proprio mercato di riferimento.

Simona Grossi

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Fri, 5 Oct 2018 12:46:52 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/466/1/il-management-al-femminile-sviluppa-la-comunicazione-e-rappresenta-un-vantaggio-di-business simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Il mercato punta sempre più verso processi di innovazione sociale: alcune buone pratiche di riferimento https://www.simonagrossi.net/post/465/1/il-mercato-punta-sempre-piu-verso-processi-di-innovazione-sociale-alcune-buone-pratiche-di-riferimento

Nel mercato post-crisi attuale nel quale le reti di imprese e organizzazioni si trovano a operare sta prendendo sempre più piede una nuova filosofia gestionale e processuale che si può racchiudere entro la sfera di quella che viene comunemente definita innovazione sociale. Per questa, stando alla definizione che ne danno Murray, Caulier Grice e Mulgan nel loro Libro Bianco sull'Innovazione Sociale, si intendono "le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa".

E' quindi diversa dall'innovazione tout court derivante dalla competizione di mercato e dall'ottimizzazione del profitto, e ha all'origine una serie di pressioni sociali esercitate da tutta una serie di bisogni insoddisfatti, di risorse inutilizzate, di emergenze ambientali o sociali. La lista dei servizi rispetto a queste categorie subisce (per una serie di motivi) un arresto della fornitura da parte del mercato e delle istituzioni, e quindi concede terreno a risorse e forze del privato sociale, all'imprenditoria dal basso, all'autorganizzazione delle comunità di cittadini attorno ai loro bisogni, il tutto per ottimizzare l'impiego delle risorse umane e ambientali per raggiungere una qualsivoglia di miglioramento sociale.

Parliamo quindi di un'applicazione funzionale e sostenibile di una rinnovata idea di prodotto, servizio o modello. Si ricercano idee che meglio si adattano al contesto socioeconomico per giungere a un plus valoriale per la società fruente, ed è un discorso che esula la semplice dicotomia profit/no profit in quanto basa il suo essere sul senso stesso di innovazione capace di avere il maggiore impatto positivo possibile per la società[1].

A oggi sono sempre di più i casi in cui realtà imprenditoriali o associative sfruttano e, anzi, puntano a implementare i meccanismi di innovazione sociale al loro interno, in quanto viviamo tempi in cui il mercato, saturo di offerta, premia, valorizza e fa sopravvivere soltanto chi è in grado di generare il suddetto plusvalore sociale.

Un esempio ce lo fornisce Interreg Central Europe, programma dell'Unione Europea, che lo scorso 11 settembre in occasione del Festival d'Innovazione Sociale ha presentato il Social Makers, una sorta di incubatore di iniziative di innovazione sociale.

Il progetto è finalizzato a soddisfare la necessità di risoluzione dei problemi sociali, ricorrendo a nuovi strumenti e dando risposte in tempi brevi. Ciò sarà possibile anche grazie alla collaborazione tra l’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico e il Democenter-Sipe” (la fondazione nata in collaborazione con l’Università di Modena e Reggio Emilia che sostiene le imprese nella realizzazione di attività di ricerca, innovazione e altri servizi), ha esplicitato Massimiliano Morini, Presidente dell’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico.

Attraverso la Social Innovation Accademy è prevista quindi la creazione di una comunità di innovatori sociali impiegati nella cittadinanza attiva, nell'imprenditorialità sociale, nella tecnologia e creatività per l'innovazione sociale, nella ricerca e nel coinvolgimento degli skateholders, e nella misurazione e finanza di impatto[2].

L'idea, quindi, è quella di creare un network che sinergicamente e dal basso cooperi nei rispettivi territori di riferimento per apportare un margine socioeconomico di crescita.

Un'altra buona pratica di settore è rintracciabile nel Forum Terzo Settore Martesana che nell'autunno prossimo organizzerà un itinerario che toccherà i temi centrali caratterizzanti le riflessioni sull'innovazione sociale. Parliamo quindi di tappe itineranti atte a promuovere la cultura della co-responsabilità e l'assoluta pertinenza dei legami sociali a fondamento di un nuovo concetto di welfare, più funzionale, sostenibile e generativo. Lo scopo è il coinvolgimento delle istituzioni, del terzo settore e delle imprese, che si genererà mediante un percorso di progettazione partecipata in grado di coinvolgere più di quaranta attori pubblici e privati dell'area, e che sarà promosso attraverso le relazioni di più di cento speakers provenienti dalle amministrazioni pubbliche, dalla politica, dalle imprese, dal volontariato e dalla cooperazione sociale[3].

Così come un altro ottimo esempio di incentivo all'innovazione sociale ci è dato dalla Banca Etica, che assieme a Fondazione Bruno Kessler, Fondazione Giacomo Brodolini ed Entopan, con il coordinamento operativo di Oltre Open Innovation Hub. ha da poco lanciato una call per le imprese al fine di accompagnarle verso una piena realizzazione attraverso attività di consulenza di livello e finanziamenti che possono arrivare fino a 700mila euro per ciascuna iniziativa. Una guida per start-up innovative e spin-off universitari, piccole e medie imprese, cooperative e aziende sociali, associazioni, fondi e enti del terzo settore, Innovare in Rete si declina in un programma che coniuga finanziamenti, investimenti e servizi di consulenza e accompagnamento per le iniziative di innovazione tecnologica che abbiano un significativo impatto sociale e ambientale[4].

Sembra quindi che si stia creando quel substrato valoriale in grado di apportare una nuova linfa di innovazione alle imprese e, più in generale, a tutti gli attori che operando in un contesto territoriale di riferimento riescono con il loro lavoro a generare la soddisfazione di uno o più bisogni nel sociale. Ed è questo un passaggio fondamentale per permettere al mercato, alla rete di realtà al suo interno, e più in generale a tutto il Paese di uscire definitivamente dalla crisi appena passata e riportare l'Italia a svolgere il ruolo di guida che le compete all'interno del panorama internazionale.

Simona Grossi

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Thu, 27 Sep 2018 17:32:23 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/465/1/il-mercato-punta-sempre-piu-verso-processi-di-innovazione-sociale-alcune-buone-pratiche-di-riferimento simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’innovazione sociale come motore per le organizzazioni https://www.simonagrossi.net/post/464/1/l-innovazione-sociale-come-motore-per-le-organizzazioni

Nel nostro Paese sta prendendo fortunatamente sempre più piede l'idea di innovazione sociale come motore portante di imprese e organizzazioni.

Non mancano infatti in Italia i progetti per l’innovazione, così come l’interesse a realizzarli.

A poche settimane dal via della call Innovare in Rete, ad esempio, sono già pervenute 120 candidature, la maggior parte startup innovative e spin off universitari (praticamente il 50%), imprese (circa il 20%) e soggetti di terzo settore (il restante 30%). Questo bando prevede la selezione di progetti imprenditoriali innovativi di alto impatto sociale e ambientale, da supportare tramite finanziamenti e guidare durante le fasi di sviluppo.

Per quanto riguarda i temi dei progetti, il maggior numero di essi sono concentrati sulla qualità della vita (quasi il 16%), poi vengono quelli incentrati su creatività e cultura (circa il 12%), welfare e agrifood (entrambi intorno al 9%). Sono pervenute anche tante proposte nei settori ict, salute e smart energy.

La call per queste proposte di innovazione sociale è partita lo scorso 10 luglio da Banca Etica, Fondazione Bruno Kessler, Fondazione Giacomo Brodolini ed Entopan, con il coordinamento operativo di Oltre Open Innovation Hub, il tutto con il fine di individuare proposte competitive e mature, da accompagnare verso il loro compimento mediante attività ̀ di consulenza di altissimo livello e finanziamenti che raggiungono addirittura i 700mila euro per ciascuna iniziativa, per un monte budget complessivo di 10 milioni di euro[1].

Un altro esempio di buona pratica ce lo fornisce la Cooperativa sociale Eureka, con sede a Castelfranco Veneto, che con una percentuale del 37% di soci lavoratori con fragilità rappresenta un ottimo connubio imprenditoriale tra adempimento di interessi della comunità e sviluppo economico. Questa azienda che opera nel settore delle lavanderie industriali ha oggi un organico di 226 dipendenti (rispetto ai 149 del 2014), 84 dei quali sono persone a grande rischio di esclusione sociale e lavorativa, a causa di disabilità, disagio psichiatrico o di problemi di dipendenza. Questa impresa è stata in grado di assicurare una crescita produttiva e occupazionale costante, essendo stata in grado di innovare i processi gestionali e qualificarsi come azienda di eccellenza nel proprio settore, organizzando la produzione attraverso la filosofia della lean production e investendo ogni anno in innovazioni tecnologiche d’avanguardia.

Questa linea guida ha rappresentato una scelta che ha consentito a Eureka di essere costantemente competitiva sul mercato, nonché di ampliare le opportunità di lavoro per chi nel territorio di Castellana era privo di occupazione.

Fedele alla sua mission, non genera soltanto posti di lavoro, ma si fa soprattutto carico della persona in situazione di svantaggio, offrendo lei un'occupazione adeguata e in grado di premiare le sue competenze e specificità. E' stata questa la mossa vincente che ha permesso alla Cooperativa di raggiungere gli obiettivi, sopravvivere e poi confermarsi sempre più come leader di settore in Veneto.

Tra le persone svantaggiate molte provengono dalla cooperativa sociale L’Incontro che da 25 anni si occupa di riabilitazione psichiatrica. Nell'arco del tempo, tra le due cooperative e le altre del Consorzio In Concerto, del quale fanno parte, si è creata una vera e propria filiera sociale, che parte dalla riabilitazione de L'Incontro e arriva fino all'assunzione in Eureka.

Dopo un iniziale periodo di stage, quindi, i dipendenti vengono inquadrati con un contratto a tempo indeterminato fino a diventare soci della cooperativa a tutti gli effetti. Le occupazioni che si trovano a svolgere all'interno del futuristico sito castellano possono essere differenti, da operatori al mangano (la macchina che asciuga e stira la biancheria piana), a quelli al guardaroba aereo, fino a diventare operatori alla cernita.

Le disuguaglianze sociali in questo momento storico sono tali da rendere necessario un nuovo orientamento nel fare impresa. È fondamentale creare lavoro e nuova economia per i nostri territori, sia per una motivazione valoriale ma anche economica: una persona che non lavora è un costo per tutta la comunità. Le soddisfazioni di questo lavoro sono tante: la prima e la più importante nasce dalla consapevolezza di dare una possibilità di vita a persone che altrimenti sarebbero destinate all’isolamento. La seconda è essere riusciti, finora, a competere anche con aziende profit, nonostante il 37% di soci svantaggiati al nostro interno. E questo è stato fattibile grazie agli investimenti tecnologici, senz’altro, ma soprattutto grazie all’impegno e alla determinazione di tutte le persone che lavorano in Eureka, dal primo all’ultimo” ha infatti spiegato in una recente intervista Enrico Pozzobon, presidente della Cooperativa in questione[2].

Questi rappresentano due splendidi casi in cui i territori, con i loro progetti o con le loro imprese, rispondono al fabbisogno locale di sostenibilità, sia essa sociale, lavorativa o ambientale, attraverso questa nuova spinta di innovazione sociale. In un contesto in cui per le aziende è necessario rialzare la testa dopo l'ultima terribile crisi questo nuovo motore aziendale si propone come il giusto mezzo per operare mediante l'inclusione sociale e lo sguardo verso un futuro ecosostenibile.

Simona Grossi

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Fri, 21 Sep 2018 17:21:11 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/464/1/l-innovazione-sociale-come-motore-per-le-organizzazioni simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Il gender gap è ancora troppo alto, l’Italia ci perde in diritti e in fatturato https://www.simonagrossi.net/post/463/1/il-gender-gap-e-ancora-troppo-alto-l-italia-ci-perde-in-diritti-e-in-fatturato

In Italia il mondo imprenditoriale è ancora purtroppo permeato di un gender gap che, nonostante le trasformazioni sociali e del mercato del lavoro stesso, nel 2018 rimane ancora a livelli tristemente alti.

Secondo i dati Istat 2017 in seguito al conseguimento di un titolo di laurea, infatti, solo il 59,2% delle donne neolaureate lavora contro il 64,8% per gli uomini, mentre se andiamo a guardare il percorso accademico è piuttosto emblematico verificare come la percentuale di 30-34enni con un titolo di studio terziario è del 32,5% per le donne rispetto al 19,9% per gli uomini.

Inoltre le carriere femminili risultano in media qualitativamente peggiori, a parità di posizione, infatti, percepiscono uno stipendio inferiore rispetto ai colleghi uomini. Con lo stesso curriculum, poi, si registra un più lento e difficile avanzamento di carriera in base al genere, e le donne risultano ancora tristemente sottorappresentate nelle posizioni dirigenziali e apicali. In Italia le donne manager nel privato rappresentano il solo 22%, a fronte di una media europea del 29%, guadagnando addirittura il 3% in meno[1].

Quest'aspetto fortemente discriminatorio è però un boomerang per il mondo delle imprese, soprattutto in determinati settori, dove è appurato che il contributo del genere femminile nell'aspetto manageriale apporterebbe una notevole crescita sociale ed economica. Un recente report di McKinsey, ad esempio, ha evidenziato come la diversificazione di genere in posizioni manageriali sia spesso abbinata a miglioramenti performativi delle aziende stesse.

Fortunatamente è lo stesso mercato del lavoro che si sta riformulando, adattandosi a standard più fluidi e di movimento, e quindi la trasformazione digitale nelle imprese può spingere verso una diffusione di pratiche lavorative flessibili, in orari e impegno, in modo da consentire una redistribuzione del tempo all’interno delle coppie e per le donne una migliore conciliazione che vada oltre la semplice dicotomia lavoro e famiglia, in grado di considerare cioè anche l'aspetto della carriera troppo spesso bypassato.

A oggi In Italia questo tipo di lavori sono cresciuti del 14% tra 2016 e 2017, e i grandi business con progetti strutturati di smart working rappresentano circa il 36% del totale[2]. Questo a provare quanto detto prima, e cioè che stiamo vivendo un periodo di riassestamento da parte del mondo del lavoro, e in questo nuovo ordine spiccano quelle realtà in grado di abbracciare strutture e pratiche smart, partecipative, orizzontali, inclusive. Tutte caratteristiche tipiche, cioè, del management al femminile.

Non è un caso, quindi, che negli ultimi anni ha acquisito un riconoscimento maggiore il bisogno di conciliazione delle donne con il lavoro, e il welfare aziendale è venuto incontro alle politiche pubbliche in materia, attuando sempre più programmi di work life balance. Per quanto riguarda le misure pubbliche le principali si riscontrano nei voucher per le donne lavoratrici e il congedo parentale.

La legge 92/2012 ha introdotto i voucher per le lavoratrici che, da gennaio 2018, con l’abrogazione dei voucher, sono stati rinominati come “contributo per l’acquisto di servizi di baby-sitting” ed erogati secondo le modalità previste per il Libretto Famiglia. Il congedo parentale a ore, invece, è fruibile per un massimo di 10 mesi per entrambi i genitori, fino ai 12 anni del bambino[3].

Rappresentano questi decisamente dei passi in avanti da parte delle Istituzioni per l'abbattimento del gender gap, ma purtroppo ad oggi non possono e non devono bastare nei termini di una completa ed etica trasformazione dell'ambiente lavorativo, ancora troppo patriarcale e strutturalmente rigido su posizioni controproducenti.

E' quindi tempo che la società civile dia una spinta alle stesse istituzioni, rimescolando il mercato del lavoro per permettere alle aziende di fare quello scatto evolutivo che le renderebbe in grado di affrontare e superare la rivoluzione del lavoro in atto.

Simona Grossi

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Mon, 17 Sep 2018 17:10:03 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/463/1/il-gender-gap-e-ancora-troppo-alto-l-italia-ci-perde-in-diritti-e-in-fatturato simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La crescita delle realtà d’innovazione sociale: qualcosa si muove nel tessuto imprenditoriale italiano https://www.simonagrossi.net/post/462/1/la-crescita-delle-realta-d-innovazione-sociale-qualcosa-si-muove-nel-tessuto-imprenditoriale-italiano

C'è una realtà imprenditoriale che si sta muovendo, è in fermento, ed è in grado con la sua spinta propositiva di generare una ripartenza per le imprese che, uscite dall'ultima terribile crisi economica, non hanno riferimenti e sono costrette a reinventarsi per sopravvivere.

Sto parlando nello specifico dell'innovazione sociale, quel ventaglio di norme etiche, come le pratiche di commercio equo ed il rispetto per i diritti dei lavoratori, o a dei principi come la giustizia, la solidarietà e la cooperazione che si stanno piano piano affermando come valori portanti del tessuto imprenditoriale, in grado di generare un reale vantaggio competitivo ed economico e di attestarle come serie interlocutrici per le istituzioni e la popolazione[1].

La ricerca di una migliore soddisfazione come esigenza collettiva, il rimescolamento e la ricalibratura dei poteri tra i ruoli degli attori economici e quelli sociali, le loro relazioni, un miglior uso dei beni e delle risorse a disposizione attraverso un'implementazione della tecnologia a impatto 0, sono tutte variabili che caratterizzano questa nuova linfa gestionale che sta percorrendo le organizzazioni, ed è un trend che fortunatamente è sempre più ben visto e supportato da gli Enti e dalle altre realtà sociali.

Ce ne fornisce un esempio la Banca Etica, che con la sua call Innovare in Rete mette a disposizione 10 milioni di euro per la ricerca di progetti innovativi in grado di rispondere a concreti bisogni di innovazione sociale e ambientale e di empowerment delle comunità. I progetti più valorosi si trasformeranno in realtà grazie all’accompagnamento di consulenze tecniche specializzate e, soprattutto, a finanziamenti che possono arrivare al valore di 700.000 Euro[2].

Per rimanere nel settore, anche il Gruppo Intesa San Paolo, con la sua Fondazione del Terzo Settore della Banca Prossima ha presentato lo scorso 4 luglio presso Base Milano la prima edizione di The Impact Night, un evento per mostrare lo stato dell'innovazione sociale nel nostro Paese.

Start up, social innovation, infrastrutture generative e networks d'imprese hanno rappresentato i contenuti in cui si è delineato l’evento, con la presentazione di più di venti casi di economia d’impatto in grado di fornire un esempio concreto di realtà di successo. "La tessitura di reti tra soggetti dell’economia sociale, ma aperte anche alle for profit più attente alla dimensione impact, dimostra che il non profit italiano può crescere attraverso l’aggregazione e il confronto per diventare un pilastro di welfare e di occupazione per il Paese" ha dichiarato nell'occasione l'ad di Banca Prossima Marco Morganti[3].

D'altronde anche in occasione del cambio di vertice dell'Associazione ItaliaCamp, socia di maggioranza di ItaliaCamp srl che ha tra i suoi azionisti, tra gli altri, Ferrovie dello Stato, Invitalia, Poste Italiane, RCS MediaGroup e Unipol Gruppo, il neo-eletto presidente Leo Cisotta ha precisato come l'associazione "svilupperà [...] servizi di Impact Finance, permettendo così a imprese e soggetti pubblici di valutare, misurare e orientare investimenti e attività in base alla capacità di produrre impatti positivi nei differenti contesti socio-economici, e proseguirà il percorso intrapreso a livello accademico, confermando anche per l’anno accademico 2018/2019 la Cattedra di Impact e Integrated Report e il laboratorio Investing for Godd Lab presso il Dipartimento di Impresa e Management dell'Università LUISS Guido Carli"[4].

Tutto sembra quindi muoversi nella giusta direzione, con la speranza che non sia già troppo tardi per poter imprimere al nostro tessuto imprenditoriale un cambio di rotta in grado di guidarlo verso una definitiva ricrescita che comporterebbe non solo un aumento occupazionale e quindi un relativo incremento di welfare, ma soprattutto una definitiva adozione di una gestione virtuosa e lungimirante delle nostre risorse, ambientali e umane, in grado finalmente di guardare al futuro con coscienza e ottimismo.

Simona Grossi

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Wed, 5 Sep 2018 18:09:08 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/462/1/la-crescita-delle-realta-d-innovazione-sociale-qualcosa-si-muove-nel-tessuto-imprenditoriale-italiano simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Le donne e le imprese, un trend fortunatamente in aumento https://www.simonagrossi.net/post/461/1/le-donne-e-le-imprese-un-trend-fortunatamente-in-aumento

Alcune caratteristiche tipiche delle donne assumono una centralità imprenditoriale tale da renderle perfette per questo nuovo modello di impresa e, più in generale, di mercato del lavoro, che si sta sviluppando nella contemporaneità. Se le loro soft skills le rendono capaci di arginare e controllare la modernità, infatti, questo è dovuto ad alcune caratteristiche come l'organizzazione, la pianificazione, l'approccio orizzontale e la dote dell'ascolto. Non è un caso che è questo un periodo di fervente rinascita dell'imprenditoria al femminile, com’è dimostrato tra l'altro dalla sottoscrizione il 4 giugno scorso del Protocollo d'Intesa per lo sviluppo e la crescita delle imprese femminili da parte del Ministero per lo Sviluppo Economico e il Dipartimento delle Pari Opportunità.

"Si è concluso l’iter per la firma digitale dell’ulteriore Atto di proroga del Protocollo d’intesa per lo sviluppo e la crescita delle imprese femminili sottoscritto il 4 giugno 2014, già a suo tempo prorogato fino al 31 dicembre 2017, tra Dipartimento per le pari opportunità, Ministero dello sviluppo economico, Associazione bancaria italiana (ABI) e le associazioni rappresentative. L’Atto di proroga estende per ulteriori due anni, ossia fino al 31 dicembre 2019, la validità del Protocollo in questione con il quale è stato avviato un rapporto di collaborazione tra le Parti firmatarie per favorire la possibilità di accesso al credito da parte delle imprese a prevalente partecipazione femminile e delle lavoratrici autonome" recita lo stesso sito istituzionale[1].

E' una crescita lenta ma costante quella delle aziende guidate da donne, che ha parallelamente segnato una graduale ripresa economica di tutto il mondo imprenditoriale grazie ad un modello più consono al contesto di crisi dal quale usciamo.

Per citare un esempio, in Alto Adige le imprese femminili sono aumentate dello 0,4 % nei confronti del primo trimestre del 2017. In particolare, hanno registrato un aumento dello 0,9% il settore alberghiero e della ristorazione, per arrivare addirittura ad una crescita del 2,8% nei servizi privati[2].

Così come a Cosenza, dove con il Rapporto sullo stato dell’economia femminile elaborato dalla Camera di Commercio si registra un numero di aziende amministrate dalle donne che raggiunge la quota di 15.882 unità, pari al 23,39% del totale. "La provincia di Cosenza mostra una vocazione all’imprenditoria femminile più alta rispetto alla media nazionale. Un dato che restituisce il valore e la capacità delle nostre imprenditrici di conquistare spazio e mercato" ha quindi affermato Klaus Algieri, presidente della Camera di Commercio di Cosenza[3].

In Italia, allargando la lente, le aziende guidate dalle donne sono poco più di 1,3 milioni, attestando un aumento dello 0,8% nell'arco degli ultimi dodici mesi. A livello nazionale rappresentano quindi il 22% delle imprese totali, con una percentuale più alta nei settori del commercio (27,2%) e dei servizi privati (21,7%)[4].

E' quindi lento ma continuo l'incremento dell'imprenditoria femminile, ed è un dato di cui non posso che essere felice, con la ferma consapevolezza di quanto finora l'Italia abbia sprecato le immense risorse manageriali delle donne, arroccandosi su modelli di sviluppo patriarcali ed obsoleti divenuti ormai, finalmente, controproducenti oltre che eticamente

Simona Grossi

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Thu, 30 Aug 2018 10:37:26 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/461/1/le-donne-e-le-imprese-un-trend-fortunatamente-in-aumento simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La conciliazione tra famiglia e lavoro: un punto sulla situazione attuale https://www.simonagrossi.net/post/460/1/la-conciliazione-tra-famiglia-e-lavoro-un-punto-sulla-situazione-attuale

Tutto quanto, anche il mondo del lavoro, è diventato molto più fluido, mobile, liquido per usare un termine del sociologo Bauman. E' per questo che si rendono necessarie delle misure di intervento in grado di favore la coesistenza delle persone all'interno di questa liquidità, in particolare nel riguardo della conciliazione tra la vita privata e il lavoro, non essendo più questo binomio scandito da una struttura rigida e stabile.

D'altronde con questo stravolgimento del mercato del lavoro è sempre più un dato accreditato quello che indica la via al management aziendale attraverso l'adozione delle soft skills, gli attributi dei lavoratori e delle lavoratrici che prima erano considerati marginali, se non addirittura dannosi.

Avere in azienda individui in grado di gestire figli e lavoro è di fatto un vantaggio competitivo, a giudicare dalle competenze che si sviluppano quando si diventa genitori. Molte di queste soft skills sono infatti generate proprio dalla genitorialità.

La capacità di delegare, ad esempio, permette di riporre fiducia in chi può esserci di sostegno e di lavorare meglio in squadra. Allo stesso modo avendo a che fare con un bambino piccolo s’impara a gestire l’ansia e la paura, una capacità utile nell'amministrazione degli imprevisti. Una terza caratteristica è quella dell'ascolto, che dal bambino può essere traslata ai colleghi e ai dipendenti.

Altro importante sviluppo risiede nella capacità di creare networks: la voglia di condivisione, con spazi pensati per confrontarsi e darsi reciproco appoggio, può diventare facilmente un grimaldello in grado di scardinare i pregiudizi all'interno dei team. Viene inoltre incrementata la capacità di pianificazione, la gestione del tempo, l’ottimizzazione secondo obiettivi, tutte skills indispensabili nella frenesia del lavoro moderno[1].

E' per questo che, fortunatamente, sono sempre di più le realtà che puntano su questa conciliazione, intravedendo in essa i benefici che potrebbero apportare al business imprenditoriale.

Un buon esempio lo fornisce il progetto Conciliando promosso da Confprofessioni Sardegna a favore delle libere professioniste, che consiste in voucher per la conciliazione dei tempi e il miglioramento delle condizioni di lavoro, buoni fino a duemila euro da impiegare per l’acquisto di servizi di cura, educativi e di accompagnamento per figli fino a quindici anni, per l’acquisto di servizi di assistenza per anziani o disabili, oltre che destinabili all’accesso a spazi di coworking per esercitare la propria professione[2].

La normativa di riferimento in materia di tutela della maternità e paternità e di conciliazione tra i tempi di vita e di lavoro è rappresentata dal Testo Unico sui congedi parentali (D. Lgs. 151/2001), costantemente in aggiornamento, che con il passare del tempo ha ampliato sempre di più le tutele per i genitori così da permettere a tutti di entrare o rimanere nel mondo del lavoro[3].

Come recita il sito del Dipartimento per le politiche della famiglia, infatti, "le politiche per la conciliazione rappresentano un importante fattore d’innovazione dei modelli sociali, economici e culturali e si propongono di fornire strumenti che, rendendo compatibili sfera lavorativa e sfera familiare, consentano a ciascun individuo di vivere al meglio i molteplici ruoli che gioca all'interno di società complesse"[4].

Lo scorso anno, ad esempio, è stato sottoscritto un decreto Lavoro-Mef che attua la misura sperimentale prevista dal decreto legislativo 80/2015, concedendo sgravi contributivi ai datori di lavoro in grado di prevedere, nei contratti collettivi aziendali, istituti di conciliazione tra la vita professionale e privata dei lavoratori[5].

Questo punto, quindi, rappresenta un tassello fondamentale sul quale si gioca la salvaguardia del welfare di tutte quelle famiglie prima costrette ad interrompere i rapporti di lavoro al subentro della genitorialità, e soprattutto un'enorme opportunità di crescita per tutte quelle organizzazioni, aziendali e non, che potranno contare sul contributo di un personale altamente formato in merito alle indispensabili soft skills aziendali.

Simona Grossi

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Tue, 28 Aug 2018 10:56:17 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/460/1/la-conciliazione-tra-famiglia-e-lavoro-un-punto-sulla-situazione-attuale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Diminuire il gender gap nei confronti delle imprese ad alta innovazione sociale https://www.simonagrossi.net/post/459/1/diminuire-il-gender-gap-nei-confronti-delle-imprese-ad-alta-innovazione-sociale

Com’è ormai appurato da ogni studio di settore, la rinascita economica creata dalla rete imprenditoriale del nostro Paese deve necessariamente passare attraverso un'implementazione interna alle organizzazioni dell'innovazione sociale e dei suoi meccanismi gestionali. Mediante l'adozione di politiche pubbliche cosiddette mission-oriented innovation, gli attori istituzionali sono in grado di racchiudere le capacità più innovative del sistema economico per risolvere rilevanti problemi sociali e, allo stesso tempo, riavviare la crescita.

Purtroppo resta ancora troppo alto il divario di genere nei confronti dell'apporto innovativo nel mondo imprenditoriale, e questo rende la ricrescita economica ancora troppo claudicante per apportare un reale cambio di passo.

Secondo la World Intellectual Property Organization, infatti, la quota di domande di brevetto di innovazione con almeno una donna tra gli inventori è aumentata dal 21 al 30 % tra il 2002 e il 2016. Si prevede, quindi, che l'annullamento del gender gap si avrà attorno al 2080[1], un lasso di tempo a mio parere troppo lungo.

Il fatto che l'Italia abbia una così bassa percentuale d’imprese al femminile che contribuiscono all'innovazione oltre a rappresentare una grave ingiustizia sociale rappresenta anche un enorme spreco di capitale creativo, e l'abbattimento di questo gap dovrebbe rappresentare quindi una priorità all'interno dell'agenda politica.

Si rende necessario annullare il pregiudizio occupazionale che fa si che alcuni settori (non a caso i più sviluppati sul territorio nazionale) siano prerogativa prettamente maschile mentre altri, che invece vedono una maggiore partecipazione femminile, non siano abbastanza valorizzati e continuino ad essere considerati secondari in ottica di valorizzazione del capitale.

Sarebbe inoltre estremamente utile prediligere strutture collaborative meno gerarchiche e più orizzontali, a partire dalle scuole e dai laboratori delle università, al fine di rivoluzionare gli ormai logori processi gestionali che poi, proiettati sul campo imprenditoriale, portano spesso ad una visione d'azienda ormai decontestualizzata e non più performativa.

"Le donne, a prescindere dal tipo di lavoro che svolgono, dipendente o autonomo, devono poter contare sugli stessi diritti e tutele in caso di maternità o di malattia. Permangono purtroppo sacche di pregiudizio verso il lavoro delle donne" ha dichiarato Gisella Ferri, presidente del Comitato provinciale per l’Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio, per poi aggiungere che "occorre fare la differenza creando una prospettiva economica e sociale che è base per il futuro delle prossime leve imprenditoriali. Costa fatica e sacrifici ma non è impossibile portare avanti il proprio progetto professionale e conciliare tempi di vita e di lavoro. Alle aspiranti imprenditrici dico di guardare sempre avanti"[2].

Simona Grossi

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Wed, 22 Aug 2018 21:55:01 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/459/1/diminuire-il-gender-gap-nei-confronti-delle-imprese-ad-alta-innovazione-sociale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
La donna al centro del nuovo modello di business: alcune considerazioni a favore di una rinascita socioeconomica https://www.simonagrossi.net/post/458/1/la-donna-al-centro-del-nuovo-modello-di-business-alcune-considerazioni-a-favore-di-una-rinascita-socioeconomica

Stiamo assistendo a una graduale affermazione di un modello di business sempre più incentrato sulle soft skills, su quelle caratteristiche, cioè, tipiche femminili che presuppongono una maggiore flessibilità, adattabilità, attenzione alla comunicazione, attitudine alla gestione delle relazioni interpersonali, una più ricercata cura delle RU, così come la sensibilità per la soddisfazione del cliente.

Già nel 2002 una ricerca portata avanti da Songini e Dobini mostrava come nelle imprese amministrate da donne la successione è più pianificata, ci sono meno conflitti e si registra una gestione con processi decisionali di tipo collegiali e partecipativi[1].

E ne sto facendo un discorso economico e di produttività prima ancora di essere una questione politica di parità di diritti. E' infatti dimostrato dai dati che laddove vi sono donne ai vertici imprenditoriali si registra in media circa il 3-3,5% in più di fatturato rispetto alla guida maschile.

Un dato che fa riflettere e che mette in evidenza la capacità di relazione delle donne, la capacità di gestire il personale e di guidare un’azienda come una famiglia, così come la propensione all'orizzontalità, alla co-creazione di competenze e successi, in linea con una più spiccata inclinazione all'ascolto e alla collaborazione.

Un esempio può essere fornito dal quadro parlamentare tedesco, dove un’azione sinergica tra i partiti, inaugurata nel 1986 dai Verdi e seguita dalla Spd prima, dalla Cdu e dalla Fdp poi, ha portato a forme di autoregolamentazione organizzativa e sociale[2]. Si sono gettate le basi per la parità di genere all'interno degli organismi direttivi e quindi nelle successive candidature, producendo nel Paese l’effetto di rendere del tutto naturali le leadership femminili. Tutte le potenzialità femminili sono così venute fuori, aiutate anche dai provvedimenti di carattere sociale, dal sostegno alla famiglia al lavoro, portando il Paese a risultati inaspettati in termini di crescita socioeconomica.

Un modello possibile, quindi, in grado di generare una serie di risvolti positivi che guiderebbero tutti ad un miglioramento dello stile e della qualità della vita.

"Le donne stanno smettendo di riconoscersi in un modello di carriera totalizzante, sclerotizzata sul lavoro. E stanno elaborando una nuova idea del successo e della leadership che scavalca la semplice espressione gerarchica: essere leader diventa così un disegno di vita più ampio, che ne allarga gli obiettivi, includendo fortemente la dimensione umana e valoriale. È un rivoluzionario cambio di passo che nasce dalle donne e che da loro si sta allargando alla società tutta, ispirando le imprese e i mercati, di cui sta modificando i vecchi paradigmi" ha affermato recentemente Simona Cuomo, Associate Professor of Practice di Leadership, Organization and Human Resources presso SDA Bocconi School of Management riprendendo il suo ultimo saggio Essere leader al femminile[3].

Non posso che convenire con lei, quindi, e ritenermi ottimista sul futuro della nostra rete di aziende che oggi più che mai comincia a vedere in questo nuovo modello di fare impresa a trazione femminile una via alla ripartenza economica e sociale.

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Fri, 17 Aug 2018 13:21:43 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/458/1/la-donna-al-centro-del-nuovo-modello-di-business-alcune-considerazioni-a-favore-di-una-rinascita-socioeconomica simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Le donne e le imprese: un binomio che deve riacquisire centralità https://www.simonagrossi.net/post/457/1/le-donne-e-le-imprese-un-binomio-che-deve-riacquisire-centralita

Un dato che deve farci riflettere è quello del report di Unioncamere che vede attualmente le donne guidare appena il 22% delle piccole e medie imprese[1]."In questo momento le donne si concentrano nei settori del commercio, del turismo, dell’agricoltura, dei servizi alla persona. Sono ancora poche ma tendono a crescere, soprattutto per merito delle imprese guidate da giovani donne che investono soprattutto in settori innovativi e quelli del digitale" ha affermato il vicesegretario nazionale Tiziana Pompei, a testimonianza di come trasversalmente alla scelta del settore i risultati imprenditoriali non subiscono variazioni.

Eppure ormai sono sempre di più gli studi di settore che prevedono una nuova centralità femminile all'interno dei processi decisionali delle aziende, grazie alla ritrovata importanza delle soft skills nel management.

E' una storia antichissima quella della centralità della donna, per troppo tempo però oscurata da una visione socioeconomica che l'ha relegata a ruolo marginale, in favore di una concezione più prettamente maschile della gestione degli affari.

E' infatti recente la scoperta a Pompei di una statua nel Foro in onore di Eumachia, che potrebbe invece essere definita la prima vera donna imprenditrice della storia. Anche se della sua biografia conosciamo ben poco, il ritrovamento e l’importanza che aveva nell'imponente tessuto commerciale della città, oltre che naturalmente l’edificio a lei intitolato, lasciano credere che questa figura, sacerdotessa di Venere e patrona dei lavandai, dovesse essere un personaggio importantissimo nella società pompeiana di epoca augustea. Fu lei, infatti, a desiderare fortemente e a realizzare la costruzione dell’imponente edificio che doveva ospitare il mercato della lana, e si ritrova a fornire ai posteri un esempio e un modello di abilità commerciali senza eguali[2].

Tornando ai giorni nostri, le peculiari capacità delle donne hanno permesso loro di coniugare al meglio lo spirito imprenditoriale con il cosiddetto smart business, puntando su progetti ad alta innovazione tecnologica e gestionale. Spesso realtà orizzontali, dove il dialogo e la co-operazione delle parti permettono all'azienda nel complesso un salto di qualità nettamente superiore rispetto alle imprese basate invece su una struttura piramidale classica.

Ne è un esempio la città di New York, che detiene il primato di città con la maggior densità di startup fondate da donne in tutti gli Stati Uniti. Qui realtà come Kiva, una piattaforma di micro-credito no-profit fondata da Jessica Jackley, imprenditrice e investor impegnata nella financial inclusion, come Cnote, un sistema di risparmio fondato da due startupper donne che consente di guadagnare il 2.5% sui soldi investiti in progetti locali guidati da donne e minoranze, o come SheEo, uno strumento creato da Vicki Saunders (e già replicato in 150 Paesi) per finanziare l’innovazione e l’imprenditorialità femminile attraverso prestiti a bassissimo interesse, possono trovare terreno fertile e una cultura aziendale profittevole[3].

Il mio augurio è che anche nel nostro Paese possa rapidamente prendere piede questo tipo di cultura, che permetterebbe a molte aziende di riprendersi e di operare con successo e al passo con i tempi.

Simona Grossi

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Tue, 7 Aug 2018 18:26:35 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/457/1/le-donne-e-le-imprese-un-binomio-che-deve-riacquisire-centralita simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’aumento delle donne manager, una tendenza più che positiva https://www.simonagrossi.net/post/456/1/l-aumento-delle-donne-manager-una-tendenza-piu-che-positiva

Tra le novità positive che ultimamente si registrano a livello di management aziendale quella riguardante l'aumento delle donne nel ruolo di manager è sicuramente la notizia che più mi inorgoglisce.

Le aziende e il lavoro sono decisamente mutati nel tempo, e si è reso per questo necessario prevedere un altro management. Con la necessità di condividere un nuovo concetto d’impresa, un'idea del potere come potenzialità, del management come responsabilità nei confronti dell'organizzazione e di tutte le persone che ne fanno parte, direttamente e non.

Diventano infatti sempre più numerosi gli studi a vantaggio di un management al femminile, come dimostra anche il rapporto del 2016 Unlocking female employment potential in Europe portato avanti addirittura da Christine Lagarde, dirigente del Fondo Monetario Internazionale. Da questo si evince addirittura che se la percentuale delle donne disoccupate trovasse un'occupazione, non solo la forza lavoro aumenterebbe del 6%, ma sarebbe il Pil a ricavarne un aumento del 12% in quindici anni[1].

Lo stesso lavoro ci dice poi che le aziende con una presenza più numerosa di donne nel management hanno una redditività più alta. Per ogni donna che sale ai livelli superiori del management o che entra nel board, cioè nel consiglio d'amministrazione, il profitto della società cresce dello 0,08/0,13%.

"Il nostro studio mostra come le donne siano in grado di riconoscere interamente il proprio potenziale, raggiungere i loro obiettivi e, infine, accelerare l’inclusione. Abbiamo la possibilità di affrontare le problematiche culturali ed organizzative e di dare ancora più potere alle donne che ricoprono ruoli di leadership" ha affermato Ann Cairns, presidente dell'International Markets di Mastercard che ha condotto lo studio Mastercard Index of Women Entrepreneurs lo scorso anno[2].

Una nuova prospettiva, quindi, che però a livello nazionale non è ancora stata assimilata. A oggi in Italia le donne dirigenti sono arrivate a ricoprire il 16,6% del totale nazionale e sono cresciute del 29,4% dal 2008, con gli uomini che nel frattempo registrano un calo del 9,7%. Una delle variabili più significative di questa rinascita è quella che vede il dato arrivare al 30,8% se andiamo a considerare la fascia d’età sotto i 35 anni, per arrivare al 28,2% con la soglia dei 40 anni[3].

Purtroppo siamo ancora decisamente lontani dagli standard accettabili, come ha sentenziato lo scorso anno Eurostat titolando In Europa, solo un manager su tre è donna il suo report all’International Women’s Day. Persiste, tra gli altri, ancora il problema del pay gap, che vede le donne con ruoli manageriali in Europa guadagnare addirittura 77 centesimi ogni euro in busta paga di un collega uomo[4].

Ma non è l'unico ostacolo di genere, la lista è lunga e comprende ancora uno stile di comunicazione maschile dominante, contesti troppo legati al presenzialismo, un difficile accesso a network informali, mentor e sponsor, così come un minore accesso a responsabilità e incarichi che permettano di sviluppare e dimostrare il potenziale al pari di standard più alti e compiti più rischiosi[5].

Cosa aggiungere, quindi? Spero che anche l'Italia possa a breve seguire l'esempio di Paesi più virtuosi e lungimiranti che hanno ormai assimilato la consapevolezza di quanti benefici apporterebbe un abbattimento di questi gap e una rinascita economica guidata dalle donne, perché si tratterebbe di una politica profittevole ma soprattutto doverosamente etica.

Simona Grossi

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Thu, 2 Aug 2018 17:55:10 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/456/1/l-aumento-delle-donne-manager-una-tendenza-piu-che-positiva simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Un surplus valoriale per le aziende può essere generato dall’innovazione sociale https://www.simonagrossi.net/post/455/1/un-surplus-valoriale-per-le-aziende-puo-essere-generato-dall-innovazione-sociale

Sono sempre più numerosi i casi in cui vengono premiate realtà di innovazione sociale in grado di generare un plus valoriale che comprende istituzioni, imprese e persone di un determinato territorio.

Questo a dimostrazione del fatto che su questo tema il futuro imprenditoriale si gioca molto, intendendo con tale definizione un cambiamento operativo, un elemento innovativo nel contesto della collettività. Un'inversione di tendenza rispetto alle soluzioni generalmente utilizzate che avanza una risposta costruttiva a problemi di ordine socioeconomico, composta d’idee, creatività, metodologie innovative per convertire principi teorici e ricerca nella prosperità della comunità sempre più attenta alla sostenibilità e sviluppo di aree smart. Insomma, una tipologia di crescita in grado di generare rinnovati know-how, tecnologie, strumenti e forme organizzative con finalità di natura etica e imprenditoriale.

Un caso pratico può essere quello dell'Associazione SIT (Social Innovation Teams) che in una delle aule storiche dell'Università di Pavia si è confrontata con studenti e pubblico, oltre che naturalmente ha ottenuto un dialogo con importanti membri di organizzazioni come Banca Etica, Associazione CAFE, socia Altromercato, e Italia Startup[1].

Il Social Innovation Team è una rete d’innovatori ed imprenditori sociali, che, nata  subito con uno sguardo ed un pensiero internazionale attraverso le collaborazioni con altre realtà e il sostegno ai progetti intercontinentali, ha avuto l'idea è di realizzare strutture rinnovate di partecipazione attiva allestendo gruppi di lavoro interdisciplinari in grado di valorizzare le competenze specifiche dei suoi componenti.

Il dato è evidente: in Italia, dove si fatica a mantenere un trend d’investimenti in startup innovative oltre i cento milioni di Euro annui, già prosperano invece asset under management, cioè capitali già investiti, in imprese almeno parzialmente ad impatto sociale per un totale complessivo di otto miliardi di Euro. E' un chiaro indicatore di come una possibile ricrescita economica ed imprenditoriale debba necessariamente passare per le realtà di innovazione sociale che abbiano un reale impatto sul contesto e sulla popolazione.

Un altro fulgido esempio ci è dato dalla spagnola Fundaciòn Mapfre, istituzione non-profit creata dalla compagnia di assicurazione MAPFRE che sceglierà, sulla base di 462 progetti originariamente presentati, i 27 di maggiore impatto innovativo e con la migliore incisività sociale in termini di salute, mobilità e sicurezza, per premiarli fino a 90.000€. Le candidature, provenienti da Italia, Austria, Brasile, Colombia, Cile, Ecuador, Messico, Perù, Regno Unito e Spagna, una volta qualificate e spartite nelle tre categorie sopracitate, competeranno per in tre semifinali che si terranno a Città del Messico e San Paolo a luglio, e a Madrid a settembre, fino alla finale che si disputerà il 17 ottobre sempre nella capitale spagnola[2].

Anche in questo caso il segnale è chiaro e conciso, e ci indica come ormai le imprese più performanti e più premiate sono quelle che si sviluppano orizzontalmente al loro interno e collaborativamente in maniera trasparente verso l'esterno. Per il raggiungimento di un equilibrio economico e sociale in grado di soddisfare tutti gli attori territoriali, sempre puntando al fine estremo di un innalzamento della qualità della vita nella tutela e nel rispetto del territorio.

Simona Grossi


[1] http://startupitalia.eu/92320-20180607-evento-social-innovation-teams-pavia

[2] https://www.lamiafinanza.it/it/sala-stampa/54637-verti-e-mapfre-a-sostegno-del-progetto-social-innovation-curato-da-fundacion-mapfre

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Mon, 30 Jul 2018 17:52:03 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/455/1/un-surplus-valoriale-per-le-aziende-puo-essere-generato-dall-innovazione-sociale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Le imprese di oggi passano per le soft skills: così le donne assumono una nuova centralità https://www.simonagrossi.net/post/454/1/le-imprese-di-oggi-passano-per-le-soft-skills-cosi-le-donne-assumono-una-nuova-centralita

Il mondo imprenditoriale è cambiato profondamente rispetto a pochi anni fa, e in questo nuovo contesto stanno emergendo sempre più aziende o modelli gestionali improntati sulla cooperazione, sulle pari opportunità e su una serie di attributi manageriali fino ad ora considerati marginali, le cosiddette soft skills.

Per queste s’intendono peculiari competenze attitudinali ed operative, come l'attitudine al lavoro di gruppo e alla gestire dello stress, il pensiero critico, il multitasking, l’empatia, l’intuizione, la ricerca di inclusione, la propensione alla flessibilità e l’intelligenza emotiva[1].

E' chiaro come un profilo manageriale in grado di gestire tutte queste caratteristiche possa molto probabilmente essere una figura femminile. A giudicare da un sondaggio svolto nel 2016 in novanta paesi dall’Hay Group dell’agenzia Korn Ferry, infatti, le donne si confermano superiori rispetto agli uomini in 11 delle 12 soft skills esaminate[2].

L'annuale report Diversity Matters di McKinsey su oltre 300 aziende nel mondo ci mostra che la relazione tra soft skills e l'aumento di profittabilità aziendale è certificata, poiché una buona rappresentanza femminile nel senior management incrementa la performance economica dal 20% al 40% dei parametri rilevanti.

Da non sottovalutare anche l'apporto etico, che anzi, secondo alcuni studi portati avanti dalla Banca Mondiale, si conferma anche nelle amministrazioni pubbliche, in cui una gestione femminile è in grado di diminuire la corruzione e aumentare il consenso popolare.

Le donne risultano infatti meno disponibili a fare compromessi su temi etici rispetto agli uomini, gestiscono meglio il tempo calibrando in questo modo ogni singola decisione e hanno una differente gestione dei rischi quando ricoprono il ruolo manageriale di un'azienda.

Secondo il 47imo rapporto del Censis, il saldo delle imprese femminili nell’ultimo anno è stato di cinquemila in più rispetto agli uomini, dovuti a una capacità di resistenza ma anche di innovazione, di adattamento difensivo e persino di rilancio e cambiamento[3]. Lo studio Censis-Confcooperative dal titolo Donne al lavoro, registra un aumento di 71.000 occupazioni tra le libere professioniste e le imprenditrici negli ultimi dieci anni. Si è assistito a un nuovo protagonismo femminile motivato da una spinta all'iniziativa personale e alla voglia di fare in proprio, con un marcata propensione all'innovazione[4].

Le donne, quindi, non solo hanno dimostrato una maggiore capacità di resistenza, ma sono anche riuscite ad inserirsi meglio in quei spiragli di innovazione e cambiamento che la crisi degli ultimi anni ha lasciato incustoditi.

Credo quindi che si dovrebbe ripartire da questa rinnovata spinta imprenditoriale basata sull'orizzontalità, sulla cooperazione e sulla centralità delle donne nei ruoli decisionali attraverso le proprie soft skills per ritornare a crescere come aziende e come territori, gettando le basi per una rinascita socio-economica finalmente ecosostenibile.

Simona Grossi


[1] L'incredibile paradosso - Michèle Favorite, 2016

[2] Hay Group, Korn Ferry, New research shows women are better at using soft skills crucial to effective leadership, 7 marzo 2016. www.kornferry.com.

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Mon, 23 Jul 2018 17:28:01 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/454/1/le-imprese-di-oggi-passano-per-le-soft-skills-cosi-le-donne-assumono-una-nuova-centralita simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
L’importanza della certificazione UNI EN ISO 14001 https://www.simonagrossi.net/post/453/1/l-importanza-della-certificazione-uni-en-iso-14001

Per quanto riguarda la politica ambientale, il Gruppo Green Holding messo in piedi da Giuseppe Grossi si è sempre contraddistinto per la pianificazione e la fedeltà a un Sistema di Gestione Ambientale che rispondesse alla Norma Internazionale UNI EN ISO 14001.

Giunta alla sua terza edizione nel 2015, questa Norma s’ispira esplicitamente al modello PDCA (Plan-Do-Check-Act) di William Edwards Deming[1], ossia ad un modello di ricerca in grado di prevedere una pianificazione a cui dar seguito ad una messa in opera del programma, per poi passare alla verifica delle sue prestazioni ed al loro monitoraggio per terminare (quindi ricominciare) con la definizione di nuovi obbiettivi di miglioramento.

La verifica di conformità del sistema di gestione ambientale alla norma UNI EN ISO 14001 si può ottenere per autoanalisi o mediante un organismo di certificazione accreditato che opera secondo requisiti definiti dagli enti di accreditamento internazionali. L'organizzazione certificata dichiara mediante questo standard di avere un sistema di gestione adeguato a tenere sotto controllo gli impatti ambientali delle proprie attività, e di ricercarne sistematicamente l'ottimizzazione in maniera coerente, efficace e soprattutto ecosostenibile.

Redatta la nuova edizione tre anni fa, siamo quasi arrivati al 15 settembre 2018, data che segna la fine del tempo disponibile per le organizzazioni nell'adeguarsi agli ultimi standard UNI EN ISO 9001 per il sistema di gestione per la qualità e UNI EN ISO 14001 per il sistema di gestione ambientale. "ISO e IAF, le Organizzazioni Internazionali rispettivamente per la standardizzazione delle norme e per la valutazione di conformità alle stesse, hanno del resto ribadito che non ci saranno proroghe" ha affermato lo scorso novembre Lorenzo Orsenigo, presidente di Conforma (una delle Associazioni socie di Accredia che rappresentano gli organismi e i laboratori accreditati alla certificazione), per poi continuare "le revisioni 2015 delle norme ISO puntano su strumenti di gestione che favoriscono l’efficienza e la capacità di incontrare le aspettative dei propri clienti, con potenziali vantaggi sostanziali per le imprese, in termini di ritorno e competitività. Tra le novità, il maggiore coinvolgimento dell’imprenditore, chiamato a fare un’analisi del rischio, identificando gli aspetti che potrebbero mettere a repentaglio il suo business, e un’analisi del contesto, individuando i punti di forza e di debolezza del mercato di riferimento, dei competitor e di tutte le parti interessate".[2]

La ISO 14001 rivisitata nel 2015 pone per la prima volta l’accento sull’analisi del lifecycle thinking per la certificazione del sistema di gestione, andando ad analizzare le conseguenze economiche, ambientali e sociali di un prodotto o di un processo nell’arco del suo intero ciclo di vita. Le imprese certificate dimostrano in questo modo il proprio impegno per la salvaguardia dell’ambiente e per il miglioramento costante delle proprie prestazioni ambientali.

Il Gruppo di Giuseppe Grossi, le cui aziende si sono già tutte adeguate alla nuova norma UNI EN ISO 14001, crede nella tutela dell'ambiente mediante il trattamento dei rifiuti e la continua innovazione tecnologica e gestionale, e quindi non poteva non adottare questa norma sistemica e certificarsi in tal senso, sperando di fornire un ulteriore modello imprenditoriale in grado di guidare tutte le realtà organizzative a ricercare la stessa certificazione, contribuendo così alla protezione del territorio e dei suoi abitanti.

Simona Grossi

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Wed, 18 Jul 2018 18:51:01 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/453/1/l-importanza-della-certificazione-uni-en-iso-14001 simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Nuova apertura straordinaria di Palazzo Nuovo a Brignano https://www.simonagrossi.net/post/452/1/nuova-apertura-straordinaria-di-palazzo-nuovo-a-brignano

Dopo circa quarant’anni riapre al pubblico Palazzo Nuovo di Brignano. Solo un anno fa ci fu un’apertura in via eccezionale in occasione delle giornate Fai.

Riapre Palazzo Nuovo

Apertura straordinaria dei due palazzi Visconti. Grazie alla disponibilità della proprietà, sarà possibile visitare Palazzo Nuovo nell’intera giornata di domenica 22 luglio. La Pro loco si occuperà della gestione degli ingressi e delle visite di uno degli edifici più belli della Lombardia. Un traguardo importante ottenuto dall’Amministrazione Bolandrini, che dopo vari incontri con i proprietari del Palazzo ha ottenuto questa importante concessione.

Articolo originale: giornaleditreviglio.it

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Tue, 10 Jul 2018 17:11:46 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/452/1/nuova-apertura-straordinaria-di-palazzo-nuovo-a-brignano simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Gestione e pianificazione, l’economia circolare come standard aziendale https://www.simonagrossi.net/post/451/1/gestione-e-pianificazione-l-economia-circolare-come-standard-aziendale

E' indubbio che oggi non si possa più continuare senza un sistema di gestione dei rifiuti in grado di avere una pianificazione e un'ottica a 360 gradi. Una gestione circolare del sistema, cioè, in grado di prevedere il riutilizzo del materiale in successivi cicli produttivi e di consumo, minimizzandone al contempo gli sprechi.

L'economia circolare è più collaborativa, ha alla sua base non tanto la proprietà e il prodotto come tali, ma il loro uso e la loro funzione.[1]

Bisogna mantenere un approccio ecosistemico, che consideri l'intero sistema (ambientale, ma anche gestionale e operativo) come collegato e in stretti rapporti di causa-effetto. Prestando attenzione ad ogni passaggio in modo che progettazione, produzione, consumo e trattamento finale siano il più possibile virtuosi e poco impattanti sull'ambiente.[2]

Giuseppe Grossi nel tempo ha saputo tirare in piedi un Gruppo in grado di intervenire in ognuna di queste fasi, operando con il massimo dell'attenzione e con le migliori innovazioni tecnologiche.

Mediante le società controllate, infatti, Green Holding si occupa del trattamento, dello smaltimento, delle bonifiche ambientali e della valorizzazione energetica dei rifiuti.[3] Il tutto, naturalmente, non sarebbe possibile senza un approccio integrato e sinergico.

Un approccio che si basa sulla consapevolezza di dover dare una spinta a questa etica ambientale, rimodellando il nostro modo di consumare per non perdere mai di vista il focus sull'ambiente. Anche e soprattutto da parte delle imprese, concentrarsi sull'innovazione tecnologica e sulla regolazione delle certificazioni in base agli standard europei si rende un'azione non solo indispensabile da un punto di vista etico, ma anche profittevole sul piano economico.

Questo perché il Parlamento Europeo ha da poco approvato quattro direttive per il recupero dei materiali, la gestione degli scarti, l'inquinamento e lo spreco alimentare, con l'obiettivo di generare un risparmio per le aziende stimato intorno ai 600 miliardi l'anno, 140 mila nuovi posti di lavoro e un abbattimento di 617 milioni di tonnellate di cO2 entro il 2035.[4]

L'indicazione del passaggio da un'economia lineare a un modello circolare più progettuale ed intelligente è chiara da parte dell'Europa. E' un concetto che le nostre imprese, le nostre istituzioni e in primis noi come persone dobbiamo portare avanti, premiando ed incentivando qualsiasi contributo a questa grande causa che è il nostro ambiente, consapevoli del fatto che remando tutti assieme si potrà arrivare ad una realtà più lungimirante e equilibrata.

Simona Grossi

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Mon, 9 Jul 2018 18:17:18 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/451/1/gestione-e-pianificazione-l-economia-circolare-come-standard-aziendale simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Internazionalizzare senza perdere le radici: una storia di imprenditoria italiana https://www.simonagrossi.net/post/450/1/internazionalizzare-senza-perdere-le-radici-una-storia-di-imprenditoria-italiana

Quella di Giuseppe Grossi è una storia d’imprenditoria che nasce negli anni 70 e si sviluppa maggiormente dopo l’acquisizione della Società Arti Decorative Interne, la Sadi SpA, un'azienda capace di lanciare nel tempo una serie di prodotti innovativi in grado di attestarla come leader sul territorio nazionale.

Ma è anche e soprattutto una storia permeata dall'abilità di intravedere sempre il giusto settore di mercato profittevole, per includerlo dapprima nel business dell'azienda fino a gettarne via via le fondamenta per uno sviluppo futuro.

E' per questo che dal 1996 l'azienda ha gradualmente spostato il suo core business da un settore primario e dall’edilizia fino agli interventi di bonifica ed impianti di nuova generazione quali ad esempio i termovalorizzatori. Creando al contempo una Divisione Ambiente a seguito di un processo di acquisizione societario.

Nel 2005 poi viene sottoscritta una lettera di intenti con Green Holding SpA, azienda italiana leader nel settore ambientale, al fine di valutare la fattibilità di una integrazione delle attività condotte da Sadi e Servizi Industriali SpA, società, quest’ultima, controllata da Green Holding.

Arriviamo in questo modo alla fusione tra le prime due, che diventeranno Sadi Servizi Industriali. Questa, poggiandosi sulle rispettive reti commerciali di entrambi i precedenti colossi, riesce da subito a imporsi come uno dei maggiori operatori italiani del settore delle bonifiche ambientali e punto di riferimento per il mercato della poliarchitettura.

Dapprima distaccata e poi venduta l'azienda riguardante il ramo edile, nel 2012 il Gruppo finisce così ad occuparsi esclusivamente del settore ambientale. L'anno successivo, infatti, la Sadi Servizi Industriali diventerà Ambienthesis SpA, denominazione che fa da crasi tra l'ambiente e l'operato dell'uomo. La visione è che quest'ultimo non sia più in antitesi con ciò che lo circonda, ma ne afferri l'importanza e lo tratti con rispetto.[1]

Quello che ne viene fuori è un’impostazione dirigenziale sullo stile di una grande famiglia, dove i vari membri si coordinano e mettono a disposizione le loro competenze per confermare e rinnovare continuamente i rispettivi know-how. Le linee guida che muovono la gestione del Gruppo rimangono sempre le stesse, con l'unica differenza che risiede nella scala di manovra, prima riguardante soltanto lo Stivale, mentre ora sempre più internazionalizzata.

Ed è sicuramente merito dell'impostazione voluta da Giuseppe Grossi se ad oggi i figli e gli altri soci dirigenti del Gruppo mantengono questa particolare sinergia operativa. Con il loro bagaglio di conoscenze, i membri di questa grande famiglia sono impiegati nelle numerose attività connesse al trattamento, allo smaltimento, alle bonifiche ambientali e alla valorizzazione energetica dei rifiuti di origine industriale e civile, ma continuano ad operare confrontandosi e scambiandosi informazioni e feedback in modo che a giovarne sarà l'intero Gruppo e non il singolo settore.

Simona Grossi

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Tue, 3 Jul 2018 16:56:41 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/450/1/internazionalizzare-senza-perdere-le-radici-una-storia-di-imprenditoria-italiana simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Viaggio a puntate nel mondo di Simona Grossi https://www.simonagrossi.net/post/449/1/viaggio-a-puntate-nel-mondo-di-simona-grossi

Vivo sempre con freschezza e stupore ogni intervista, sebbene ne abbia collezionate già parecchie, perché ogni incontro arricchisce la mia esperienza e imparo con leggerezza ad ascoltare quelle che io amo definire “Avventure di Vita”. Perché la Vita, diciamocelo, è davvero un’avventura Meravigliosa che si rinnova ogni giorno!

L’incontro con Simona si apre con una singolare familiarità, mi riceve piena di sorrisi ed accoglienza nel suo ufficio a Segrate dal quale si ode il cinguettare degli uccellini in una giornata di sole intenso che dona alle pareti il cangiare luminescente della sua luce.

Quello che sento è che non ho voglia di fare domande professionali, legate alla sua posizione direttiva all’interno della Holding, ma di scoprire qualcosa di Lei, che appare naturale e spontanea e di cui il volto suscita emozioni al primo sguardo.

Simona, sai che amo partire dalla tua persona, tu come ti descriveresti?

Ho imparato a capire di me stessa in questi anni che sono una persona combattiva. Conosco quello che sento e mi ritengo fortunata perché al mio fianco ci sono persone con le quali posso costruire qualcosa sia a livello imprenditoriale che familiare, avendo uno scopo in comune nella vita.

Ascoltare con attenzione mi insegna ogni giorno la grande differenza che c’è il parlato e il pensato. Pondero il più possibile il momento del sentire e cerco di esprimermi nel miglior modo possibile anche se non sempre si ha l’estrema libertà di poterlo fare.

Anche nell’ ambiente lavorativo, trovo sia giusto essere se stessi, o almeno provarci, perché all’interno di un gruppo è questo che fa la differenza. Questo è un lato positivo che le persone apprezzano e che io definisco “mantenere la propria l’individualità”.

Non pensi che questo voglia significare anche essere imprenditori?

Fino a che papà era in vita era tutto differente. Ora che me lo fai ricordare spesso dialogando con lui ero io che gli ricordavo che si poteva essere se stessi, ammorbidendo la facciata del “dover essere” e privilegiando il proprio “Essere” in modo naturale. Ora credo fermamente che prima di ogni decisione, sentirsi liberi di poter esprimere la propria individualità sia fondamentale per portare un valore aggiunto alle decisioni e poter star bene con se stessi.

Credo che papà ti sia stato molto grato di questo…

Di sicuro, ne sono certa! Ma in realtà pensandoci sono io grata a lui, perché questo mio modo di vivere e  sentire è dovuto a Lui ed al suo essere stesso , di fatti tutte le volte che lo ricordavo a lui in realtà lo stavo ricordavo a me stessa.

Ma ora sei tu ad essere andata oltre, giusto?

Cerco di andare al di là di quello che vedo, perché molto spesso mi sono resa conto ciò che ci viene mostrato dagli altri è solo una facciata ma al di là di quella non sappiamo cosa c’è realmente perché non si conoscono le situazioni. Io ci tengo a rimanere aperta e propositiva.

Ho compreso che tutti noi abbiamo il libero arbitrio di poter scegliere il “come” fare delle scelte. Quello che amo sottolineare è che si deve comunque avere profondo rispetto delle persone, perché possono soffrire per una tua scelta, quindi ognuna di esse va ben ponderata.

Non è sempre facile nella quotidiana per le persone che ci affiancano e bisogna stare attenti. Questa è una lezione che porto con me e si può sempre essere se stessi, fluendo in tante occasioni.

Nel tempo ho accettato anche che fosse sano pensare a se stessi dando priorità al proprio benessere perché se non stai bene tu neanche chi ti gravita attorno può sentirsi sereno. La cultura ci insegna che porre se stessi al centro non è sano, è visto come egoismo. Invece io credo che l’equilibrio consista in questo:.

“Stare in ben-Essere significa mantenere il proprio sentire”

Qual è quella spinta che porta sempre un pezzetto in più?

Mi definisco una persona in continua crescita emotiva perché ogni giorno sono diversa da ieri. Comprendo di avere dei difetti e delle chiusure e non mi vergogno a chiedere aiuto perché è anche grazie agli altri che riesco a fare un passo in avanti.

Imparo a portare equilibrio, ad essere Simona in tutti i modi, pur essendo consapevole dei miei limiti, perché amo la Vita e ogni giorno si può fare tanto per se stessi e per gli altri  e questo mi spinge a provare ogni giorno e fare nuove esperienze.

Concludo con queste belle parole la prima parte dell’intervista di Simona, che è durata molto a lungo ma che non voglio riassumere. Un racconto che cercherò di rendere significativo, anche a voi proprio come lo è stato per me, portando onorabilità alle parole donatemi.

A settimana prossima, allora!

Articolo originale su nonsolowork.com

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Sat, 23 Jun 2018 11:40:29 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/449/1/viaggio-a-puntate-nel-mondo-di-simona-grossi simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)
Il rifiuto è una risorsa: sfruttiamola https://www.simonagrossi.net/post/444/1/il-rifiuto-e-una-risorsa-sfruttiamola

"In natura il rifiuto non esiste: esiste solo un rapporto circolare in cui ogni cosa, in ogni stadio, è una risorsa. L’uomo ha fatto del rifiuto una produzione lineare, dalla miniera alla discarica. Tra di esse una via sempre più breve: il consumo. È solo cambiando il nostro modo di consumare che possiamo incidere su quanto svuotiamo la miniera e quanto riempiamo la discarica, oppure su un ricollegamento della discarica a miniera, trasformando il rifiuto in risorsa" ha affermato già nel 2014 Gemma Borin, presidente della Sea Ambiente S.p.A.[1]

Sono numerosi gli interventi di smaltimento, dai più tradizionali a quelli che invece usufruiscono delle più moderne tecnologie, cui sono sottoposti i rifiuti. Il tutto, naturalmente, al fine di minimizzare l'impatto sull'ambiente che l'intera esistenza dei materiali produce. Garantendo allo stesso tempo rispetto dell'ambiente e riduzione dei costi di gestione, però, abbiamo visto come le Direttive Europee in materia di economia circolare abbiano confermato quello che in Italia abbiamo dimostrato di saper intraprendere, forti di un 76,9% di materiali riciclati.

E cioè che il Sistema di Gestione dei Rifiuti deve essere inteso come una struttura olistica in grado di affrontare ogni passaggio di vita del materiale, dalla produzione (che dovrà essere sempre più modulare riducendo allo stesso tempo il tasso di obsolescenza) al consumo fino al recupero (concedendo ai territori la possibilità di possedere i propri impianti).

E' per questo che Giuseppe Grossi ha perseguito da sempre una strategia a 360 gradi nella gestione dei rifiuti, riuscendo a creare un Gruppo solido in grado di intervenire su tutti gli step offrendo al contempo un servizio il più possibile attento all'ecologia e innovativo da un punto di vista tecnologico ed economico.

E' un approccio economico in quanto la manodopera e gli altri fattori di produzione usati nelle fasi di estrazione, lavorazione, distribuzione e consumo del materiale vengono sperperati quando il bene viene scaricato senza essere rimesso in circolo. Creare un'infrastruttura di raccolta, smistamento e riciclaggio, poi, è costoso, ma una volta avviato il sistema di riciclaggio può generare introiti e creare un'occupazione inedita.

Guardando l'aspetto ecologico, di gran lunga il più importante, un obiettivo cardine della tabella di marcia verso un'Europa efficiente nell'impiego delle risorse è sicuramente la trasformazione dei rifiuti in risorsa entro il breve-medio termine.[2]

Ed è per questi motivi che siamo chiamati a dire la nostra, facendolo come sempre con il massimo della competenza, della trasparenza e del rispetto dell'ambiente e del territorio.

Simona Grossi

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Tue, 12 Jun 2018 00:00:00 +0000 https://www.simonagrossi.net/post/444/1/il-rifiuto-e-una-risorsa-sfruttiamola simona.grossi@greenholding.it (Simona Grossi)